— E perciò scolpisce degli antropoidi, dei trogloditi, dei mostri! — rispose subito l’Alverighi. — Come il «Penseur»! Raffigurare l’intelletto, la facoltà più alta dell’anima in un corpaccio di facchino delle Halles! Ma vada al Louvre a vedere il busto di Omero, se vuol vedere il pensiero risplendere in un pezzo di marmo....
— Ma nel «Penseur» — replicò il Cavalcanti — Rodin ha appunto voluto scolpire il Pensiero imprigionato nella materia, che vive e lotta di continuo con essa. La bellezza della statua nasce appunto dal contrasto tra l’espressione del volto e la greve materia del corpo.
A questo punto intervenne la signora Feldmann, che aveva seguiti tutti questi discorsi — fatti in italiano — ricorrendo ogni tanto all’ammiraglio per farsi tradurre qualche frase.
— Rodin — essa disse, in francese — è uno scultore interessante, perchè nelle sue opere c’è sempre una idea. E l’idea spiega quel che lì per lì appare strano o disarmonico nella statua....
— Le idee, io le cerco nei libri — replicò in francese l’Alverighi. — Nel marmo voglio forme belle o sentimenti espressi con forza.
— Capisco allora — rispose la signora — che certe statue di Rodin non le piacciano. Ma certe altre, le devono piacere. Ha veduto, per esempio, il Victor Hugo che è nel giardino del Palais Royal? Che solennità spira dal volto meditabondo! E che bell’atteggiamento! Il braccio, ricorda il braccio teso (e fece il gesto, distendendo con energia il suo bel braccio nudo) come a tranquillare e a dominare? Quando guardo quel braccio, io vedo una folla immensa e agitata che a quel gesto si placa, fa silenzio, si appresta ad ascoltare il poeta.
Ma l’Alverighi non vide nemmeno quel meraviglioso braccio che si offriva bianco e vivo ai suoi sguardi: immaginarsi se si persuase di ammirare quello di marmo e lontano!
— Quel braccio enorme? — replicò. — Ma un braccio a quel modo lo tende chi vuol dare un pugno: non chi è immerso in profondi pensieri. La statua mi pare un braccio mostruoso, a cui è attaccato un corpo di uomo.... E non si sa perchè....
Si rovesciavano così l’un l’altro i propri ragionamenti, ma con impegno e sul serio, non per gioco, come l’Alverighi aveva fatto il sabato precedente, dissertando intorno ad «Amleto»: e chi sa quanto avrebbero durato al gioco, se il Cavalcanti non fosse intervenuto.
— Questa discussione — dicendo all’Alverighi — è una prova viva che i giudizi estetici sono rovesciabili. Ma a completare la dimostrazione lei mi dovrebbe spiegare ancora per quale interesse la signora, lei, ed io ci arrabbiamo tanto a disputare intorno alla scultura del Rodin. Lei e il signor Rosetti non pensano forse che in arte non ci sia odio o ammirazione che si voglia imporre altrui, senza un interesse?