— Un interesse politico o pecuniario, no di certo — rispose il Rosetti. — Ma tra gli interessi io non sarei alieno dall’annoverare anche i capricci della vanità. L’arte, la letteratura e in una certa misura anche la scienza servono oggi ai pochi, come il lusso, le decorazioni e i titoli di nobiltà, per distinguersi in mezzo alla folla comune degli umani. Riuscendo a far ammirare uno scrittore o un artista misconosciuto dagli altri, costoro vogliono proprio che vinca il punto e la prova l’artista? O non vogliono piuttosto vincerlo essi; per aver la gioia di credersi e sentirsi più intelligenti dei propri simili? Questa opinione di solito sembra esser tanto più piacevole, quanto meno è fondata....

— È certo, per esempio, — osservai io, — che molti applaudiscono Shakespeare in teatro per rispetto umano e non per convinzione. Parecchi me l’hanno confessato, specialmente in Francia.

— Sicuro — proseguì il Rosetti. — C’è forse dell’amor proprio in quantità, in tutte le nostre predilezioni artistiche. Come è, per esempio, che un’opera d’arte riesce anche oggi ad essere largamente ammirata? Quando un piccolo numero di ammiratori influenti se ne innamora; vale a dire impegna il suo amor proprio nel puntiglio di farla ammirare dagli altri, di sopraffare le eterne esitanze e incertezze dei più che non sanno giudicare, gridando loro nelle orecchie che quell’opera è un capolavoro. Naturalmente questo capriccio della vanità di solito è passeggero: ma gli interessi che impongono uno scrittore o un artista all’ammirazione del mondo non sono tutti così precari: anzi in generale io direi che la fama di un artista o di uno scrittore sarà tanto più duratura quanto più l’interesse che lo impone è stabile e forte. I grandi uomini fortunati sono quelli alla cui gloria provvede addirittura lo Stato!

L’Alverighi ascoltava meditabondo; e a questo punto interruppe come parlando a sè più che all’interlocutore:

— Ammireremmo noi ancora Virgilio e Pindaro, nell’anno di grazia in cui viviamo, se i professori di greco e di latino, da un capo all’altro dell’Europa, non fossero stretti in un formidabile sindacato per la conservazione degli studi classici e del proprio stipendio!

— Insomma, — conchiuse il Rosetti, assentendo con il capo — chiunque frughi un po’ nelle pieghe della sua coscienza, si accorgerà che noi ammiriamo le opere d’arte, quasi sempre, per preconcetto; perchè vogliamo ammirarle; e vogliamo ammirarle perchè siamo spinti da un interesse, o politico o nazionale o religioso o intellettuale o professionale o di amor proprio. E allora ci suggestioniamo, ci arrovelliamo, ci cantaridizziamo quasi direi! Gli interessi però non possono imporre l’ammirazione, se non dispongono di una forza sufficiente. Quindi nessuna bellezza artistica o letteraria può reggersi a lungo sulle altezze della gloria, se non è sostenuta da una delle grandi forze o autorità che governano il mondo. O da una religione, che la consacri con la sua santità. O da uno Stato, che la imponga con le scuole. O da una coterie, da una classe, da un partito, che con la influenza, il denaro, i sofismi dei critici e degli esteti obblighi la gente che vorrebbe badare ai fatti suoi ad ammirare. O da un popolo che abbia persuasi gli altri di essere da più di loro. O da una ondata di entusiasmo, da un contagio di suggestione che travolga le menti.... Ma guai all’arte o alla fama, sostenute da un interesse impotente! Cadrà, perirà, sparirà!

Da un pezzo io mi chiedevo se il Rosetti parlava sul serio o ironicamente, tanto questi ragionamenti mi parevano strani, pur non potendo negare che fossero ingegnosi e ben legati. L’Alverighi invece ascoltava raccolto, attentissimo, impassibile, senza fare un gesto o un cenno. E a questo punto interruppe:

— Mi persuado, mi persuado: siamo interamente d’accordo: non occorre che continui. Lei completa, non contradice le cose che ho dette ieri sera. Perchè lei non vorrà, spero, ammettere che sia eterno e assoluto quel che è imposto da interessi mondani! Questi sono tutti momentanei e caduchi. E quindi non ripeterà che l’America è brutta e perciò barbara, perchè non piace agli esteti e ai critici dell’Europa.

— No, non lo ripeterò io — rispose il Rosetti. — Io sono un mezzo americano e ho vissuto venti anni in America; e all’America debbo questi ozi che tanto mi godo.... Io dunque ho interesse a difendere l’America. Ma quelli che vivono in Europa e non sono pensionati da uno Stato americano? Se tutti gli uomini sono spinti dall’interesse a imporre agli altri come bello quello che tale pare — ad essi, allora è chiaro: bello sarà per tutti quel che vorrà che sia bello il più forte: o il popolo, o la classe, o la fazione o la cricca mondana o la cabala di critici o l’interesse commerciale e via dicendo. Il bello ed il brutto insomma dipenderanno dalla forza. Orbene: se l’Europa e l’America vengono a disputare intorno al bello ed al brutto, è chiaro dunque che bello sarà ciò che è proclamato tale tra i due continenti da quello che può imporre all’altro la sua opinione.... Ora è possibile dubitare che l’Europa sia oggi armata meglio dell’America, in questo duello? Vorrei poter affermare l’opposto io, che tanto debbo all’America, ma.... ma.... Ma l’Europa ha tradizioni, scuole, musei, monumenti, filosofie.... Lei lo vede del resto: qui a bordo io e lei, che siamo nati e cresciuti in Europa, siamo quasi d’accordo; ma il Cavalcanti e l’ammiraglio, che pure sono americani, si scandalizzano addirittura a sentirci ragionare a questo modo. L’America dunque non si reputa neppur capace di imporre al mondo un suo qualunque criterio del bello: si sente obbligata ad accettar quello o quei criteri che l’Europa si degna somministrarle e di solito piuttosto sgarbatamente. E allora? Lei ha dimostrato che tutti gli argomenti con cui si vuol giustificare questa sopraffazione sono dei sofismi: e lei ha ragione: ma che può questa sua critica, acuta sì e profonda, ma solitaria, contro il fascio di tanti interessi? Pensi che a mantenere in credito nei due mondi le diverse arti dell’Europa e i canoni che le informano, collaborano laggiù gli Stati, — ecco le baionette, Ferrero — le religioni, le scuole, i musei, la filosofia, i giornali, le riviste, la critica, un infinito esercito di artisti e di scrittori famelici, un altro esercito non meno sterminato di pubblici funzionari, nonchè non pochi industriali e mercanti, dagli editori ai fabbricanti di strumenti musicali e ai mercanti di quadri. Ed ecco, Ferrero, l’oro!... Presume lei, avvocato, ragionando a bordo del «Cordova» di poter distruggere questo formidabile potentato? Dunque zitto e creda a me: bisognerebbe che a sua volta l’America si muovesse un po’, prendesse animo, cercasse di imporre al mondo una nuova dottrina del bello: l’obbligasse a riconoscere che i «gratta-nuvole» sono più belli di Palazzo Vecchio....

— Questo poi! — esclamai io.