— Alla fine — ripigliava intanto l’Alverighi — presi quella benedetta laurea di avvocato, entrai in uno studio di Rosario; e mi misi a questo ingrato mestiere. Ma chi me lo avesse detto, in Italia! E che tristezze ho provate! L’Europa mi stava proprio nel cuore; mi pareva di esser decaduto. Fu allora che incominciai a desiderare la ricchezza, ma per stordirmi, come un compenso, tanto per non camminare per il mondo senza una meta.... In Argentina, chi lavora, guadagna molto: io lavorai senza riposo: dopo due anni il mio avvocato si ritirò e mi cedette lo studio a buone condizioni: nel 1894 avevo risparmiato già trentamila piastre: e come fanno tutti, comprai un terreno, nella provincia di Buenos-Aires, che ne costava cinquantamila. Una banca mi prestò il denaro, che mi mancava. E allora, alla fine, un bel giorno, la Fortuna mi saltò improvvisamente al collo, quando meno me l’aspettavo. Fa sempre di questi scherzetti, in America, la Fortuna: la credete lontana mille miglia; e vi è alle spalle, che si avvicina in punta di piedi per non farsi sentire.... Proprio allora una pianticella dalle foglie d’oro invadeva le pianure argentine. Se li ricorda, Ferrero, quei campi sterminati di erba medica, i più belli del mondo, che abbiamo attraversati insieme in ferrovia? I Campi Elisi del mondo moderno, dove la vita rigermoglia dalla ferita stessa che l’ha troncata? dove seminata una volta l’alfalfa rivegeta indefinitamente dopo il taglio, sin tre volte all’anno e ad ogni anno nuovo? La pianta che cresce da sè, senza bisogno delle cure degli uomini, perchè da sè cerca con le lunghe radici l’acqua della terra sino a due metri sotto il suolo?... Seminato che sia una volta, non c’è più che da falciare....
In questo momento vidi ripassare frettolosi Lisetta e l’ammiraglio: ed ambedue entrare nella porta che conduce alle cabine.
— Una pianta che a coltivarla richiede così poche braccia, — continuava l’Alverighi — era un dono degli Dei all’Argentina: eppure l’Argentina per lunghi anni non se ne era accorta....
— Don Bernardo de Irigoyen però — interruppe il Rosetti — mi ha parecchie volte raccontato che tanti anni fa, sin dal 1860 se ricordo bene, aveva provato a seminare l’alfalfa, ma ci aveva rimesso non poco denaro.
— È vero, è vero — rispose l’Alverighi. — Ma allora l’erba non si esportava ancora in Europa e neppure la carne; l’Argentina non aveva stalle, i pascoli naturali bastavano. Il buon momento non era ancora venuto, insomma. Ma quando venne.... Vi racconterò solo il caso mio.... Uno dei tantissimi.... Perchè queste sono cose che in America capitano tutti i giorni e nessuno ci bada più.... Solo agli Europei, poveracci, sembrano miracolose. Dunque tre mesi dopo che avevo comperata la mia terra, scoprivo l’acqua a un metro di profondità, e un anno dopo la vendevo per duecentomila piastre. Ripagata la banca mi restavano più di centosettantamila piastre, quasi quattrocentomila lire, guadagnate in un anno: quanto bastava per ritornare in Italia a vivacchiare di rendita.... Confesso che, a sentirmi quel mezzo milioncino in tasca, un momento tentennai anche io, ma un momento solo!
Fece una pausa; tracannò un bicchiere di Champagne, e continuò con foga crescente:
— Sicuro, sono rimasto: e per diventare un savio! L’America e l’alfalfa e non l’Europa e le sue Università mi hanno fatto filosofo. Si ricorda, Ferrero, tutti quei banchieri, estancieri, chacareri, mercanti di grano, francesi, inglesi, tedeschi, italiani, argentini, che lei ha intravisti a Rosario nei clubs, nei ricevimenti, nei banchetti, in quei tre giorni che è stato tra di noi? Lei li ha visti di volo: io invece, mi buttai a capo fitto negli affari, e dovetti viverci in mezzo: ma che meraviglia, a mano a mano che li conoscevo! Non potevo credere ai miei occhi; mi pareva di sognare; ero sbalordito. Ma come? Erano dunque venuti da ogni parte del mondo; si erano ritrovati per caso sulle sponde del Paranà; non tutti erano uomini di gran sapere e levatura; tutti vivevano nel basso mondo della materia, come si dice in Europa; per arricchire.... Eppure.... Lei se ne è persuaso, non è vero, Ferrero? Quelli, come gli uomini di affari delle due Americhe, sono uomini, non bestie feroci: si mordono, ma non si sbranano: ciascuno vuole il vantaggio suo e non il danno, l’umiliazione, la disperazione, la morte del rivale; non c’è sconfitta definitiva laggiù, per chi non si perde d’animo; sono tutti ottimisti e si vergognerebbero di non sperar bene dell’avvenire. L’ottimismo americano! Ma è una meravigliosa aurora boreale nella grigia storia del mondo, l’ottimismo americano! e l’Europa qualche volta osa perfino sorriderne, come di una fanciullaggine! Del resto ne abbiamo qui a bordo un campione: il Vazquez. C’è uomo più calmo, sereno, composto, misurato, preciso, sicuro di sè, ottimista? Ora supporreste voi che quell’omino così semplice e gentile, a misurar tutte le terre che ha, possiede qualche cosuccia grande come la Lombardia? Possedere la Lombardia! Sono cose che fanno venire le vertigini, in Europa.... In America invece chi se ne stupisce? Può capitare a tutti, un giorno o l’altro.... Dunque io mi vidi trasportato, come in sogno, in mezzo a persone alacri, svelte, destre, vigorose alla difesa del proprio interesse; ma non inacidite, nè maligne e perverse; esenti da quell’orribile gelosia per cui ogni bene altrui tormenta come un male proprio; consapevoli che i loro piccoli conflitti quotidiani si riconciliano nel progresso universale, da cui il paese è travolto; gente solida, insomma; uomini veri e non ombre; nice fellows, come dicono nel Nord, che valgono tanto oro quanto pesano! E profondamente stupefatto mi volsi allora verso l’Europa: e vidi gli uomini che vivono al di sopra dei sordidi interessi della ricchezza, nell’atmosfera olimpica delle idee e delle forme pure....
Fece una pausa.
— Li vidi rabbiosi, invidiosi, maligni, bugiardi, intolleranti, perversi, immondi! — esplose poi.
Sorridemmo: ma in quel momento un cameriere che passava, vedendo vuoti i nostri bicchieri, si avvicinò, riuscì, con il vino residuo, a ricolmarli ancora una volta. Interrompemmo la conversazione per bevere; e allora il Rosetti ci propose di levarci e di continuare il discorso passeggiando sul ponte. Il Rosetti e l’Alverighi nel mezzo, il Cavalcanti ed io ai loro fianchi, il Cavalcanti dalla parte della parete e dell’Alverighi, io a lato del Rosetti e dalla parte della ringhiera, incominciammo tutti e quattro a passeggiare su quello stretto margine illuminato della infinità tenebrosa, lunghesso lo scrosciar di cascata dell’Oceano squarciato dalla nave, voltando ora le spalle alla prua ora alla poppa, e ciascuno girando su sè medesimo, ogni volta che giungevamo all’uno dei due capi. Intanto l’Alverighi continuava: