Non ebbero difatti neppure la pazienza di aspettar la sera, come era stato inteso, per ripigliare la disputa. Quando, dopo essermi trattenuto un po’ nella cabina a riordinare le mie carte, uscii verso le quattro e mezzo sul ponte di passeggiata, vidi la mia signora, il Cavalcanti, il Rosetti e l’Alverighi, seduti a cerchio e già infervorati ad accapigliarsi pur sotto gli strali ardenti di cui l’Apollo equatoriale li saettava. Chè il sole aveva voltate le spalle al mondo; ed allontanatosi entro una grande nuvola cupa ed orlata di luce, lo illuminava invisibile di tra le nere fenditure e i bianchi spiragli di quella, lanciando a piombo sull’Oceano, di fianco e di sbieco nell’atmosfera, in alto verso il cielo, una immensa raggiera di colonne di luce: sotto le quali l’Oceano fremeva grigio e denso, e l’aria pesava anche più afosa che a mezzogiorno. Ma nessuno pareva accorgersene: nemmeno il Cavalcanti, il quale pur soleva lamentarsi che l’Oceano lo intorpidisse; chè con un certo tono risentito diceva all’Alverighi, il quale lo ascoltava arcigno:

— Le stoffe, i pizzi, i mobili, i libri, i ninnoli dei nostri nonni, li rivedremo noi mai più? Quando io osservo i nostri mobili, i nostri ori ed argenti, i panni che noi vestiamo; se capito in un sontuoso albergo o in una banca o in un grande transatlantico e lì guardo quei falsi marmi o quegli ori dozzinali che lo adornano; quando mi gingillo nel salone di sopra e rimiro gli stucchi grossolani e posticci che pretendono di abbellirlo o nel fumoir i fiorami d’oro su fondo rosso che ne fregiano le pareti: ebbene allora mi vien voglia di sorridere; mi par di rivedere i marmi, le statue, i gioielli del basso impero. Se li ricorda, lei, Ferrero, a paragone delle squisite eleganze del primo e secondo secolo? No, no: la macchina ci trasporta a braccia attraverso gli oceani tempestosi: è il portento, la meraviglia, la gloria dei nostri tempi; non sarò io che lo nego, di certo: ma la macchina ha anche fatto scempio delle eleganze che abbellivano ogni ora dalla vita ai nostri vecchi.... Stringi, stringi: a che si riduce la storia del cotone narrata dalla signora Ferrero? L’India è stata spogliata, depredata, derubata per mezzo delle macchine, in pochi anni, dai barbari dell’Europa, di una sua antica e nobilissima arte.... L’India l’aveva creata; e i barbari gliela hanno presa, armata mano! Se a lei par progresso, questo! No: in altre cose i nostri tempi progrediscono: ma decadono invece, quando imbruttiscono.

Ma a questo punto intervenne il Rosetti.

— E se discutessimo con un po’ d’ordine? La signora Ferrero aveva incominciato a spiegarci come la macchina si è imposta al mondo dopo esser nata per una specie di combinazione gigantesca, se si pensa che tra gli accidenti di questa combinazione c’era nientemeno che la Rivoluzione Francese. E voi l’avete interrotta, per discutere se la macchina è stata benefica o malefica.... Non sarebbe meglio prima di tutto sapere perchè l’espediente di un momento ha presa tanta radice? Poi si discuterà degli effetti della macchina; e del progresso anche, se volete....

Gli altri si tacquero, e:

— Perchè? — disse la Gina dopo un momento di esitanza. — Già l’ho detto poco fa. Perchè il mondo fu abbagliato dalla riuscita dell’Inghilterra nel cotone. Perchè in ogni paese ci fu chi sperò di arricchire inventando o fabbricando macchine. Perchè in Europa e in America, la forza delle tradizioni era stata indebolita dalla Rivoluzione e dalle Guerre dell’impero. Perchè c’era l’America, immensa e semideserta. Perchè infine dappertutto gli uomini avevano voglia, sotto pretesto di progredire, di fare un po’ di più il proprio comodo.

— Di non vivere più nella miseria e nell’ignoranza, lei vuol dire — interruppe l’Alverighi.

— Intendo dire che da poi che il mondo è mondo, si era sempre detto che fosse virtù il saper moderare i propri desideri, non stravolere.... Ci fu un tempo che la semplicità era la virtù dei santi e degli eroi. Ma da cento anni in qua, nossignori: la macchina vuol fare a tutti i costi dell’uomo un animale insaziabile. Perchè non scarseggi mai il lavoro alle macchine, tutti cercano oggi di persuadere il popolo che il suo primo e più santo dovere è il mangiare, bevere, fumare, muoversi, gozzovigliare, sprecare quanto più può e scimmiottar tutti i vizi dei ricchi. Poichè questo vuole, raccomanda, impone il progresso!

— La corruzione degli antichi è diventata il progresso dei moderni, come ci ha mostrato suo marito nel primo dei suoi discorsi di Rio — osservò l’ammiraglio.

— Sì. Ma Guglielmo non ha osato dire che la causa di questo capovolgimento.... Dirò come lei, avvocato, di questo rovesciamento, è la macchina: la macchina che ha bisogno di effettuare la impossibile contraddizione di una carestia permanente. Eppure mi pare evidente. Noi crediamo di essere più intelligenti dei nostri vecchi, perchè noi fabbrichiamo delle macchine e quelli no. Ma crede lei, avvocato, che a inventare delle macchine occorra poi un gran sapere e un genio sovrumano? Ma se il fondatore della grande industria a macchina è stato Arkwright, che era un barbiere! Gli antichi conoscevano la meccanica meglio di quel che si crede: eppure non fabbricarono molte macchine, e quelle poche quasi tutte per la guerra: perchè con le mani riuscivano a soddisfare i loro desideri ancora moderati; e quindi non venne a nessuno in mente la strana idea di fabbricare con tanta spesa e fatica delle rozze mani di legno e di ferro....