— Queste persone — risposi — amano con ardore la giustizia e la rettitudine, di solito. Il che è bene: il male è che qualche volta in questo amore del giusto c’è un tantinello di orgoglio e di prepotenza. Perchè non le pare che un po’ di orgoglio e di prepotenza sia necessaria, per credersi capace di giudicare in ogni occasione e senza appello i propri simili?
— Grazie del complimento — rispose. — Lei mi dice che sono una donna vana, sciocca e prepotente.
— Vana e sciocca, no. Orgogliosetta e un po’ prepotente.... Non so.... Mi riserbo.... Vedremo. Torniamo intanto a Underhill. Suppongo che ebbe l’onore di essere invitato a pranzo da lei, dopo che fu eletto presidente del «Great Continental».
— Per l’appunto. Lei sa che Underhill, a quel tempo, nessuno dei magnati della finanza americana avrebbe acconsentito a trattarlo come un pari.
— Non aveva — dissi — mai amministrato che piccole ferrovie, sebbene le avesse amministrate assai bene....
— Sicuro. E nessuno da principio ce lo voleva a quel posto. Mio marito naturalmente era uno dei più accaniti. Ma lui tanto disse e tanto fece, che la spuntò. Allora i principali interessati nella ferrovia diedero ciascuno un pranzo per festeggiare la pace. Io però non mi sono mai occupata degli affari di mio marito, e quindi non avevo dato gran peso alle sue parole.... Ma due giorni prima del pranzo, incontrai per l’appunto Otto Kahn. Lei lo conosce, credo. La banca Kuhn Loeb era anche essa impegnata nell’impresa del «Great Continental» e parlando gli dissi che avrebbe pranzato da me tra gli altri un certo Underhill. «Un certo Underhill!» mi rispose ridendo. «Ma tra pochi anni quell’uomo sarà il Napoleone della finanza americana!» Sa che cosa disse mio marito, quando gli ripetei questo discorso? «Kahn è matto!» Ma questo è niente: il più buffo fu poi.... Quando ci ripenso....
E scoppiò in una allegra risata.
— Lei che vede in ogni banchiere un eroe.... Stia a sentire. Poco dopo il pranzo, un giorno, mio marito ritorna a casa con una faccia.... Era fuori di sè. Avevo appena avuto il tempo di domandargli se si sentiva male, che si mette a gridare: «Lo dicevo io che era pazzo, pazzo, pazzo!» E dava dei pugni sul tavolo, saltava da una poltrona all’altra, rovesciava i libri: pazzo era lui, non Underhill. Perchè alludeva a lui. E sa che cosa era successo? Si figuri: Underhill era partito zitto zitto per fare un giro sulla «Continentale» e vedere un po’ quel che si poteva fare per assestare quella ferrovia fallita da tanti anni: per due settimane silenzio, non aveva data notizia di sè: quando alla fine, dopo due settimane, ecco arriva un telegramma così concepito: «Mi occorrono trenta milioni di dollari». E per trenta milioni di dollari mio marito vaneggiava a quel modo!
— Andava però per le spiccie, quell’Underhill — non potei a meno di osservare.
— E aveva ragione, — mi rispose essa, subito, con forza. — Se i banchieri non sanno arrischiare il loro denaro, a che servono?