— Ma vuol negare che siano uomini di polso i Morgan, i Rockefeller, gli Underhill....
— Quanto a Underhill, — interruppe essa subito con impeto — quello, sì, era un grande uomo.
— Lo ha conosciuto lei? — chiese la Gina. — Noi dovevamo far colazione con lui, a New-York, tre mesi prima che morisse. Poi non ricordo più che cosa successe, che ce lo impedì.
— Underhill — rispose la signora — era un amico di casa.
— Una delle banche — dissi allora io, rivolgendomi a mia moglie — che hanno aiutato Underhill a riorganizzare il «Great Continental», è la banca Loeventhal. Quella di cui il signor Feldmann è uno dei direttori.
— E che uomo era? — chiese allora la Gina. — Il signor Otto Kahn ci ha raccontato che era un uomo così interessante!
— Un uomo straordinario! — rispose risolutamente la signora. — Intendiamoci però: «il n’était pas homme du monde pour un centime». Non avrebbe saputo distinguere questa toilette dagli abiti di quella signora americana, moglie di quel giovane.... Ma quante volte l’ho detto a mio marito: quello, sì, è un uomo.
— Quello, sì, è un uomo, — pensai tra me. — E il marito allora che cosa era?
Le chiesi quando avesse conosciuto l’Underhill.
— Quindici anni fa — rispose. — Un giorno mio marito viene da me e mi dice di mandare un invito a pranzo al signor Riccardo Underhill. Non avevo mai sentito questo nome; e gli chiesi chi era. «Uno stock-brocker, mezzo morto di fame», mi rispose. «Lo zio vuole a tutti i costi che lo inviti». Stock-brocker, era, sì: ma morto di fame, no, lo seppi poi: aveva già un patrimonio, piccolo a paragone di quello di mio marito e piccolissimo a paragone di quello che ha lasciato ai figlioli: ma insomma l’aveva messo assieme da sè, perchè era di famiglia modestissima.... Ma mio marito ha sempre spregiato molto gli uomini più poveri di lui, quando non sono disposti ad essere i suoi servitori: questo è uno dei difetti che mi sono sempre più spiaciuti in lui.