— Ma — obiettò l’ammiraglio — la macchina non sarebbe piuttosto l’effetto anzichè la cagione di questo incremento universale dei desideri?
— In parte, effetto, in parte causa. Succede sempre così.... Ci fu del resto un concorso di cause diverse.... L’ho detto e lo ripeto: la Rivoluzione Francese e le sue guerre avevano rallentati, in Europa e in America, tutti i freni: la religione, la tradizione, il buon senso. Senza la Rivoluzione Francese non ci sarebbe neppure la grande industria a macchina, probabilmente. Ma la macchina è nata dal disordine e lo partorisce. Guardi per esempio: tutti sanno che la grande industria arricchisce certuni e rovina molti altri, che oscilla sempre tra annate grasse e annate di rovina.... Perchè? Le buone, quelle in cui fa fortuna chi capita, sono le annate di carestia, quando le cose si vendono a caro prezzo: le annate invece in cui rinviliscono, perchè la macchina ha fatta, per un momento, l’abbondanza, sono mediocri o cattive e chi capita in queste peggio per lui! Quindi la macchina contradice continuamente a sè medesima, perchè, fabbricando molto e presto, fa l’abbondanza: viceversa non prospera che nella carestia. Questa è la ragione per cui la grande industria moderna è sempre occupata a scacciare via dal mondo l’abbondanza che essa ha partorita, a far la carestia permanente, moltiplicando le ricchezze; un paradosso impossibile, come lei intende; e per effettuarlo deve ricorrere agli espedienti più assurdi, impastoiarsi nelle contradizioni più strane: i trusts, i sindacati, i monopoli, le tariffe protettive, i premi di esportazione, la conquista delle colonie, lo spreco, la gozzoviglia, il lusso, il movimento perpetuo imposto come un dovere, prima del rispetto del padre e della madre, a tutti gli uomini, anche a quelli che non desidererebbero che di vivere in pace, come i Turchi. Insomma la smania del lusso cresce nel mondo a ondate; a ogni ondata nuova corrispondono alcuni anni di carestia passeggera; che sono poi i tempi in cui le cose si vendono care e molti fanno fortuna: e così tutti a lavorare di lima sui vecchi freni dei nostri desideri; e lima lima, sono tutti rotti, non ce ne è più o quasi: la ragione è scappata dal mondo, appena la macchina è entrata....
— In compagnia della bellezza.... — aggiunse il Cavalcanti.
— Ma ha condotto seco la ricchezza, la cultura, la libertà — disse l’Alverighi, con un tono sicuro e fermo. — Se gli uomini di oggi spendono assai, essi lavorano pure molto.... producono quel che consumano.
Ma la risposta fu facile.
— Producono e depredano. Non bisogna dimenticare che noi siamo così ricchi, in parte perchè invece di sfruttare ragionevolmente l’America la mettiamo a sacco: miniere, boschi, terre.... Sciupiamo pazzamente i capitali edonistici, come li chiamano gli economisti; le ricchezze naturali che non si rinnovano....
— Sciupiamo, saccheggiamo! Si fa presto a dirle, queste parole, signora.... — rispose l’Alverighi. — Ma e poi? e anche fosse vero? non a tutti è lecito andare a Corinto; pardon, saccheggiare un continente. Noi saccheggiamo le due Americhe, sia pure! Aggiunga, chè non mi fa paura di confessarlo, che saccheggiamo gli immensi territori della Russia; e non dimentichi neppure che, se Dio vuole, incominciamo a saccheggiare l’Africa e più la saccheggeremo in avvenire! Tanto meglio: perchè saccheggiando noi arricchiamo e progrediamo.... Ma insomma è vero sì o no, che noi siamo oggi padroni, all’ingrosso se vuole, ma padroni di tutta la terra, mentre tre o quattro secoli fa ne conoscevamo appena una piccola parte? È vero sì o no, che cogli occhi, con il pensiero, con il calcolo noi spaziamo nell’infinito, entriamo nelle molecole della materia e nelle viscere della natura? È vero, sì o no, che noi abbiamo con le macchine scorciato lo spazio e allungato il tempo, a dispetto della natura invidiosa e gelosa, che ci aveva date delle gambe troppo corte, un corpo troppo pesante e delle braccia troppo deboli? È vero, sì o no, che noi abbiamo scoperte le insidie più nascoste delle malattie? È vero, sì o no, che noi voliamo come gli uccelli e camminiamo sott’acqua come i pesci? Tutto ciò può o non può definirsi progresso? E avremmo in così poco tempo conquistata la terra, l’infinito, il mondo degli invisibili, se quella furia di ambizioni e di voglie, e l’impeto divino delle macchine, non ci avessero trascinati in capo al mondo?
Il ragionamento mi parve facesse vacillare per un istante l’avversario che con un fare un po’ impacciato rispose:
— Ma per giudicare un’epoca non basta guardarne le opere.... Bisogna anche dimandarsi se le idee e i sentimenti che lo muovono.... sono nobili, alti, ragionevoli....
— E che cosa rimprovera lei al nostro secolo? — chiese subito l’Alverighi.