— Lei, signor Cavalcanti, mi chiedeva l’altro giorno nel suo bellissimo discorso.... A proposito: c’erano delle idee in quel discorso: ah se lei non europeizzasse tanto!... Dicevo, dunque? Sì: lei mi chiedeva perchè in Europa ogni filosofo, ogni scrittore, ogni artista voglia essere solo; e se potesse sterminerebbe tutti i suoi rivali; e poichè non può nè avvelenarli, nè farli uccidere da dei sicari, nè deportarli con una lettre de cachet in qualche nuova Bastiglia o in lontane terre malariche....
— Ma io non ho accusato di tanti misfatti — interruppe ridendo il Cavalcanti — l’alta cultura dell’Europa. Ho lamentato solamente che sia così intollerante!
— Insomma, — ripigliò l’Alverighi — non potendo toglier di mezzo i propri rivali, cerca di screditarli con ogni mezzo. Perchè il maestro scomunica il discepolo se fa un passo solo fuori dei confini del suo sapere; e il discepolo si affretta a rinnegare il maestro appena si accorge che l’ha spremuto fino alla buccia? Perchè i vecchi fanno finta di non vedere i giovani, e i giovani gridano loro alle spalle: crepate al più presto? Perchè giovani e vecchi, grandi e mediocri, sono tutti cannibali?
Fece una pausa. Il Cavalcanti non mosse parola.
— Non se lo spiega, non è vero? — riprese. — Perchè lei è un americano. Ma io sono stato, pur troppo, europeo: e io, sì, me lo spiego. Quando ebbi finalmente la felice idea di voltar le spalle al vecchio mondo e di salpare per l’America, lo crederebbe lei? eppure io avevo già contratte tutte le febbri palustri del mondo mediterraneo. Tutte, a ventidue anni! La febbre filosofica, la febbre letteraria, la febbre politica, tutte le febbri malariche che fermentano nella vecchia palude greco-latina: la smania di eccellere, di gioire, di farsi grande, ricco, potente, celebre, unico per opposizione, in mezzo alle discordie, alle guerre, alle rovine, al disordine. A quella tenera età ero già stato verista e romantico, mistico e materialista, bacchettone ed ateo, monarchico e socialista; così, come si fa in Europa, non per amor di un principio ma per puntiglio, per vanità, per odio del principio opposto e delle persone che lo professano, per la smania di far carriera o di arraffare qualche impiego o di far parlare di sè.... La guerra è il principio di tutte le cose, come diceva Eraclito. Ma l’Argentina mi risanò. Quando, piccolo e inesperto, mi trovai di fronte quell’infinito e placido oceano di pianure che distendono da un orizzonte all’altro la divina loro tranquillità verde; e lì — altro che libri e chiacchiere! — dovetti seminare, mietere, vendemmiare, falciare, incominciai finalmente a ragionare. Rodersi, mentire, infliggere a sè ogni sorta di privazioni, commettere ogni sorta di perfidie, dilaniarsi, per contendersi il dominio di nomi, la proprietà di soffi di voce, il regno di parole che non hanno senso e di opinioni che mutano come le nuvole, quando c’erano ancora tante pianure intatte in cui affondare l’aratro? C’è forse nella vita impresa più nobile, più alta, più bella che il produrre ricchezza: dei beni, cioè cose che sono buone per definizione, che giovano a tutti, che a tutti dànno felicità, appagamento, comodo, piacere, sicurezza? Ma ditemi dunque: che cosa ha sognato l’uomo sin dalle origini del tempo se non il Paradiso Terrestre, la Terra Promessa, il Giardino delle Esperidi, l’Età dell’oro, l’Arabia Felice: una unica cosa, sotto nomi diversi, l’Impero della natura e l’Abbondanza? E il gran mito fantasticato per tanti secoli rabbiosamente, non si avvera forse alla fine, di là dall’Oceano, in quei paesi miracolosi dove una pianta sola, l’alfalfa, il grano, il lino, il cotone, il caffè, possono fare, in pochi anni come nella favola, di un pezzente come ero io un milionario, di un deserto e di un villaggio, uno Stato fiorente e una splendida città, come San Paolo del Brasile? E come è possibile che l’Europa non se ne dia per intesa; e continui a infuriare, odiare, scomunicare, maledire; e macchini tormenti e violenze; e storpi migliaia di giovinezze fiorenti, come storpiò la mia, per decidere se il mondo deve esser governato in nome di Dio o in nome del popolo, se l’arte classica è più bella della romantica, se una persona intelligente ha il diritto o non lo ha di mandare una buona volta a quel paese Omero e Cicerone; e qual paese valga più, o la Francia, o l’Inghilterra, o la Germania: tre pezzetti di terra che ci vuol la lente a scoprirli sul mappamondo a paragone dei nostri Stati! E da quel giorno, lentamente ma ininterrottamente, sino a questa mattina, ho ricuperata a poco a poco la vista, da cieco che ero; e ho incominciato a vedere, prima come in un barlume poi più chiaramente, il mondo in una parte gioire e risplendere come un’aurora; intristirsi e abbuiarsi nell’altra come un tramonto; quella profondere cantando le sue libere energie nella conquista dell’Abbondanza, l’altra giacer torpida e dolente sotto la tirannide di una oligarchia di giuristi, di filosofi, di letterati, di artisti, di teologi; e finalmente dopo infiniti sforzi, fatiche, esitazioni, questa notte, riflettendo ai suoi discorsi dell’altro giorno, ingegnere, ho capito.... sì ho capito.... Ho capito che la storia per un pezzo si era sbagliata....
Ma a questo punto mi sentii chiamare per nome: mi voltai e vidi pochi passi distante, l’ammiraglio che mi faceva cenno di andare a lui.
— Scusi se la disturbo, — mi disse, quando gli fui vicino — ma ho bisogno, proprio bisogno di lei. Cavalcanti l’ha informato, credo, delle peripezie della signora Feldmann.... Ebbene.... Lei non ne ha colpa; lei non sapeva; ma quelle benedette cose che lei ha dette sul divorzio negli Stati Uniti sono da due giorni una spina al cuore della povera signora. Anche adesso smania, piange, grida che il divorzio è già fatto, che essa non arriverà a tempo, che vuol suicidarsi. Io ho tentato di calmarla; ma non mi crede; dice che sono bugie pietose, le mie.... Mi faccia il favore, venga anche lei; e le ripeta quel che ha detto al Cavalcanti.
Sebbene mi spiacesse di lasciare la conversazione sul più bello, seguii l’ammiraglio, al ponte superiore, dove erano le cabine di lusso. Ancora vestita dello sfarzoso abito scollato di velo azzurro indossato per il pranzo, la signora giaceva prona sul letto, il braccio sinistro appoggiato ad arco sul cuscino, la fronte appoggiata sul braccio, e il volto nascosto in pieno, singhiozzando sommessamente; mentre accanto a lei Lisetta, la cameriera, stava in piedi, reggendo in mano un bicchiere ed un cucchiaino, con l’aria compunta di chi offre inutilmente a un malato una medicina già rifiutata. Dalla magnifica capigliatura che copriva mezzo il cuscino ai due piedini calzati nelle scarpette di raso che uscivano di sotto la veste in fondo al letto, il bel corpo giaceva in un atteggiamento di disperato abbandono; e sole le spalle nude sussultavan ogni tanto allo scoppiar dei singhiozzi, quasi balzando fuori dal busto. Non si mosse quando entrammo: noi pure tacemmo un istante sinchè l’ammiraglio disse:
— «Madame, voici monsieur Ferrero....»
A udire il nome, la signora subito si mosse; si levò rapida sul fianco; si mise a sedere, raccogliendosi intorno alle gambe la veste; e mentre cercava di riassettare alla meglio i suoi pettini e i suoi capelli e si asciugava gli occhi, mi domandò scusa di ricevermi a quel modo. Io risposi come si conveniva; e poi, mentre Lisetta si rincantucciava, incominciai un discorso di circostanza, par confutare quello che avevo detto sabato sera; cercando di persuaderla che una persona in vista non poteva far divorzio a quel modo: troppo grave scandalo ne sarebbe nato! Essa mi ascoltò per un certo tempo guardandomi immobile; poi a un tratto scosse la testa, e con aria sconfortata: