— Io no — risposi. — Ma mia moglie è medichessa: ne parli con lei....
E continuammo così a discorrere per un pezzo di varie cose, sempre più pacatamente; mentre io chiedevo a me stesso perchè quella donna che, come l’ammiraglio aveva provato ragionando a fil di logica, aveva così pochi motivi di temere, fosse invece così agitata ed inquieta; e se essa poi diceva il vero affermando che il divorzio interromperebbe all’improvviso una convivenza durata così a lungo, senza discordia o nuvola alcuna. Il caso sarebbe stato ben singolare, allora! Alla fine, quando la signora ci parve interamente tranquillata, ci ritirammo.
Era quasi il tocco. Scesi sul ponte, per vedere se l’Alverighi, il Cavalcanti e il Rosetti c’erano ancora. Il ponte era deserto. Quasi due ore erano passate in quella conversazione e consolazione della signora Feldmann: e in due ore la discussione, o meglio la dissertazione dell’Alverighi, doveva essere terminata. Mi appoggiai un istante alla ringhiera e alzai lo sguardo alla volta stellata... Quando ad un tratto, per la prima volta, in fondo alla tenebra notturna, lucida e quasi silenziosamente sorridente come un vecchio amico che comparisce innanzi di sorpresa, vidi l’Orsa maggiore. Una improvvisa tenerezza mi vinse: quella grande costellazione dell’emisfero settentrionale, mi parve si mostrasse ad annunciare i parenti, gli amici, la patria che ormai avvicinavano; quel mare mediterraneo su cui essa brilla dall’eternità, e che il facondo Alverighi aveva paragonata a una antica palude, densa di miasmi e di febbri.
PARTE SECONDA.
I.
Come e quando la storia si fosse sbagliata, me lo riferì, la mattina dopo, il Rosetti, verso le nove. Mi ero destato tardi, quella mattina, e dopo essermi recato a raccontare alla mia signora i discorsi e i pianti della sera precedente, ero uscito sul ponte, a contemplare l’oriente abbagliante di vapori diffusi; il sole che, sebbene già alto e cocente, non aveva ancora lacerato totalmente il velo di argentea caligine in cui si ravvolge sovente all’uscire dai mari caldi; il fiume di fuoco che dall’orizzonte avanzava, corruscando, verso il «Cordova», per mezzo all’Oceano azzurro. Sul ponte avevo barattata qualche domanda con parecchi passeggeri, intorno all’equatore, che in quel giorno dovevamo passare. — Passeremo? A che ora? A mezzogiorno? Nel pomeriggio? — E infine sul ponte di sopra, a tribordo, avevo trovato il Rosetti.
— Dove sei scappato, ieri sera? — mi domandò, appena mi vide.
Conoscevo la sua discrezione; e glielo dissi senza reticenze.
— Peccato — esclamò, quando ebbi finito — che tu non abbia sentito l’elogio di Colombo!
Poichè la storia si era sbagliata sino alla scoperta dell’America, e chi l’aveva rimessa in carreggiata era stato proprio Cristoforo Colombo. Il Rosetti mi raccontò che, me partito, l’Alverighi si era maestosamente librato, per un quarto d’ora, sopra l’abisso dei secoli; affermando niente di meno che fino alla Rivoluzione Francese gli uomini avevano messo il carro innanzi ai buoi, ostinandosi a voler far bello e buono il mondo prima ancora di conoscerlo e possederlo tutto: ad assettare e adornare la casa, prima di averla costruita. Dalla Grecia che insegna al mondo a trattar lo scalpello e la penna, al Medio Evo, che edifica le cattedrali e i palazzi della più fantastica e multiforme architettura di tutti i tempi: dall’Egitto dei Tolomei, onde la bellezza ellenica illuminò degli ultimi sprazzi le case opulente del mondo mediterraneo; alla Roma dei Papi e a Venezia, che vestono di marmi, sete e velluti la loro potenza e fortuna; alla Francia del secolo decimottavo che eterna tre sovrani negli stili di quella sua arte decorativa impostasi al mondo: da Augusto, che protegge Orazio e Virgilio e rifabbrica di marmo l’antica città di mattoni; a Luigi XIV che protegge Racine e Molière; alla marchesa di Pompadour che si sforza di far Parigi capitale delle Eleganze: eternare una forma della bellezza non fu forse la maggiore ambizione e aspirazione di tutti i potentati del passato, non indegni della propria fortuna? E quanti sforzi per stabilire nel mondo il regno o della santità o della giustizia o di ambedue: dall’Impero romano che crea il diritto, al Cristianesimo che vuol mondarci dal peccato, alla Rivoluzione Francese che promette al mondo la libertà, la fratellanza e l’eguaglianza! Così gli uomini per tanti secoli cercarono in ogni parte uno specchio di perfezione che in nessuna esisteva: finchè sullo scorcio del quindicesimo secolo, finalmente! era apparso l’uomo «più che divino!» Di tale epiteto l’Alverighi aveva incorniciato Cristoforo Colombo. Cristoforo Colombo non scoprì solo l’America, ma ridonò all’uomo una seconda volta il globo terrestre già dato a lui da Dio, perchè glielo fece alla fine conoscere. «A ogni passo che Egli faceva nell’Oceano, la terra si ingrandiva di un miglio, sotto i piedi dell’uomo» par che avesse detto, con linguaggio alquanto biblico, l’Alverighi. L’impresa di Cristoforo Colombo fa insomma alla fine intendere all’uomo il dovere di esplorare e di conquistare tutto il pianeta: ma a mano a mano che vide ingrandirsi da ogni parte la terra, l’uomo si sentì piccolo; onde nacque in lui timido da prima e prese poi vigore e ardimento strada facendo, il proposito di pareggiare le sue forze alla ampliata grandezza del mondo. Null’altro che questo proposito ardito e bello è quel che noi chiamiamo comunemente il progresso: e l’uomo lo aveva recato ad effetto, creando la scienza e la macchina. La conquista della terra per via della scienza e della macchina era dunque la grande gesta iniziata sotto nome di progresso nella storia del mondo, dopo la scoperta dell’America: e un lento ma inevitabile effetto di questo rinsavire della storia era il progressivo «disinteressarsi» dell’arte. Un tempo, prima che l’America fosse scoperta in mezzo all’Oceano e le macchine inventate, quando i popoli e le città e i sovrani gareggiavano tra loro a far ciascuno più bello il piccolo territorio in cui vivevano, anche un’arte sola, la pittura o la scultura o l’architettura, per esempio, potevano essere per un popolo fonte di guadagni copiosi, ragione importante di prestigio. Lo Stato, la Chiesa, i sovrani, le famiglie cospicue, gli uomini autorevoli si sforzavano perciò di imporre questa o quell’arte all’ammirazione di tutti. Oggi non più: noi vogliamo e dobbiamo conquistare la terra, con i capitali e le macchine; e nessuna autorità umana si cura dunque più di imporre agli uomini nessun modello di bellezza; e ogni uomo è fatto libero di crearsi da sè il modello suo, la sua misura, il suo criterio; e qui udì anche di giudicare che New-York è la più bella città del mondo. Molti uomini non si sono accorti ancora che le catene di questa antica servitù spirituale sono cadute dalle loro braccia; e continuano a servire docilmente un tiranno che non esiste più; per questa ragione il Rosetti aveva potuto credere che gli uomini anche oggi domandino un padrone e un tiranno nelle cose dell’arte: ma chi non sa che tutte le autorità del mondo sempre sopravvivono un certo tempo a sè medesime nella paura degli uomini? E l’Alverighi aveva conchiuso che anche la bellezza, alla stessa guisa di tutti gli altri potentati umani e divini, si era per secoli imposta al mondo, come il Rosetti diceva, con le baionette e con l’oro: ma il suo tirannico impero era destinato a cader sotto l’invasione delle macchine e delle ricchezze dell’America, che libererebbero il mondo dall’ultima tirannide della vecchia Europa!