— Anche questo — rispose la Gina — è un punto oscuro assai: chiarirlo non è facile.... Bisognerebbe forse che raccontassi la storia della macchina....
Fece una pausa, e poi risolutamente, sempre rivolgendosi all’ammiraglio: — Per qual ragione — disse — crede lei, ammiraglio, che la grande industria a macchina sia nata proprio in Inghilterra e proprio alla fine del secolo XVIII?
— Perchè sino allora — rispose invece dell’ammiraglio l’Alverighi — nessun popolo era stato così intelligente e ardimentoso da iniziare un tanto rivolgimento. L’America riconoscerà sempre all’Inghilterra questa gloria, anche quando l’avrà spogliata del suo impero industriale.
— E come spiega, allora — chiese la Gina — che nessun popolo d’Europa sia stato sino alla seconda metà del settecento più avverso alle macchine dell’Inghilterra? Il governo le proibiva, e gli operai le rompevano.... Perchè l’Inghilterra aspetta a convertirsi tra il 1770 e il 1790; e quando si converte si mette a filare e a tessere con le macchine non, per esempio, la lana, che in Inghilterra era un’arte antichissima, secolare, paesana, ma il cotone che era ancora un’arte dell’India? «Indiennes, bengalines, calicot», che è Calcutta: i nomi dicono chiaro donde venivano, nel seicento e nel settecento, i panni di cotone che si consumavano in Europa e nelle colonie d’America. La Francia e l’Olanda erano le nazioni che ne facevano il maggior commercio con l’India: non l’Inghilterra, che anzi, a certi momenti aveva perfino tentato di proibire ai suoi sudditi i panni di cotone, per proteggere i panni paesani.... Ma ecco in quel ventennio l’Inghilterra vince invece l’Olanda e la Rivoluzione lega le mani alla Francia: l’Inghilterra resta dunque padrona dei mari e allora la vediamo fare ad un tratto il suo repentino voltafaccia. Perchè? L’Inghilterra non è mai stata molto originale; lascia di solito gli altri provar le cose nuove; ma in compenso sa agguantare con risolutezza quando il momento è giunto. E l’Inghilterra capì allora che quelle macchine tanto odiate sino allora, che parevano dei sogni di menti bislacche, potevano servirle in quel momento unico e passeggero, se lo sapeva cogliere, a spogliar l’India di quella sua antica arte; a conquistare in pochi anni i mercati dell’America e dell’Europa, che erano stati sino allora clienti dell’India. E difatti subito, con diritti enormi, proibì l’esportazione dei tessuti dall’India: obbligò gli Indiani a venderle il cotone greggio; abolì tutti i divieti emanati prima contro il cotone; vuotò con questa violenza e fece la carestia nei mercati d’Europa e di America; monopolizzò la materia greggia. Nel tempo stesso portò alle stelle gli spregiati inventori di macchine e li incoraggiò con ogni sorta di premi; vide infatti apparire tra gli altri Watt e Arkwright; moltiplicò le filature meccaniche, inchiodò al telaio di giorno e di notte, nelle città e in campagna, nelle case loro e in laboratori, uomini, donne, vecchi, fanciulli: si scervellò per inventar ogni sorta di macchine; e in pochi anni l’importazione del cotone greggio e l’esportazione delle stoffe quadruplicò, se ben ricordo. Nel 1815, quando l’uragano della rivoluzione dileguò, il mondo si ritrovò in grembo questa specie di nuovo mostro inaspettato — la grande industria a macchina — che era nato in mezzo a quella tempesta. Una delle più spaventose convulsioni della storia lo aveva vomitato all’improvviso sulla terra.... E avrebbe dovuto sparire, quando il mondo si ripacificò. Poichè insomma questo grande sforzo era stato fatto per sfrattare una situazione momentanea, insolita, quasi unica, che non poteva nè durare nè ripetersi.... Invece il mostro visse, anzi prolificò....
Ma in quel momento la macchina del «Cordova» fischiò, roca, bassa, rabbiosa.
— L’equatore, l’equatore! — gridammo, balzando in piedi, tutti, fuorchè il capitano che, deponendo pacatamente il tovagliolo, sorrideva e faceva cenno di no con il capo, mentre i camerieri si avvicinavano sussurrando ossequiosamente:
— È mezzogiorno!
Ma ormai la conversazione era stata scompigliata da quel fischio improvviso; chi si era levato non si sedette più: uno dopo l’altro si avviarono tutti verso l’uscio. Andammo quasi tutti a tribordo, ad aspettar che l’ufficiale venisse a segnare sulla carta il percorso, discutendo intanto animatamente intorno alle macchine. Ma — oh delusione — non eravamo giunti che a un grado e 29 minuti di latitudine, a 30 gradi e 11 minuti di longitudine! Non c’era quindi speranza di trapassare nell’altro emisfero prima di sera: ci disse l’ufficiale. L’ora era caldissima: sul sole si era disteso un velo di vapori sottile ed ardente: nell’immensa cerchia dell’orizzonte, le nuvole si accavallavano, facevano montagne, grigie alle basi, abbaglianti le vette: il mare e il cielo si scolorivano, nell’afa velata e annuvolata che pesava sull’Oceano. Ad uno ad uno, ci disperdemmo al riposo, nelle cabine, dopo aver convenuto che a pranzo, la sera, avremmo continuato il discorso intorno alle macchine.
La mia signora spesso mi aveva ripetuto che in questo secolo si può negar Dio, la patria, la famiglia, ma la macchina no; chè il dubitar della macchina sembra un folle ardimento non meno che l’oppugnare ancora la rotazione della terra o l’immoto stare del sole. Mi coricai per la siesta, pensando che essa aveva proprio ragione. Quella sua non premeditata interruzione era stata bastevole a suscitare di improvviso una nuova discussione, più animata ancora e più ardente delle precedenti.