La Gina titubò un attimo: poi risolutamente:

— Che è un secolo parvenu, — rispose.

— Un secolo parvenu? — chiese l’Alverighi. — E perchè? perchè crede nel progresso?

— Sicuro. Questa famosa fisima del progresso è proprio lo specchio innanzi cui si pavoneggiano tutti i parvenus: uomini, popoli, civiltà. Quel che mi offende nel mondo moderno sono proprio i popoli, i paesi, le civiltà che si dicono giovani, progressive, nuove. Una volta, quando eran gli uomini che lavoravano e non le macchine, una civiltà era opera e gloria di secoli: secoli di educazione, lunghissimi sforzi, e che lavoro! In compenso; però, ogni civiltà maturava davvero, allora.... Oggi invece.... Grazie alla macchina e all’America e al progresso e a tante altre belle novità si improvvisano anche le civiltà, oggi. Basta scoprire delle miniere di carbone e di ferro, possedere un vasto territorio e un po’ di capitale: se la popolazione manca, si racimola nei paesi troppo popolati; si fabbrica prima il ferro, poi con il ferro ogni sorta di macchine, a cominciare dalle ferrovie; e poi con le macchine ogni sorta di roba e robaccia, in fretta e furia, a profusione; pochi inventori e capitalisti basteranno; dalla moltitudine che muoverà le macchine non si richiede nè educazione, nè cultura, e nemmeno che conosca la lingua del paese.... In pochi decenni quel paese rigurgiterà di ricchezze: e poichè oggi gli uomini hanno tanti bisogni e per soddisfarli, in questo lei, pur troppo, ha ragione, occorrono metalli, grano, panni, carne, macchine e non arte, letteratura, religione, giustizia, disciplina, morale, tutti ammireranno quel paese dell’abbondanza come il modello del progresso, l’esemplare della civiltà, al bel modo che la si intende adesso. E così un’accozzaglia rimescolata a casaccio dalla furia di far quattrini, si accorge un bel giorno di essere un gran popolo. C’è proprio da meravigliare allora se s’inebria, se si illude di poter rifare da capo l’universo, e insomma se si persuade che il mondo incomincia da lei? Ma il mondo invece è vecchio, molto vecchio, più vecchio, che non credano i popoli giovani: e non ha bisogno di esser rammodernato ogni trenta anni.... Lei ride? È vero che l’America del Nord è una creatura della macchina, e quindi....

Ma qui tacque, interdetta dal sorriso di trionfo che sfolgorava in volto all’Alverighi.

— Ecco! Finalmente! La verità ha parlato! — esclamò. — Ce n’è voluto, ma ha parlato: chiara ed ingenua per bocca sua, signora! Sicuro: perchè i tempi moderni favoriscono l’America più che l’Europa, l’Europa vorrebbe rimontare a ritroso la corrente dei tempi! Perchè l’America ripete all’Europa con le sue macchine più potenti quel tiro birbone che l’Europa già fece all’Oriente con le sue prime macchine, abbasso dunque le macchine! Perchè nella civiltà della macchina, la potenza di quella oligarchia intellettuale che dall’Europa inganna mezzo il globo decade, il mondo rimbarbarisce! Sicuro: sono le macchine, e tra queste, precipua, la ferrovia che han fatta l’America contemporanea. L’Argentina, il Brasile, gli Stati Uniti sarebbero oggi ancora deserti, senza le ferrovie e l’infinito numero delle macchine agricole e industriali, inventate negli ultimi cento anni! Proprio per questo noi Americani adoriamo la macchina, perchè per essa noi sfruttiamo in largo, in lungo e nel profondo i nostri sterminati territori: e possiamo trarne fuori ricchezze, ricchezze, ricchezze; un fiume, una piena, un Oceano che coprirà il mondo e seppellirà tutti i monumenti delle civiltà passate....

— Non ne dubitiamo — interruppe sospirando il Cavalcanti. — Ma intanto nel chiuso Mediterraneo, Atene, Costantinopoli, Efeso, Alessandria, Roma, Venezia, Firenze, le città madri e maestre, chinano il capo, invecchiano, cadono in rovina, si vuotano, si tramutano in bordelli ed osterie.... Al di là dell’Atlantico le città officine, i mostri enormi, Filadelfia, New-York, Chicago, ergono al cielo trionfando i grattanuvole e i camini fumanti....

— Aggiunga pure — rispose pronto e con ironico ossequio l’Alverighi — che l’Europa tutta si accinge a mettere all’incanto e in liquidazione quella sua vecchia civiltà di cui è tanto fiera, la parte almeno che vale ancora un po’... E per avere in cambio dall’America ferro, grano, cotone, petrolio, lana....

Ma la frase scatenò una piccola tempesta.

— Vede, vede dunque che ho ragione io, che la macchina rovina i paesi poveri, — disse la Gina.