Ma il condurre a termine una disputa di tanta ampiezza, in mezzo ai tripudi della festa equatoriale, era impresa troppo difficile. In quel momento sopraggiunse il Vazquez: e ci disse che erano le undici e mezzo; che egli desiderava finire la giornata del passaggio bevendo «una copa» in compagnia «de los savios del Cordova»; ci invitava perciò a sospendere i dotti ragionamenti che avevano durato un bel pezzo e ad andare con lui nella sala da pranzo. Dopo qualche esitanza e vari complimenti cedemmo all’invito, seguendolo. Alla mensa di mezzo riccamente imbandita il Vazquez fece sedere alla sua destra la Gina: poi disse che il posto di sinistra era riserbato alla signora Feldmann, se l’ammiraglio volesse esser così cortese da cercarla per la nave e invitarla: l’ammiraglio acconsentì, pur dichiarando di ignorare se fosse ancora in piedi ed uscì: noi ci sedemmo a piacere. Nel mezzo della tavola infiorata si ergevano parecchie bottiglie di Champagne, circondate da molte vivande fredde: tra le quali carni e frutta della terra argentina che l’accorto ospite aveva per amore della patria lontana disposte con arte tra le altre vivande: quelle lingue di bue in scatola, che sono una delle ghiottonerie più prelibate dell’Argentina: parecchie scatole della deliziosa marmellata di mele cotogne che gli Argentini chiamano «membrillo»: delle magnifiche e grossissime pesche sciroppate, che venivano da Mendoza. Chiacchierammo aspettando la signora Feldmann, che venne di lì a un momento, a braccio dell’ammiraglio — invece di coricarsi, come aveva divisato, spaventata dal caldo e dal chiasso si era rifugiata in un cantuccio del ponte superiore a leggere — e appena essa si fu seduta, le bottiglie detonarono e incominciò la cena. Il gustarne che facemmo ci trasse a discorrere delle vivande argentine: tutti le lodammo e non per cortesia, ma sinceramente; lieto e inorgoglito il Vazquez ci ringraziò, come fanno spesso gli Americani quando sono contenti degli elogi tributati alla loro patria, mostrandoci i tesori dell’Argentina: quegli infiniti tesori che essa abbandona così volentieri a quanti osino venire da lungi a farle una dolce violenza soltanto.
— Sono le più belle pesche del mondo, non è vero? — diceva in spagnuolo. — Ebbene vogliono sapere quanto guadagna il mio amico che coltiva queste pesche? Il conto è presto fatto.... Ogni albero di sei anni produce circa seicento pesche: dieci pesche per scatola fanno, per ogni albero, sessanta scatole. Ogni scatola, quel mio amico, la vende mezza piastra. Il che fa trenta pesos di reddito lordo per albero. Piantando trecento peschi per ettaro, e ci stanno al largo, abbiamo un reddito di novemila pesos: un po’ meno di ventimila franchi. La spesa necessaria a coltivarle e prepararle ammonta a circa la metà: il profitto dunque, per ogni ettaro, è di diecimila franchi. Diecimila franchi! Non c’è coltivazione al mondo più lucrosa: nè l’alfalfa, nè il grano, nè il lino....
Questo discorso elettrizzò l’Alverighi, che:
— Tranne l’uliveto, però, tranne l’uliveto — corresse: e ci raccontò come nella provincia di Mendoza un ettaro di uliveto poteva fruttare perfino tredicimila franchi.
Il Vazquez confermò, aggiunse: chi mosse domande e chi fece delle osservazioni: i nuovi discorsi furono appiglio all’Alverighi a rinvigorire di più vistose pennellate il quadro della prodigiosa opulenza argentina, che il suo amico aveva incominciato a tracciare sobriamente: e così a poco a poco, in mezzo a un cinguettare francese, italiano, spagnuolo, noi vedemmo il filosofo italiano voltato in agricoltore e l’agricoltore argentino rimasto quel che era nato, deporre ai nostri piedi, come in una visione, i tesori della vasta repubblica. Con prolissità imaginosa e ineguale il primo, con l’enfasi succinta e dignitosa propria dei signori di lingua spagnuola il secondo, ci descrissero ambedue la nuova terra promessa: ci trasportarono a volo sulla pampa infinita, cui è limite l’irraggiungibile linea dell’orizzonte sempre eguale; tra i campi di alfalfa, sui quali la falce taglia e ritaglia ogni anno, sin dove l’occhio giunge, l’erba dalle foglioline d’oro; in mezzo al fervore delle mietiture, nelle estati ardenti, quando la Cerere transatlantica vuota il grembo ricolmo di spiche sulle provincie di Buenos-Aires, di Santa Fè e di Cordova; e da villaggio a villaggio, mentre le trebbiatrici rombano, i mietitori cantano e i convogli carichi di grano si avviano lenti verso il mare, corre come un tripudio di vittoria: ci mostraron da lungi i floridi vigneti di Mendoza, le verdi boscaglie tucumanesi della canna da zucchero, i secolari boschi di quebracho così duri alla dura bipenne: ci introdussero nella melanconica solitudine verde delle vaste estancias, dove sugli alti e cupi boschetti di eucaliptus, sulle ruote dei solitari mulini a vento giranti lontane, sui bassi tetti dispersi delle stalle e sull’azzurro tremolare delle lagune passa alto, lento e nero sul grande cielo turchino, il volo silenzioso dei grandi stormi di uccelli. E sfilarono pure innanzi a noi, condotti quasi a mano e chiamati per nome, gli orgogli dell’Argentina: quel tal shorthorn del signor Alfredo Martinez de Hoz, quel tale Holmer II, razza di Hereford, del signor Perreyra Iraola che, non so più in quale esposizione, avevano debellati tutti i concorrenti inglesi: i progenitori delle nuove razze che l’Argentina alleva per il mondo, famosi per la eccellenza ed il prezzo: quel tal celeberrimo toro che fu pagato da un argentino centodiecimila franchi, quarantamila franchi più che non sia mai stato pagato dall’origine del mondo e in tutto il mondo nessun animale cornuto: il famoso cavallo «Diamond Jubilee» pagato a re Edoardo VII da Ignazio Correas un milione di lire: la cabaña di quei milledugento montoni Lincoln di purissimo sangue, tra i quali il signor Covo voleva, nelle stalle del signor Wright, scegliere i campioni più belli; ma eran tutti così belli che li comprò tutti, scrivendo sull’atto uno chèque di cinquantamila lire sterline. A poco a poco fummo tutti arraffati da questo vortice pulverulento di milioni: presto la conversazione trapassò al rincaro — o come si dice in America — alla valorizzazione delle terre, alle fortune fatte dormendo tranquillamente dai savi che seppero posare a tempo il capo sopra una zolla della madre terra: e non in Argentina soltanto, ma in Brasile e nell’America del Nord: e chi citò un fatto e chi un altro e chi un altro ancora. Io solo tacevo: e pensavo.... Era l’effetto dei discorsi fatti in tutta quella lunga giornata? Era l’effetto dell’avere spensieratamente bevuto e il solito fenomeno che un primo principio di ebbrezza suol far nascere in me, disponendo l’anima a un melanconico senso della nullità di tutte le cose? Era effetto insieme della filosofia rimestata in quel giorno e del troppo Champagne bevuto? Non so: ma mi pareva che, volgendomi a guardare dalla fine di quella lunga giornata equatoriale, alla luce dei discorsi che avevamo tenuti in quei dì e nei precedenti, il mondo intero si allontanasse come nel crepuscolo di un sogno.... Che cosa era quell’equatore che noi avevamo tutto il giorno desiderato? Una linea immaginaria. Tracciare con la mente una linea immaginaria, desiderarla, sforzarsi di raggiungerla, tripudiare per averla oltrepassata, quando nessun mutamento è stato operato nell’universo.... Ma che altro sono la gloria, la potenza, la felicità, il sapere? Che è la vita, se non un eterno passaggio dell’equatore, un continuo sforzarsi per raggiungere qualche linea immaginaria; immaginaria la bellezza, immaginaria la verità: immaginario il progresso, immaginario tutto, anche.... In quel momento, per caso, la signora Feldmann mi guardò, proprio mentre con la mano toccava sul petto nudo le perle; e sorrise. Gesto usato come il sorriso: ma non so perchè, il gesto e il sorriso mi parvero in quel momento alludere discretamente, e per me solo che solo potevo capire, alla falsità delle perle. Sì: anche la bellezza era dunque illusione.... E perciò pure illusione l’amore? Mi sentivo l’anima tra oppressa e beata, triste e gioiosa: ascoltavo distrattamente i discorsi e non ristavo dal bere: mentre il mondo continuava ad avvilupparsi in una mistica nebbia.... Quando a un tratto, l’Alverighi, come spesso accade agli Europei arricchiti in America, fu preso dalla smania di incitare alla ricchezza i neghittosi rimasti in Europa, raccontando e quasi gridando in piazza le proprie fortune.
— Ma questo è nulla, a confronto di quel che abbiamo fatto e faremo, il signor Vazquez ed io, nella provincia di Mendoza. Lo dica lei, signor Vazquez.
E il signor Vazquez, composto e dignitoso, raccontò che quattro anni prima egli e l’Alverighi avevano comprato nel territorio di San Rafaele, da un inglese, centoventimila ettari ancora incolti tranne mille ettari, sui quali passavano però tre ferrovie e che li avevano comprati per cinque milioni: un milione all’acquisto: il rimanente in quattro anni. Avevano poi domandato e ottenuto il diritto di acqua, a condizione di scavare un certo numero di canali e di mettere le terre a coltivazione, in dodici anni. Ma a questo punto l’Alverighi, impaziente forse perchè il Vazquez parlava troppo lento e pacato, lo interruppe, continuando egli:
— Ci siamo addirittura dissanguati, signori miei: sì, dissanguati: lui cioè no, perchè è più ricco molto di me, ma io sì: mi son cacciato nei debiti sino agli occhi; ma non importa! Abbiamo scavati i canali e abbiamo incominciato a spezzettare ventimila ettari in piccoli lotti.... A quest’ora li abbiamo già venduti: duecentocinquanta lire l’ettaro: abbiamo dunque pagata tutta la terra e ci restano centomila ettari.... Un bell’affaruccio, non è vero? Ma non siamo che al principio del principio: il bello verrà tra qualche anno: andiamo appunto a Parigi a cercare i capitali per fare altri canali e le strade, per iniziare alcuni pueblos: faremo una società: e poi spezzeremo la proprietà in piccoli campi per venderli a chi vuol coltivare la frutta.... Cinquanta milioni, vogliamo cavarne: e creeremo la California dell’Argentina! Ma perchè, ma perchè gli uomini si scervellano tanto in Europa per guadagnar poche migliaia di franchi, arzigogolando tanti espedienti? Perchè si contentano di raccogliere le briciole del banchetto sotto la tavola, quando tanti posti sono ancora vuoti alla mensa di onore? Vengano in Argentina, vengano tutti; per tutti c’è posto, laggiù; comprino terre; son milioni sicuri, come è sicuro che domani il sole si leverà! Non c’è rischio: il mondo avrà pur sempre bisogno di grano, di carne, di lana: l’Argentina non teme nulla: succeda quel che vuol succedere, le terre continueranno a crescere di valore, sinchè noi che le abbiamo comperate o i nostri figli diventeranno per lo meno miliardari.... Che paese! Che paese! E lei ingegnere, lei che è stato ed ha fatto fortuna in America, pensa che il progresso è una illusione? Una illusione quando si vedono di queste cose? di questi portenti? di questi miracoli? Neghi il progresso, se le piace, quanto vuole: ma oggi io, l’ultimo e il più oscuro degli uomini, perchè sono emigrato in Argentina, io posso aver la gloria dei sovrani antichi. Io farò quel che fecero Alessandro, Cesare, Augusto, Costantino; io fonderò una città, sì una città nel mezzo di quel terreno; e le darò il mio nome! Sarà da principio un pueblo: poi ingrandirà a città; e poi, chi sa? un giorno sarà una capitale. E si chiamerà Alveriga!
Non so perchè, ma questo discorso, pieno di tanti particolari concreti, mise in fuga quella dolce illusione e quel soave stordimento che il mondo fosse tutto un bel sogno. Una realtà massiccia, solida, greve e quasi brutale apparve a un tratto, in mezzo ai mistici fumi dello Champagne, simile ad un iceberg nella nebbia: la ricchezza. E mi sentii inquieto e come a disagio in faccia a me stesso.