Uscii sul ponte. Di rimpetto alla porta, appoggiato alla balaustra, le spalle al mare, solo e immoto, stava il dottore. Mi fermai e lo salutai.

— Buona sera, dottore, come va?

— Si campa — mi rispose asciutto asciutto, come chi vuol far intendere di non gradir compagnia.

Per non usargli lo sgarbo di accontentarlo subito, gli chiesi, un po’ scherzosamente, se i suoi «matti» gli davano molto da fare.

— Abbastanza — rispose. — Ma non è la quantità del lavoro che mi pesa! È la qualità. A proposito, — aggiunse, — con quel suo Antonio si va di male in peggio....

Aveva detto «quel suo Antonio» come intendesse farmi responsabile della sua cattiva condotta: non ci badai: gli domandai che cosa aveva fatto.

— Vuole ammazzarla, sua moglie, vuole.... — mi disse. — Adesso si è messo a far la corte a una vedova, una veneta, certa Maria che ritorna dal Brasile, pare, con dei quattrini! Cose da pazzi! Intanto oggi, dopo colazione, hanno fatto una festicciuola ballando e suonando, giù, nelle terze classi: e lui l’ha costretta a ballare. In quello stato, che quasi non si regge in piedi! È caduta in deliquio: ho dovuto correre: ho fatta una scenata terribile: ma sì, con quella gente! Se ne scuopre una nuova, tutti i giorni!

E raccontò di aver quel giorno conosciuta la storia di una famiglia di siciliani — marito, moglie, due figli — che ritornavano dallo Stato di San Paolo. Avevano lavorato per tre anni in una delle più lontane fazende del signor X...., un ricco brasiliano che io avevo conosciuto. Ma l’intendente della fazenda era un prepotentaccio, che aveva tentato sedurre lei, donna piuttosto piacente: respinto, per vendicarsi e per far capitolare la virtù della bella restìa, non li aveva più pagati: aveva posto delle guardie intorno alla fazenda e aveva minacciato di farli prendere a schioppettate se tentassero di fuggire.... Imaginarsi le loro tribolazioni! Avevano venduti e impegnati i quattro cenci che possedevano per non morire di fame: e alla fine solo per un caso erano riusciti una notte a sfuggire alle amorose furie dell’intendente, facendo a piedi non so quante miglia per raggiungere una stazione di ferrovia, che fosse per essi sicura.

— Non hanno più che gli occhi per piangere, quegli sciagurati. Ben gli sta, del resto: impareranno a lasciare il loro paese — conchiuse il dottore.

Questo racconto però aveva fatto nascere in me qualche dubbio, che con molta prudenza esposi al dottore. Gli dissi che il signor X.... era una persona ricca, colta, rispettata, dabbene: sembrarmi poco probabile che in una delle sue fazende potesse essere intendente un simile manigoldo: del resto non credevo, dopo aver visitato lo Stato di San Paolo, che simili soperchierie fossero facili e frequenti neppure in fazende lontane e possedute da cattivi padroni. Esserci padroni di ogni qualità, buoni, mediocri e cattivi: ma neppure i cattivi poter poi oltrepassare nelle loro nequizie un certo segno, tracciato dalla civiltà moderna, tra gli avanzi della foresta primigenia non ancora arsa e le piantagioni del caffè, anche sull’altipiano montuoso di San Paolo. Lo Stato di San Paolo era stato messo dal rinvilio del caffè, per alcuni anni, a una prova dura assai: non era però giusto — come troppo spesso si faceva in Italia — imputare tutti i guai di questa crisi ai padroni, accusandoli d’essere dei barbari schiavisti, quando tanti erano tra essi i gentiluomini e dopochè tanto oro gli italiani d’Italia e d’America avevano raccolto tra gli arbusti del caffè. Gli dissi infine che occorreva esser guardinghi con gli emigranti. Non aveva egli stesso detto che diventavano tutti isterici e mezzo matti? Questo era il momento di ricordarsene, anche se aveva esagerato, dicendolo: perchè, inaspriti dalla solitudine, dalla lontananza, dal clima e dal vivere così diversi, dalle difficoltà delle crisi, molti emigranti imputavano ai padroni anche quelli tra i loro guai, che erano invece da attribuirsi alla fortuna e alle contingenze.