— Gli uomini non abbisognano solo di balle di cotone e di carni agghiacciate — protestò il Cavalcanti.

— La gente crede — incalzò la Gina — che le macchine creino la ricchezza: ma le macchine invece la cavano da dove c’è: e con profitto solo da dove ce n’è molta, che la possano cavare rapidamente. Per questa ragione i paesi naturalmente poveri non possono più sfruttare le piccole loro risorse nè con la macchina, chè costerebbe troppo, nè a mano, perchè nessuno vuole o sa più lavorare colle mani, oggi, grazie al progresso; e tutti preferiscono andare a porre in opera le macchine dell’America. Un bel risultato!

— La cultura sarà un’illusione, — osservò il Cavalcanti — ma potrebbe l’uomo vivere disilluso eternamente? Non di solo pane vive una civiltà....

— Bella civiltà, — interruppe la Gina — in cui val più per un popolo possedere delle miniere di carbone, che una tradizione antica di cultura. Una volta almeno, quando l’intelligenza governava il mondo, delle splendide civiltà fiorirono anche in paesi poveri e sterili.

Si rincorrevano le obiezioni e si accavallavano, come le onde sul mare; e l’Alverighi non poteva rispondere ad alcuna.... Ma a questo punto di nuovo intervenne il Rosetti.

— Scusatemi se vi interrompo un’altra volta: ma a me pare che in tutta questa vostra disputa, come del resto in quasi tutte le dispute, sia sottinteso un malinteso. Voi credete di discutere delle macchine, ma in realtà discutete di nuovo del progresso. Già una volta eravate cascati, senza accorgervene, in questo argomento piuttosto spinoso.... E ci siete ricascati adesso, perchè ciascuno di voi parla delle macchine e degli effetti che fanno nel mondo, muovendo da una diversa definizione sottintesa del progresso. La signora Ferrero accusa la macchina di peggiorare invece di migliorare il mondo, perchè estirpa da quello certe virtù e coltiva in loro vece certi vizi come la prodigalità, l’intemperanza, l’egoismo: in altre parole essa giudica il progresso secondo un criterio morale. Il Cavalcanti pensa invece che il mondo, progredendo, dovrebbe diventare anche più bello: giudica dunque il progresso anche secondo un criterio estetico; quindi la macchina in parte almeno rimbarbarisce il mondo.... Lei invece, avvocato, mi pare ammettere che l’accrescimento della potenza e della ricchezza è da solo progresso: quindi le macchine sono la provvidenza degli uomini. Come volete intendervi se ciascuno parla una lingua diversa? Voi fate un duello alla spada, a venti passi di distanza. Se crediamo venire a una conclusione, bisogna che discutiamo questa altra questione: che cosa è il progresso?

— Ma è chiaro, — rispose pronto l’Alverighi. — Il progresso è la conquista della terra.

— La conquista della terra? come fine a sè medesima? Ma no: io non accetto questa definizione.... — disse il Cavalcanti. — Se la bellezza è un bene, il progresso deve accrescerlo, anche questo come gli altri beni; e non si potrà dire che progrediscano in ogni parte dei tempi da cui la bellezza è scacciata come una vergogna....

— Ma chi le permette di dire — chiese di nuovo pronto l’Alverighi tagliando la parola alla Gina che accennava a parlare — che il mondo d’oggi sia più brutto del mondo di ieri?...

Il Cavalcanti tacque un istante, come sorpreso; poi scrollando le spalle, tra stupito e sardonico: