— Robaccia dozzinale! Monumenti d’arte! — rispose l’Alverighi. — Parole sonore, non c’è che dire. Ma di grazia; e la discussione dell’altra sera, non se ne ricorda già più, lei? Le è uscita tutta di mente? Ho sprecato con un bel profitto il mio fiato, allora! Ma già le discussioni sono inutili: discutiamo, litighiamo, andiamo sulle furie, uno sembra vincere e convincere, l’altro sembra vinto e convinto, pare che le idee si siano mosse, schiarite, scambiate da una testa all’altra.... E mezz’ora dopo, ciascuno ricasca nelle sue vecchie opinioni, come uno che si è mezzo svegliato a mezza notte e si riaddormenta dopo pochi minuti. Ma questo è il momento di trarre partito, per un caso pratico, delle nostre discussioni precedenti.... E perciò le chiedo: con quale metro o bilancia mi vuol lei pesare e misurare la bellezza delle mode presenti e quella delle antiche, per scoprire che nelle presenti ce ne è meno che nelle antiche! Come farebbe lei a dimostrarmi che le mode antiche erano più belle, se io le dicessi — come le dico — che a me piacciono più le nuove e presenti? No, lei, come tanti altri, scambia per decadenza dell’arte quella che è invece la sua purificazione dagli interessi, effettuata appunto dalle macchine. Sinchè gli uomini e le donne si vestivano di stoffe che, per fabbricarne con le mani un metro, occorrevano dei mesi, era naturale che la Chiesa, lo Stato, la Monarchia, l’Aristocrazia, tutti i potentati del tempo si sforzassero di imporre quei pochi modelli, di impedire mutamenti troppo frequenti nel gusto e invasioni di modelli forestieri. Non c’era altro modo per assicurar pane e lavoro alle corporazioni d’arte e ai conventi: e come potevano imporli, quei modelli, se non persuadendo gli uomini che erano belli, arcibelli, bellissimi? Ma anche questa non era che una opinione rovesciabile, come dice lei, ingegnere. E difatti nessuno la professa più ora che la macchina fabbrica rapidamente e varia con facilità; quindi a mano a mano che la macchina trionfò, tutti i potentati del mondo si disinteressarono (e calcò sulla parola) delle arti tessili: il pubblico non ha più sul collo tutte le autorità della terra e del cielo, quando si veste: oggi a chi piace una stoffa e a chi un’altra; i giudizi dissentono, ma noi non litighiamo e non fondiamo delle cattedre di estetica, per saper chi ha ragione e chi ha torto: ciascuno compra e si gode quella stoffa che più gli piace: la adopera, la logora, la smette e dimentica....

Tacque un istante aspettando. E il Cavalcanti:

— Tuttavia — osservò — il patriottismo qualche volta fa ammirar a certuni le stoffe del paese: e lo snobismo ad altri quelle inglesi o francesi....

— Sì — rispose l’Alverighi. — Ma i mercanti di solito ci pongono rimedio, imbrogliando gli uni e gli altri. Vendono ai patriotti come paesane le stoffe forestiere: e agli snobs come forestiere le stoffe del paese....

— Vada per le stoffe gli abiti e i mobili, — disse il Cavalcanti, dopo un attimo di esitazione. — Ma le grandi arti, l’Aristocrazia del bello....

L’Alverighi non gli diè tempo di continuare.

— Anche nelle grandi arti — lo interruppe a volo, — quella che gli sciocchi chiamano la decadenza dell’arte, non è che la sua liberazione dagli interessi mondani, opera del progresso. Vuol convincersene? Volga gli occhi verso l’America, per un minuto. Gli Europei amano ripetere che gli Americani sono degli asini con il basto d’oro: sarà, ma intanto lei, signor Cavalcanti, l’altra sera, disputando con me, quando io conciavo a quel modo l’«Amleto», lei disse che gli Americani sanno ammirare il bello più degli Europei. Quella volta, Cavalcanti, lei ha parlato da vero americano.

Il Cavalcanti fece un saluto ironico di ringraziamento: e l’ammiraglio:

— Meno male — disse volgendosi verso di lui — che questo capiti qualche volta anche a chi nasce da una famiglia stabilita da due secoli in America.

— Da troppo tempo! — ribattè subito l’Alverighi.