— Insomma — disse a questo punto il Rosetti — l’arte sarebbe, secondo lei, un puro e semplice divertimento, posto fuori di quel gran movimento delle cose umane, che si chiama il progresso.
— Naturalmente — rispose l’Alverighi. — E del resto è chiaro: progredire significa imparare a far meglio o a far di più. Ora chi non sa che in arte molti pensano che noi siamo da meno dei nostri antenati e quindi avremmo disimparato invece di imparare? Altri — è vero — pensa l’opposto: ma chi abbia torto e chi ragione, non c’è verso di saperlo: dunque la verità è che l’arte non progredisce: muta e varia, solamente....
— E lo stesso — soggiunse il Rosetti — ho paura potrebbe dirsi della morale, allora. Come si fa a sapere se una generazione è più buona o cattiva di un’altra?
Ma non potè continuare.
Già i camerieri avevano incominciato a mescere lo Champagne offerto dalla nave per festeggiare il passaggio dell’equatore: onde i nostri discorsi furono a questo punto interrotti dai brindisi e dalla cerimonia del battesimo. Il capitano versò alcune goccie di Champagne sul capo di quanti varcavano per la prima volta il confine ideale dei due emisferi. Ma il rito era appena terminato che i camerieri ricomparvero, reggendo altre bottiglie in grande numero; e incominciarono a propinare a tutti, a profusione, il vino prezioso. Il signor Vazquez offriva. Nella sala riscaldata dall’equatore e dai fumi del vino già bevuto, l’entusiasmo divampò: tutti si alzarono brindando al signor Vazquez e all’Argentina: anche la signora Feldmann gli fece un sorrisetto, prima di tuffare le piccole labbra rosse nell’oro liquido: il signor Vazquez, composto, tranquillo, dignitoso, ma soddisfatto rispondeva a tutti, sorridendo cortese. Osservai però che il dottor Montanari, il quale quella sera pareva anche più imbronciato e stizzoso del solito, aveva rifiutato il vino. Pure in quel momento, volgendo gli occhi intorno, mi accorsi che non erano presenti nè il giovane di Tucuman nè sua moglie.
— Non ameranno le feste — pensai.
Ci furono poi dei discorsi e molto chiasso; e insomma non potemmo ripigliare il nostro ragionamento: cosicchè il pranzo terminò allegramente, ma con frivoli discorsi, e ancora nell’emisfero australe. Uno dopo l’altro ci stancammo tutti di aspettare seduti a mensa questo equatore, che «faceva un po’ troppo il suo comodo» come disse l’Alverighi: e ci disperdemmo per la nave. Io uscii con la Gina e il Cavalcanti, dietro la signora Feldmann che se ne andava al braccio dell’ammiraglio: onde nel vestibolo, mentre il Cavalcanti mi mormorava all’orecchio alludendo all’Alverighi: «Lei ha ragione, Ferrero: è proprio un genio rinselvatichito nella Pampa» potei vedere la bella genovese, la moglie del dottore di San Paolo, due o tre altre signore, il gioielliere che stavano lì in piedi, come aspettando qualcuno: la miliardaria, era chiaro. Fecero infatti silenzio e un piccolo inchino quando essa comparve dal refettorio nel vestibolo: poi le misero gli occhi addosso, mentre si avviava verso la porta che dava sul ponte, quasi direi avidamente, come volessero stamparsi nella memoria tutte quelle meraviglie, vive e morte, della natura e dell’arte. Curioso di sentire che cosa direbbero, lei uscita, rimasi nel vestibolo, facendo vista di nulla.
— Quanto è bella! — sospirò prima la genovese, non so se alludendo alla persona o alla veste, forse a tutte e due: perchè la signora Feldmann era posta dalle sue ricchezze, come una regina, al di sopra della naturale gelosia femminina. Un’altra signora incominciò un elogio dell’acconciamento, diffondendosi in minuti particolari, forse per mostrare quanto essa si intendesse di vesti di pregio e di prezzo. Ma il gioielliere intervenne:
— L’abito è niente! le perle invece.... Quelle perle, quelle perle! Appartenevano a qualche rayah indiano: ci scommetterei! Delle perle come quelle, non le avevano una volta che i sovrani dell’India!