Il giorno seguente, uscendo dalla cabina verso le dieci — nessuno fu mattiniero quel giovedì — incontrai sul ponte di passeggiata l’ammiraglio. Gli raccontai in succinto i discorsi fatti con la signora Feldmann, e gli esposi, un po’ cautamente da prima, le riflessioni maturate nella notte e durante la mattina. Come cioè quel pronto e spietato sparlar del marito con il primo venuto non mi piacesse e mi facesse un po’ diffidare delle smanie di cui ero stato testimone il martedì sera. L’ammiraglio sorrise; e poi:

— Sa perchè — disse — ieri sera ho riso, a sentire che la signora Feldmann dubita del cervello di suo marito? Perchè parecchie volte, a Rio, il signor Feldmann mi ha detto che sua moglie era un po’ pazza!

E non aggiunse altro: ma le parole e più il tono con cui furono dette mi confermarono, come supponevo da un pezzo, che l’ammiraglio fosse meglio informato delle scissure della famiglia che non dicesse: cercai quindi di farlo parlare.

— Ma lei è dunque amico della famiglia Feldmann? — chiesi.

Mi rispose che aveva conosciuto il marito, quando aveva condotta a New-York l’armata brasiliana — i Loeventhal erano i banchieri del Brasile — e che quando era venuto a Rio il Feldmann aveva cercato di praticarlo molto, forse perchè era uomo che le grandi dignità e posizioni abbagliavano assai. Mi raccontò pure che il padre del Feldmann era un banchiere di Varsavia originario di Francoforte; e che cugino del Loeventhal, già stabilito a New-York, era stato da questo indotto, ai tempi della guerra di secessione, a concorrere ai prestiti dell’Unione; che questi prestiti erano stati il principio di altri e maggiori affari; che il giovane Federico, mandato presso i Loeventhal a impratichirsi delle cose americane, era poi rimasto in America. Mi disse infine che il Feldmann aveva accettato da un consorzio di banche e dal governo l’incarico di studiare quel che l’America settentrionale potrebbe tentare nella America meridionale, per prepararsi ad entrar nella diplomazia della repubblica: «un altro capriccio di mia moglie» diceva il marito: «una delle tante fantasie di mio marito» diceva la moglie. Quando però tentai di farlo parlare intorno alle intime cose della famiglia, ripetendogli la domanda già fatta alcuni giorni prima, chiedendogli se marito e moglie andavano, sì o no, d’accordo, mi rispose che lo pensava: ma con la stessa imprecisione che mi sapeva di reticenza.

Mentre indugiavamo, passeggiando, in questi discorsi, sopraggiunsero il Cavalcanti e l’Alverighi.

— Ammiraglio, — gridò l’Alverighi appena lo vide, — mi dica, mi dica quale sarebbe secondo lei il criterio sicuro del progresso? Il mio buon amico Vazquez capitò, ieri sera, cinque minuti troppo presto!

L’ammiraglio, che mi parve da principio un po’ impacciato da questa irruente curiosità, si schermì alquanto; poi alla fine, arrossendo come uno scolaro timido che deve subire un esame:

— Ma il mondo — disse — è un ordine.... Tutto vi obbedisce a leggi immutabili; i pianeti che girano nello spazio! la palla che esce dalla bocca del cannone! la pianta che cresce! l’elica che girando spinge questa nave! l’uomo, il suo pensiero, i popoli, le civiltà!... A leggi immutabili ma oscure, nascoste, difficili a scoprire: quindi l’uomo da principio si imaginò che l’universo fosse un caos di forze capricciose; e perciò ebbe paura, sragionò, inferocì, commise ogni sorta di follie e di violenze. Fu ignorante, egoista e crudele. Ma i pianeti non hanno aspettato che Newton e Keplero nascessero, per girare secondo le leggi di Newton e di Keplero. E così l’uomo obbedisce alle leggi della sua natura, anche quando le ignora: male e con molti falli finchè le ignora, meglio e con maggiore precisione a mano a mano che le conosce: quindi anche alla legge del progresso, che lo spinge a passare dall’egoismo all’altruismo, dal disordine all’ordine, scoprendo le leggi che regolano il meraviglioso ordine dell’Universo. Prima crea le scienze matematiche, poi le scienze fisiche e chimiche, poi le scienze biologiche; scopre le leggi del numero e dello spazio, del movimento, della materia e della vita. Ora si accinge a far l’ultimo passo.... Sta cioè investigando le leggi della natura umana, e della vita sociale, per ridurre ad ordine anche il caos delle passioni e degli egoismi, la famiglia come lo Stato.... «Ordine e progresso» sta scritto sulla bandiera gialla e verde del Brasile.

— Augusto Comte, Augusto Comte! — dissi sorridendo. Avevo riconosciuto il semplice e ingenuo spirito d’ordine dell’America latina, nel fervore con cui l’ammiraglio annunciava al mondo il governo universale della scienza.