— Ai bagni, un anno, — disse essa sorridendo, — nostro figlio vide certi sandali ai piedi di alcuni suoi amici che gli piacquero assai e li volle anche lui. Ma dovette aspettare alcuni giorni che fossero pronti: giorni d’attesa: li sognava persino! Finalmente arrivano: io vidi subito che al piede destro il puntale era un po’ corto e che il dito mignolo usciva fuori. «Ma che! Vanno benissimo!» gridò, e via di corsa saltando e gridando, come un matto, per mostrarli agli amici. Un po’ gridò, saltò e si pavoneggiò; ma poi, passata la prima gioia, incominciò a sentire il dito che gli doleva. Per un certo tempo resistè ma finalmente, il giorno dopo, non reggendo più, venne da me e serio serio: «Sai, mamma, i sandali vanno benissimo: ma il mio dito mignolo è troppo corto». Noi siamo oggi innamorati delle macchine, come Leo dei suoi sandali: e tutti i giorni imputiamo a noi i loro difetti: accusiamo il dito di essere troppo corto, perchè il puntale non è abbastanza lungo. Producono troppo? non è colpa loro: è colpa nostra che ci contentiamo di poco! Ci incalzano a lavorare e a vivere con tanta furia, che ci piglia l’affanno e perdiamo il respiro? Ma che: non sono esse che corrono all’impazzata: siamo noi, degli animali tardigradi e torpidi. Distruggono tradizioni, propagano vizi, dissolvono la famiglia? Ma nemmeno per sogno: siamo noi che siamo gente anti-diluviana, misoneista, nemica del progresso! Il dito mignolo è troppo corto!
Dante e l’equatore erano ormai dimenticati da tutti, anche dall’Alverighi. Ma nessuno capiva per qual ragione fosse apparso ad un tratto nella discussione e con tanto impeto un nuovo campione e a difesa di una così ardita teoria. Sentii che occorreva spiegare un po’ questi discorsi e queste allusioni di mia moglie; ed entrato di mezzo raccontai difatti come essa avesse alcuni anni prima fatti studi e ricerche intorno alle macchine, le quali però avevano quasi spaventato così suo padre come me, pendendo a conchiudere che la macchina lavorerebbe con maggiore dispendio sociale che la mano e che i progressi della grande industria meccanica sarebbero una calamità, specialmente per i paesi poveri. Avevamo — suo padre ed io — discusso a lungo con lei intorno a queste tesi e ai fatti che dovevano provarle: ma nè lei aveva persuaso noi, nè noi lei; finchè queste discussioni, e forse anche certe gravi difficoltà incontrate in alcuni punti più oscuri della questione l’avevano indotta a chiudere in un cassetto i suoi voluminosi quaderni di note.
— Se però sente parlar di macchine, — conchiusi — piglia subito fuoco anche adesso. Stia attento, avvocato, lei non sa a che cimento si mette.
Incuriositi da questo racconto, meravigliati dall’arditezza della tesi, e ormai dimentichi del precedente discorso, si volsero tutti verso la nuova interlocutrice invitandola a svolgere la sua teoria.
— Avanti, signora, — incoraggiò sorridendo il Rosetti. — Vediamo se convince anche me, che ho spesa metà della vita a insegnare la meccanica.
Ed ella, che aveva già finito di far colazione, stava appoggiata alla spalliera della sedia, con le mani in grembo, sorridendo, un po’ incerta e impacciata, come chi, slanciatosi troppo in principio, tituba poi quando se ne avvede. Sinchè si risolvè e si avviò con una certa esitanza da prima e rinfrancandosi poi, a mano a mano che procedeva nel discorso.
— Quello che io penso della macchina.... Dirlo non è facile, così, in poche parole.... Intendo sopratutto le macchine moderne, l’orgoglio dei nostri tempi, quelle mosse dal vapore o dall’elettricità. Orbene: perchè dopo averle fabbricate, dimentichiamo che sono fattura delle nostre mani e ci inginocchiamo davanti a loro! Perchè esse producono la ricchezza più velocemente e in maggiore abbondanza che le mani. Non è così? Ma allora è facile argomentare quel che occorre, perchè le macchine possano renderci servigio per davvero. Occorre innanzi tutto che abbondino le materie greggie: se no, che cosa trasformeranno? Secondo: che abbondi il capitale; perchè si richiede molto capitale per fabbricarle e metterle in opera. Terzo: che dell’oggetto fabbricato ci sia grande e urgente richiesta: vera carestia o quasi: se no, non ci sarebbe ragione di fabbricarne tanti, con tanta fretta, spesa e fatica. Mi sono spiegata chiaro? Carestia, dunque, ho detto. Ma può la carestia essere permanente, eterna, continua? Io direi di no: perchè in una maniera o nell’altra, presto o tardi, per necessità, qualunque sia l’oggetto desiderato, consumo e bisogno si devono adeguare.... O crescono i mezzi per soddisfare il bisogno o il bisogno scema: di qui non si scappa, parrebbe. Quindi la macchina non dovrebbe poter servire, a giudicare a lume di buon senso, che in tempi di straordinaria carestia, per soddisfare in poco tempo una richiesta grande e urgentissima. Per servire di continuo occorrerebbe che esistesse anche la carestia permanente....
Le premesse del breve discorso erano riuscite lucidissime a tutti: ma non così le conclusioni.
— La carestia permanente?... — disse l’Alverighi. — Ma neppur ora capisco. Lo ha detto anche lei che la carestia non può essere eterna!
— La macchina fa l’abbondanza, non la carestia — osservò l’ammiraglio.