— Ma pretenderebbe lei forse che gli dovessero spedire i centocinquanta milioni come erano stati chiesti, a volta di telegrafo?
— Non dico questo — rispose ridendo. — Ma un po’ di slancio, di ardire, di fiducia ci vorrebbe. Invece! Io non conosco invece gente più paurosa. E il più pauroso di tutti era proprio mio marito! Bisognava vedere, quella volta.... Underhill dovette venire a New-York, parlare, persuadere, spiegare.... Mio marito era addirittura esterrefatto: per quindici giorni non dormì, non mangiò, tanto era agitato: anche gli altri, bisogna dire, titubavano tutti: persino lo zio, che pure, quello è un uomo serio. Avevano tutti una tremarella.... che la ferrovia fallirebbe di nuovo tra due o tre anni. E tre anni dopo si spartivano parecchie centinaia di milioni....
— E Underhill era diventato un grande uomo, — aggiunsi io.
— Se lo meritava, perchè il merito era suo e soltanto suo.
— Non dimentichiamo però che la fortuna ci ha messo anche lei il suo zampino.... Proprio allora incominciò il rincaro dei cereali. La prosperità tornò in quelle regioni, che la crisi del’93 aveva devastate. Anche la guerra delle Filippine lo ha aiutato. Se si fosse sbagliato....
— Ma non s’è sbagliato: il suo genio aveva indovinato che i tempi mutavano.
— L’aveva proprio indovinato? O s’è buttato avanti, un po’ alla cieca, tentando l’ignoto, come si fa di solito?
— Non ne dubiterebbe se l’avesse sentito a discutere con mio marito. È una cosa curiosa — aggiunse poi dopo un momento di riflessione. — Mio marito è un pozzo di scienza. Bisognava sentire, quando dimostrava che i territori del «Continental» dovevano restare per secoli deserti! Quando parlava, anche a me, che sono una povera donna ignorante, pareva impossibile che non avesse ragione. E invece.... Come lo spiega, lei, questo fatto?
Invece di spiegarlo, le rivolsi una domanda intorno agli studi del marito. Poichè la signora mi pareva in vena di confidarsi, volli avventurare una prima domanda intorno alle cose di famiglia. Rispose infatti, e con pronta e quasi ingenua franchezza.
— Ha studiato — disse — in Germania, a Bonn, non so per quanto tempo: e poi a Parigi all’«Ecole des sciences politiques et morales».... Pare che fosse bravissimo negli studi: e non ne dubito, perchè in fondo è nato, credo, più professore che banchiere. Suo padre glielo diceva sempre. Anche adesso non è felice che in mezzo ai libri o quando può scrivere qualche articolo per una rivista di economia politica.