— Dunque, se ho bene inteso, noi non avremmo del progresso altro che un concetto quantitativo, che vada per numeri. Traduco le sue idee, se le ho ben capite, nel linguaggio dei filosofi. Le qualità delle cose, come la bellezza e la bontà, non sono capaci di misura precisa e quindi neppure di confronti sicuri. Ma il progresso suppone sempre un più od un meno, quindi....

— Proprio così — disse l’Alverighi vivacemente. — Siamo d’accordo.

— E quindi, — proseguì il Rosetti — sinchè gli uomini si erano proposti di raffinare la civiltà, cioè di migliorare la qualità delle cose: la squisitezza dei piaceri, la bellezza delle arti, la santità della religione, la giustizia delle leggi; l’idea del progresso fu vaga; il mondo procedè lento ed incerto, perchè le differenze infinitesime del bello e del buono non si percepiscono più, e al di là di una certa perfezione i gradi si confondono?

— Benissimo, — interruppe l’Alverighi — benissimo. E invece l’idea del progresso divenne norma sicura di azione il giorno in cui l’uomo si è accinto a conquistare la terra. L’ho detto e lo ripeto: che due e due fanno quattro, e che quattro sia il doppio di due, nessuno lo metterà in dubbio.

— È vero — riprese il Rosetti. — Il segno più vistoso del progresso sarà allora l’incremento delle ricchezze, perchè le ricchezze si possono misurare facilmente e con molta esattezza. Progresso è dunque il produrre di più. E definiremo progresso anche il consumare di più?

L’Alverighi dovette presentire, in questa domanda, una insidia: perchè invece di rispondere diritto, divagò chiedendo:

— Non capisco.... Che cosa intende di dire?

— Che il saper produrre di più sia progresso, mi è chiaro. Ma il consumare maggiormente? C’è qui la signora Ferrero che dice di no; e quel che la signora ripete adesso, lo avevano già detto anche gli antichi. Per gli antichi, non è vero, Ferrero? ogni incremento del lusso e dei bisogni sapeva di corruzione: la parsimonia, la semplicità, l’austerità erano virtù universali ed eterne. Tutta la argomentazione della signora Ferrero contro le macchine prende le mosse, mi pare, da questo principio antico: l’incremento dei bisogni è male. E il principio potrà esser discusso: ma è lei pronto a sostenere l’opposto, che il consumare di più sia sempre segno di progresso? Che, per esempio, chi beve un fiasco di vino a colazione ed uno a pranzo è uomo più perfetto di colui che ne beve solo mezzo bicchiere? O che l’ozioso il quale spreca mezzo milione all’anno val più del laborioso artigiano, il quale non può spendere ogni anno che le poche migliaia di lire guadagnate faticando? O che noi siamo da più dei romani, solo perchè noi fumiamo il tabacco, beviamo il thè, il caffè, il cognac, la Benedectine, la Chartreuse, la Strega e tanti altri liquori ignoti ai personaggi di Ferrero?

— No, non lo penso — rispose l’Alverighi.

— È chiaro dunque — rispose il Rosetti — che solo il crescere di certi bisogni è progresso. E questi bisogni, li vogliamo noi chiamare legittimi? Progresso è dunque accrescere la ricchezza, e quindi conquistare la terra, nella misura in cui ricchezza e conquista servono a soddisfare dei bisogni legittimi. Se noi volessimo conquistare la terra per abbandonarci su di essa ad un’orgia sfrenata, la conquista non sarebbe progresso, non è vero? Quindi mi dica quale è il criterio per distinguere i bisogni legittimi dagli illegittimi, i progressivi da quelli che non sono tali....