Il Cavalcanti e l’ammiraglio sgranarono gli occhi: ma l’altro proseguì lesto:
— Due o tre generazioni dopo che si sono arricchite, le famiglie americane ricominciano a europeizzare, smarriscono quello che io chiamerei il senso del continente....
— Ho capito — conchiuse il Cavalcanti. — In America, di veri Americani non ci sono che gli Europei!
Ridemmo tutti: anche l’Alverighi che di lì a un momento riprese:
— A ogni modo l’America, come lei diceva, è aperta a tutte le arti, a tutte le scuole, a tutte le idee, senza preferenza, equamente. Non è forse vero che noi rimpinziamo di fogli da mille i conferenzieri, i musicisti, gli autori ed attori, i cantanti, i pittori e scultori di ogni paese e scuola? Quale è la città d’Europa che rappresenta tante opere di tutto il repertorio e così bene come Buenos-Aires e New-York? È vero sì o no, che chi voglia riudire i dolci concenti dell’antica opera italiana, deve andare non a Roma o a Milano, ma in Argentina o negli Stati Uniti? E a lei, Ferrero, chi ha somministrati i mezzi di continuare l’opera sua: l’Europa o l’America? E come si spiega questo fenomeno, se l’America fosse la Tebaide dell’Intelligenza, il Sahara della coltura? Ma che Tebaide; ma che Sahara! l’America è disinteressata dell’arte: perchè grazie al cielo e grazie al progresso, ha del grano, del ferro, del carbone, del petrolio e ogni altro ben di Dio da vendere in quantità e non delle arti da imporre a nessuno, nè dentro nè fuori. Depurate l’arte da ogni interesse: che resta? Quel piacere incerto e vago se si vuole, ma delizioso e inebriante che dà la bellezza, quando e a chi lo dà, come diceva lei, Cavalcanti, l’altro giorno. Non beviamo, noi Americani, gli Champagne più famosi: non fumiamo gli Avana più cari: non ci facciamo vestire dai sarti in voga di Londra e di Parigi? E per qual ragione non godremmo anche, quando ci piacciono, i bei quadri, i bei libri, la bella musica, i bei giardini? Ma intendiamoci bene: senza credere che il piacere nostro sia universale, e senza volere o permettere che diventi obbligatorio.... Di tutte le cose che mi danno fastidio, la più fastidiosa per me è la boria estetica degli Europei. Ci trattano di barbari, noi Americani, perchè essi soli saprebbero fare e giudicare le cose belle. Ma queste fanfaluche le vadano a raccontare ai gonzi, i signori critici ed esteti di Europa. L’estetica è l’ultima tirannide che l’Europa vuol imporre al mondo: ma, creda a me, ingegnere, l’America la manderà in frantumi anche questa, ha già incominciata anzi questa gloriosa fatica — e con quanto successo! Noi daremo a ogni uomo il diritto di ammirare a dispetto di tutti quel che egli sente bello: la scultura greca, la pittura giapponese, l’architettura gotica, i gratta-nuvole di New-York o la musica futuristica degli amici di Marinetti, se gli garba. Non più critica dunque, non più teorie estetiche, non più tradizioni, scuole, pregiudizi o partiti presi: ma libertà, libertà, libertà.... Questo è il solo modo sicuro di sciogliere le interminabili dispute intorno al bello che hanno agitato gli uomini per tutti i secoli.... Libertà!
A queste parole un lampo mi attraversò lo spirito. La ragione per cui quel mercante di Rosario, evaso dalle scuole europee, aveva scoperto che l’arte è un piacere senza bisogno, vago e incerto; quella ragione invano cercata per parecchi giorni era chiara adesso; era quella! Scuoter l’autorità dell’Europa, che al Rosetti pareva così salda. Mi ricordai quanto facilmente in America trovan favore, sotto pretesto di modernità, le novità più rivoluzionarie dell’arte, della letteratura e dell’estetica, che l’Europa inventa; e anche in questo favore, di cui non avevo mai capita la ragione, mi parve di scoprire, alla luce di quelle parole, un’oscura e inconsapevole aspirazione del nuovo mondo a quell’indipendenza spirituale dal vecchio, che l’Alverighi, andando per le spiccie come al solito, annunciava imminente. Ma intanto il Cavalcanti aveva preso a rispondere:
— Che in questo che lei dice ci sia del vero — dicendo — per l’America almeno, lo ammetto. Ma in Europa....
— Anche in Europa — interruppe l’Alverighi. — Anche in Europa la moltitudine si è fatta smaniosa di progresso e cioè di lusso, di comodi, di agiatezza, di istruzione. Quanto pane e quanto companatico possono ancora largire sulla moltitudine del vecchio mondo le arti, le lettere e le scienze che non servono all’industria, a paragone delle terre, delle miniere, delle macchine? La pittura, per esempio, o la scultura o la musica: quanti milioni di operai potrebbero nutrire queste arti in Europa, anche se un popolo riuscisse a monopolizzarle, supponendo pure che riunisse le nove Muse in un sindacato? Sogni, chimere, fantasie d’altri tempi, credano a me: macchine e non penne, miei signori, vuole oggi il mondo, per sfamare i suoi popoli: l’arte sarà la magra risorsa dei popoli poveri, che non hanno vasti territori, e miniere di carbone....
E senza badare alla meraviglia che traspariva a queste parole dalle nostre faccie:
— A una condizione però, intendiamoci bene, — soggiunse riscaldandosi ancora: — che gli artisti sian contenti di essere quali sono e non altri o di più: artigiani del piacere, eletti, ben pagati, ma artigiani: non semidei! Libertà nel pubblico, modestia negli artisti: ecco i due principî dell’arte futura. Saprebbe lei, signora — e si volse alla signora Feldmann, — dirmi il nome dell’artista che ha disegnata codesta bellissima stoffa? No. Si è mai curata di conoscerlo? Neppure. Ha pagata e ammirata l’opera; e basta. Così saranno nell’avvenire trattati tutti gli artisti: e saranno più seri e felici. Mutano i tempi, signori miei: guai ai popoli che non se ne avvedono: per secoli gli uomini invece di dilagare come una piena sull’universo, si son raggomitolati su pochi punti del globo e non volevano uscirne; in poche forze d’arte e non avevano occhi e nervi e orecchi che per quelle: in una sola dottrina filosofica, e in una sola credenza religiosa, e guai a chi osasse varcarne il confine! Oggi, non più, non più, non più.... L’uomo ha spalancate le porte dell’universo: il progresso ha vinto: l’America è maestra. Noi vogliamo tutta la terra, tutta la bellezza, tutti i piaceri, tutte le verità....