Tacque un momento, come pensando; poi volgendosi a guardare me e sorridendo:
— Non è una cosa curiosa? — mi disse. — Aver fatta la Rivoluzione Francese e aver ancora dei tranvai a cavalli?
Alquanto sorpreso da questa osservazione, gli chiesi se Parigi, ingombra di fili e di pali, sarebbe stata più bella agli occhi suoi: ma invece di rispondermi, seguì il filo del suo pensiero.
— L’Argentina è così prospera, perchè noi, tutto quello che si fa di nuovo nel mondo, subito l’adottiamo. Siamo un popolo adelantado, noi!
Poi trasse l’orologio.
— Sono le cinque e mezzo — disse. — Abbiamo tempo, avvocato, di fare una partita, prima di pranzo. Se ne ha voglia, venga. Se no, questo passaggio dell’equatore sarà davvero troppo noioso.
L’Alverighi non seppe rifiutare questo piccolo piacere al suo cortese e ricco amico: e così la compagnia si disperse. Io me ne andai pensando che senza tanto discutere il Vazquez aveva giudicata in ultima istanza la questione del progresso. Come tanti altri americani, del resto!
Ma l’equatore era cagione in tutta la nave di una insolita agitazione. I passeggieri ritornavano assiduamente ogni tanto a studiare la carta; si richiedevano a vicenda a quale ora si passerebbe; interrogavano gli ufficiali, i camerieri, i cuochi, gli sguatteri, sebbene tutti costoro avessero già ripetuto dieci volte all’uno o all’altro «verso sera»; osservavano il cielo e il mare, come aspettando in quello un qualche annuncio o mutamento improvviso. Ma inutilmente: chè il «Cordova» traeva per l’Oceano deserto con quella sua posata e sempre eguale andatura.... Per ingannare il tempo, intanto, uno dei mercanti astigiani tendeva insidie alla moglie del dottore di San Paolo, cercando di persuaderla che, se guardasse attentamente il mare con certo cannocchiale, avrebbe veduta la «linea»; tutti si recavano ogni tanto a dare una occhiata, nella sala da pranzo, ai preparativi per la festa della sera, confidandosi a vicenda le dicerie che correvano. Tra le quali che la signora Feldmann si sarebbe alla sera ornata di un famoso diadema che costava due milioni! Avendo incontrato l’ammiraglio solo, gli chiesi — poichè egli conosceva i Feldmann da tempo — se credeva proprio che quel divorzio capitasse tra capo e collo alla signora, così di sorpresa, come essa diceva. Mi rispose che, a sua saputa, marito e moglie vivevano in buon accordo; tutti consideravano e non pochi invidiavano la famiglia come felice: egli inclinava perciò a giudicare falsa la diceria del divorzio, sebbene non sapesse spiegare come fosse nata. Ma non so perchè — forse perchè ero in sospetto — mi parve di osservare nei discorsi dell’ammiraglio una dissimulata reticenza. A poco a poco il giorno discolorato e caldo si spense sul mare deserto: ma l’ora del pranzo giunse prima dell’equatore: e ci recammo tutti, in abiti da festa, alle mense, un po’ delusi e quasi irritati contro l’irraggiungibile linea. In compenso la sala era piena, tutti avendo fatto uno sforzo per assistere al pranzo dell’equatore. Ultima arrivò la signora Feldmann, che non avevo ancor veduta nella giornata, fresca e allegra come al solito, ornata non del famoso diadema, ma del vezzo di perle miracolosamente scampato la sera prima al piede imprudente di Lisetta. E mi guardò, mi salutò, parlò meco e con gli altri con tanta disinvoltura e allegria che, sebbene al primo incrociarsi dei nostri sguardi io mi fossi sentito un poco impacciato, pochi minuti dopo non pensavo più neppure io ai pianti e ai lamenti della sera precedente. Restammo tutti un po’ male quando il capitano ci annunciò sorridendo che prima delle dieci non si passerebbe l’equatore: ma presto dimenticammo la linea, non appena, dopo la seconda portata, il Cavalcanti pregò l’Alverighi di continuare il discorso interrotto poco prima e di dimostrargli come non si potesse affermare che la macchina abbia imbruttito il mondo.
— Ma è l’uovo di Colombo, — rispose pronto e allegro l’Alverighi. — Osserviamo gli abiti, poichè lei ha scelto questo esempio.... Negherebbe lei che l’arte della seta fabbrica oggi delle stoffe che sono una gioia degli occhi, dei portenti di bellezza, opere d’arte vere e proprie? Oppure che tutte le altre stoffe di lana o di lino o di cotone e via dicendo, di cui si vestono le signore, siano prive di bellezza? Che non sia un’arte bella quella che veste le signore, con quanta disperazione e rovina di noi sventurati mariti, lo sappiamo tutti? Accetto sino da ora la signora Feldmann come arbitra, se delle contestazioni nasceranno. Ma su questo punto non possono nascerne: piuttosto lei potrebbe dire che nell’abito mascolino la ragione della comodità è sempre anteposta alla ragione del bello. Ma non è vero: anche nei panni che noi vestiamo l’industria moderna cerca di infondere una favilla di bellezza, per attirare i compratori: disegni e colori piacenti; tagli eleganti; forme che convengono alla persona che li indossa: effetti di bellezza, insomma, come nell’abito del settecento tutto sbuffi, pizzi, risvolti....
— Ma — interruppe il Cavalcanti scrollando le spalle — le stoffe d’oggi sono robaccia dozzinale; e quelle altre erano monumenti d’arte quasi eterni.