Ma Antonio non capì l’ironia. E continuò a raccontarmi che era andato al pueblo Alessandro a farsi, con quel capitale, albergatore e mercante: aveva comperato una mezza quadra, circa cinquemila metri quadrati: aveva costruito uno di quegli edifici rossi, a un solo piano, che chi viaggia la verde Argentina vede ogni tanto allinearsi contigui, otto o dieci, presso le stazioni della ferrovia; aveva aperto in quello un piccolo albergo e un almacen. Albergo e negozio avevano prosperato: ma qui pure non aveva voluto trattenersi più di cinque anni, perchè «i primi sono i più buoni» mi disse e i pueblos talora, dopo sette od otto anni, decadono, se i padroni riconducono sulle terre gli armenti. Non potei non ammirare in questo racconto una certa quale inconsapevole mischianza di accorgimento italiano e di ardimento americano; e:
— Hai fatto dunque fortuna? — chiesi a mo’ di conclusione.
La risposta fu che qualche cosa al sole ormai ce l’avrebbe: risposta abbastanza chiara in sè e chiarita ancor più dal sorriso che la sottolineò.... E allora, in un attimo, finalmente, dopo tanti anni, capii.... Capii che lo «zuccone» era un cervello fino e astuto, che aveva saputo seguir tenacemente per anni ed anni un suo secreto pensiero. Capii che ci aveva ingannati tutti, prevalendosi astutamente dell’obbligo in cui sapeva mio zio verso il suo protettore, che qualcuno diceva fosse suo padre: delle debolezze in cui così spesso incorrono le classi alte nel trattare il popolo: la bontà capricciosa, le collere bisbetiche, i rimorsi delle sfuriate, la noia dell’insistere, la leggerezza con cui esse così spesso giudicando il popolo scambiano l’ignoranza per stupidità; onde al popolo riesce facile di rinvoltare e nascondere nella sua ignoranza le armi più insidiose dell’astuzia. Capii che ora, venuto meno il bisogno di ingannarmi, ripigliava forza il naturale rispetto del popolo per chi sa, può e possiede più di lui; che sentendosi libero dalla mia autorità smetteva la antica insolenza di servo insofferente e confessava di averci ingannati, senza reticenze e vergogna, ma non per sfacciata protervia, bonariamente e rispettosamente, per mettere in bella mostra quel po’ di intelletto che la natura gli aveva largito e per farmi ammirare la sua bella riuscita: affetti ambedue troppo umani, perchè non debbano agitare altri cuori che quelli degli scrittori e degli artisti. Un’ultima curiosità mi punse: sapere come avesse persuasa la moglie al gran viaggio. Rise di nuovo con intelligente malizia.
— L’ho minacciata, se non veniva, di pigliarmi un’altra donna in America e di non tornar più.
Nè disse altro: ma lo guardai in faccia: e un nuovo lampo mi traversò la mente. Non era questa la ragione ultima per cui egli aveva perdonato alla moglie il suo fallo? Per poter vincere in lei la paura dell’Oceano, che si interponeva tra il vivere antico e la fortuna sperata? Non le aveva detto: «Io perdono, ma tu verrai laggiù»?
Il caso era curioso e non potei a meno di parlarne con i miei compagni di viaggio. A colazione infatti raccontai al dottor Montanari la parte della nostra conversazione che lo riguardava....
— Benone! — disse. — La colpa è mia, se sua moglie se ne muore.. Tutti così, del resto; per sospettare, per incriminare, per calunniare l’autorità, che talento hanno tutti! O santo austriaco bastone!...
Ma la Gina spiegò altrimenti i lagni di Antonio: la cura ordinata dal dottore probabilmente contrariava qualche idea che Antonio già aveva nella mente e perciò egli arzigogolava delle ragioni per convincersi che era inutile. Il popolo è fatto così! Si discusse un po’, e alla fine io narrai tutta la storia di Antonio. Ma il dottore che m’aveva ascoltato attento attento:
— Capisco adesso — esclamò premendosi con l’indice della destra la fronte — perchè non vuole che io curi sua moglie. È la sua vendetta, questa. Prima si è servito del fallo della moglie per ricattarla, trascinarla a forza in America e lì farla sgobbare come una schiava: adesso che ha fatti i denari le dà il ben servito: la fa morire a fuoco lento!
Protestai che il dottore era troppo severo. Antonio era, come tanti uomini del popolo, un miscuglio di intelligenza greggia, di egoismo nativo, di astuzia e di ingenuità: aveva solamente messo a frutto il suo perdono....