L’Alverighi si volse allora al Rosetti; e:

— Venga anche lei, ingegnere — gli disse. — Spero di poterle annunciare che anche quest’ultima tirannide della vecchia Europa — l’arte — che lei crede imperitura o quasi, sta per cadere. È già quasi caduta, anzi: tempi nuovi sorgono; il mondo troverà finalmente la felicità nella ricchezza e nella libertà: l’ho scoperto stanotte! Appunto perchè l’interesse è il motivo delle nostre ammirazioni estetiche, il dominio intellettuale dell’Europa non può più durare!

VII.

Un’ora dopo, infatti, il Cavalcanti, il Rosetti ed io sedevamo a cerchio, sdraiati sui seggioloni, intorno a un piccolo tavolo, a due bottiglie di Champagne e a parecchie scatole di sigari, sul ponte di passeggiata, nel vano che a mezzo della nave faceva la parete di ferro, ripiegandosi dopo la porta delle cabine, per ascoltare le confidenza dell’Alverighi. La notte era senza luna e calda: sotto i nostri piedi la ferrea mole del «Cordova» fremeva sordamente: l’Oceano squarciato dalla nave scrosciava continuo nelle tenebre, come una cascata vicina e invisibile. L’Alverighi tracannò in fretta un bicchiere di vino; accese un grosso avana; appoggiò gli avambracci sui bracciuoli; si curvò un po’ come per avvicinarsi a noi; e senza badare ai passeggeri che, soli o a coppie, passeggiavano sul ponte:

— Già l’ho detto — incominciò. — Sono nato in una famiglia di asceti. Mio padre e mia madre — non ci posso pensare senza sentirmi una fitta al cuore, che essi sono morti ed io sono ricco — avevano ricevuti da Dio tutti i doni: la bellezza, la bontà, l’intelligenza: eppure che profitto ne ricavarono, nella vecchia Europa? Vissero nell’indigenza e nella servitù, lui insegnando rosa rosae ai ragazzi, lei educando con mille stenti parecchi figliuoli, senza lagnarsi mai, ma senza vantaggio di nessuno; perchè se almeno ci fosse, tra le migliaia di scolari che gli passarono per le mani, uno che sapesse ancora il latino! E io avrei dovuto continuare la tradizione!... A diciotto anni entravo studente in una facoltà di lettere e filosofia. Ero matto allora, l’ho già confessato: volevo imparare qualche cosa, studiando in una scuola dell’Europa: e quindi trovai subito gli infermieri pubblici che mi somministrarono la doccia, per guarirmi di questa follia. «Studi l’aoristo nei frammenti di Xenofane, se vuole un argomento serio», mi disse un giorno uno di questi professori, a cui avevo confidato di voler tentare per l’appunto uno studio sulla storia dell’idea del progresso. Che io mi fossi votato alla povertà no, non bastava: volevano anche a ogni costo ammazzare la mia intelligenza, ridurmi imbecille, quei miei dotti maestri: e perciò mi chiusero in una cantina; e lì si divertirono a sbriciolarmi davanti in minuzzoli i capolavori della letteratura e le grandi idee filosofiche; e mi obbligarono a raccattare da mattina a sera, ginocchioni, con il naso a terra, queste briciole impercettibili, oggi di qua, domani di là. Naturalmente sciupai quattro anni. Non che sia stato con le mani in mano: tutt’altro: in quei quattro anni abborracciai un romanzo, due drammi, un sistema di filosofia e non so quante altre corbellerie di questo genere; ma il bell’effetto di tutto questo scribacchiare e almanaccare fu che a diciotto anni mi credevo un genio e avevo torto; ma a ventidue, dopo quattro anni di studi, temevo di non essere buon’a nulla, e di nuovo pure avevo torto, perchè insomma, un certo ingegnaccio Domeneddio me l’aveva dato. Che ero capace di far qualche cosa, l’ho provato, mi sembra. Per fortuna, alla fine, mi ribellai e scappai in America. Si ricorda, Ferrero? A Rosario le raccontai di un certo mio professore.... Era il solo che mi volesse bene. Ma poveretto! era un po’ rimbambito: parlava dell’America come se ci stesse di casa e la conosceva quanto il pianeta Marte. Come mai s’era fitto in capo che l’America avesse proprio un così gran bisogno della filosofia dell’Europa? Fatto sta che mi ripeteva sempre che c’era troppa filosofia in Europa e troppo poca in America; che bisognava avviare una emigrazione di pensatori e di filosofi dal vecchio mondo verso il nuovo! Pazzie! Ma quanto le dovrei benedire, adesso, quelle pazzie! Perchè mi diedero la spinta di cui avevo bisogno.... E un bel giorno mi decisi e partii — non ridete — per l’America, con l’intenzione di insegnare, là, filosofia; sventatamente, così, sulla parola di quel mio maestro che mi ripeteva: «Va, va; un giovane d’ingegno come tu sei, troverà subito. Nei paesi giovani, sono i giovani che fanno fortuna....»

Tacque un istante, pensoso, come chi guarda a ritroso fatti e cose lontane. Noi pure tacemmo.... Indi ripigliò:

— Dunque quel che mi cacciò dall’Europa non fu la povertà: fu l’insufficienza di quella sua tanto vantata cultura, l’impotenza del suo sapere ufficiale.... Vi meravigliate? Eppure è così. Non vi meraviglierete, invece, credo, se io vi dirò che sulle porte dell’America trovai, ad accogliermi, la Fame! Per settimane intere ho pranzato e cenato con una tazza di latte. Ma insomma anche di pane solo si vive: e nei primi tempi l’appetito non fu il tormento peggiore.... Ricorda, Ferrero, la storia di quei tempi terribili? Gliela ho raccontata per disteso a Rosario!

Me ne ricordavo; non solo, ma aggiunsi che l’avevo già raccontata, in succinto, al Cavalcanti e al Rosetti.

— Benissimo! — continuò l’Alverighi. — Voi sapete quindi che dovetti a ventiquattro anni imparare una professione più seria che quella di filosofo; rifarmi da capo con gli studi, e che studi! E studiare la giurisprudenza non bastava: bisognava anche vivere. Ho fatto il contabile; ho scritto dei sonetti per nozze, ho compilato una guida di Buenos-Aires! Ma che strazio, ma che disperazione, ma che furori: io, io che laggiù avevo aspirato ad essere un uomo unico! Ora che la speranza era perduta, mi pareva che se fossi rimasto in Europa sarei diventato in pochi anni un grande scrittore: mi sentivo istupidire: per tre anni, si figurino, non osai tirar fuori dalla cassa i libri che erano stati la delizia della mia gioventù. Quante volte ho maledetta l’America! Un giorno pensavo di suicidarmi, un altro di imbarcarmi per l’Europa. Non potevo più guardare gli avvisi dei vapori che partivano, senza sentirmi bruciare gli occhi. Non ritornai, per orgoglio!

Fece una pausa; versò dello Champagne nei bicchieri; bevemmo tutti; mentre il Rosetti osservava che molti hanno trionfato in America, perchè al momento della disperazione non hanno potuto scappare. Il Cavalcanti aggiunse che in tutte le imprese la necessità fa più eroi che la natura. Mentre così parlavamo, vidi uscire dalla porta della cabina e passare innanzi a noi, quasi correndo, Lisetta, la cameriera della signora Feldmann.