E tutti speravamo — non so perchè — che sarebbe tra poco, verso il mezzodì. Evocammo intanto dei ricordi. Il Cavalcanti era melanconico, e pieno di saudade, come sempre, quando si avvicinava all’equatore; perchè nel momento di uscire dall’emisfero nativo, rivedeva a un tratto, come in un miraggio, per vederli poi subito dileguare, i meravigliosi paesaggi equatoriali della sua terra nativa. Ma l’ammiraglio lo canzonò:
— Non abbia paura — disse a me. — Dimenticherà le foreste dell’Amazzonia e gli splendori dei tropici, appena passeggerà nel Bois de Boulogne. Come tutti i Brasiliani del resto!
Il Cavalcanti sorrise: ma continuò a divagare.
— Amo questo azzurro fulgore dei mari equatoriali. Mi ricorda il più bel mare della terra; il Mediterraneo di estate. Questo è un mare greco-latino..... Di qui dovevano passare i figli della Grecia e di Roma alla conquista del Brasile e dell’Argentina! Si ricorda invece, Ferrero, l’Atlantico del settentrione? Sempre piovoso, ventoso, grigio, torbido, gonfio.... Mare da Vikinghi: strada per le dure razze, che hanno popolati gli Stati Uniti: troppo aspra per noi, vecchie razze.
Irruppe allora l’Alverighi:
— Ed io invece passerò oggi sull’ombelico della terra, come direbbe un Omero moderno, per la dodicesima volta! E ogni volta più, qui sul confine dei due emisferi, nella vampa dei tropici, mi sento invaso da un tripudio, da una esaltazione, da un’ebbrezza indicibile, orgiastica, divina: sento di essere come un re potentissimo, un gigante di forza smisurata; un semidio.... Sì, un semidio! Quando penso a quegli uomini piccini piccini, in mezzo a cui vissero Giulio Cesare e Dante, che per tanti secoli si rimpiattarono come talpe nella buca del Mediterraneo, che non sapevano neppur quanto fosse grande il mondo! E quando invece contemplo me stesso in atto di banchettare tranquillamente, in questo natante castello di ferro, tra l’America, l’Africa, l’Europa, in mezzo a questa infinita pianura di acque, che nessun occhio umano aveva vista dal principio dei secoli, che era stata il selvaggio regno del vento e del sole sino a quattrocento anni fa.... No: noi che siamo nati dopo la scoperta dell’America, nel secolo delle macchine, noi non apparteniamo più alla stessa razza, che popolava prima la terra; noi siamo una superumanità....
— Ma noi non scriveremo più una seconda «Divina Commedia».... — sospirò il Cavalcanti.
— Pazienza! — rispose tranquillo tranquillo l’Alverighi. — Sarà poi un gran male, se progrediamo e conquistiamo la terra?
Ci guardammo in faccia; e: — Tocca a Dante, quest’oggi — fu il pensiero di tutti.
Ma l’Alverighi sorrise, con compiacenza.