— Lei immedesima dunque scienza e progresso — osservò il Cavalcanti.
L’ammiraglio assentì: aggiunse che le conoscenze scientifiche si potevano sommare, cosicchè c’era anche un criterio quantitativo del progresso: tanto è vero che oggi uno studente di liceo è un fisico più dotto di Galileo e un chimico più sapiente di Lavoisier. L’Alverighi non consentì nè fece osservazioni; osservò solo che le ricchezze dell’America sono state e sono il più possente motore del progresso scientifico. Ragionammo poi di Augusto Comte.
— A proposito, — interruppe l’Alverighi — il signor Cavalcanti mi ha detto che a Rio de Janeiro si pratica il Culto dell’Umanità fondato dal Comte. Ci sarebbe perfino un tempio, costruito ad imitazione del Pantheon di Parigi....
L’ammiraglio accennò di sì: il Cavalcanti disse che la repubblica è stata fondata in Brasile dai comtisti: io raccontai che a Rio avevo visitato in Rua Benjamin Constant il piccolo tempio dell’Umanità, ragionando piacevolmente di molte cose con il gran sacerdote, il signor Texeira Mendes. La campana ci chiamò alla colazione; alla quale il Rosetti non era presente: ragionammo quindi di cose frivole, prima; e poi di Maddalena e di Antonio. La mia signora era scesa nella terza classe, la mattina, per vedere Maddalena e raccomandarle di badare al medico più che al marito: ma con scarso effetto. Essa ci raccontò che Maddalena si era a sua volta lagnata del dottor Montanari, ripetendo parola per parola le accuse già mosse da Antonio: come cioè il medico non le desse nessuna medicina, si divertisse per farle dispetto a isolarla dai suoi compagni di viaggio. «Sono forse una carcerata?» aveva detto. Si ragionò un po’ degli stolidi errori in cui il popolo si incaponisce nelle cose della medicina, della pervicacia con cui diffida dei dottori.... Ma il dottore insistè a sostenere che Antonio voleva far morire sua moglie: il Cavalcanti chiese per qual ragione Maddalena fosse così docile e sottomessa al marito: la mia signora raccontò che anche prima di andare in America Antonio comandava a bacchetta; e Maddalena, o per debolezza, o perchè avvilita dalla sua colpa, ne subiva la volontà prepotente. Ma qui tutti furono d’accordo nel dichiarare che Maddalena era una sciocca, perchè insomma, sì, aveva commesso un errore: ma non per questo era giusto cadesse, vita natural durante, nella schiavitù del marito, il quale abusava veramente troppo della sua ipocrita magnanimità. L’opinione si fece più avversa ad Antonio: cosicchè neppure l’Alverighi aprì bocca per difenderlo. Solo la mia signora osservò che Antonio aveva sempre trattato benissimo, senza parzialità, come il suo, il figlio altrui; e infine pregò il dottore di somministrare qualche droga, anche inutile, a Maddalena, tanto per accontentare in lei l’ubbia popolare dei farmaci. Finita la colazione, e dopo aver saputo che a mezzogiorno eravamo arrivati al terzo grado e ventiduesimo minuto di latitudine settentrionale, al ventisettesimo grado e trentottesimo minuto di longitudine, ci ritirammo alla siesta.
Quando uscii verso le quattro mi parve che il «Cordova» rullasse un poco: non ci badai: e incontrato il dottore, scesi con lui nella terza classe per parlare con quella siciliana, vittima delle amorose smanie dell’intendente paulistano. Era una donna di forse trenta anni — si chiamava Orsola — bruna, alta, piuttosto bella, poveramente vestita; ma aveva una faccia dura e in quella degli occhi mobili e inquieti, che non mi piacquero. Invitata dal dottore mi raccontò prolissamente e con innumerevoli divagazioni, parentesi e ripetizioni, in un italiano infarcito di dialetto e di portoghese, la sua storia. Le chiesi perchè non avesse ricorso al console italiano, e mi rispose che non potevano uscire dalla fazenda, perchè erano sorvegliati; che non avevano potuto scrivere perchè erano ambedue analfabeti; che non avevano potuto far scrivere da qualche loro compagno di fazenda perchè tutti avevano paura. Le chiesi perchè non si fossero fermati a San Paolo, a far valere le proprie ragioni, invece di imbarcarsi precipitosamente: mi rispose che se non fossero scappati sarebbero stati accusati di furto e di truffa per i debiti che l’intendente ingiustamente imputava loro. Tentai di dimostrarle che anzi, almeno se le cose erano proprio andate come essa diceva, l’intendente avrebbe potuto passare egli un brutto quarto d’ora! Ma non ci fu verso: a lei lo aveva detto l’oste del villaggio vicino alla fazenda, che stava in Brasile da trenta anni: e i miei argomenti si spuntarono contro tanta autorità.
Risalii sul ponte di sopra, perplesso. Le risposte erano state pronte, i particolari precisi, le diverse parti del racconto legate a dovere: eppure.... Il racconto, non so perchè, mi metteva in sospetto. Ma mentre, pensando a queste cose, salivo la scalette di prua, mi accorsi che il vapore rullava e beccheggiava con forza. Guardai l’Oceano: non era in furia, nè schiumante di marosi, ma dondolava pacato, molle, gonfio, in valloncelli e montagnole, che non avevan forza di rompersi. Eppure il vapore si moveva come in tempesta: onde non fui punto sorpreso, quando la cameriera, passando, mi avvertì che la mia signora si era sentita male. Corsi alla sua cabina; le feci sorbire un certo farmaco contro il mal di mare che le aveva prescritto nella traversate dall’Havre a New-York il medico della «Savoie», efficacissimo; stetti presso di lei sinchè si assopì. Uscii quindi sul ponte di passeggiata, che era deserto; salii sul ponte delle imbarcazioni, sperando trovarci qualcuno: e difatti, dalla parte di babordo, sotto vento, vidi seduti a cerchio l’ammiraglio, il Cavalcanti, l’Alverighi: una quarta sedia stava vuota tra di loro. Al primo sguardo, di lontano, dai gesti e dai volti, capii subito che discutevano animatamente; e di fatti:
— Ma che la scienza sia falsa, poi, falsa per sua natura! — diceva l’ammiraglio con impeto, quasi con sdegno, mentre io occupavo la sedia vuota. — Le pare a lei, signor Ferrero, che il mondo sia un gran disordine e che la scienza sia falsa? — aggiunse, scorgendomi, e a modo di saluto.
— Alla grazia, che rovesciamento! — pensai tra me.
Il Cavalcanti mi raccontò come un’ora prima incontratisi tutti tre con il signor Rosetti erano ritornati sul discorso fatto alla mattina intorno alla scienza; e che allora il signor Rosetti aveva chiesto all’ammiraglio se egli credeva, come il popolano, che la scienza fosse vera, incominciando poi un discorso, per dimostrare che egli era di questa opinione perchè seguace di Augusto Comte: e che Augusto Comte aveva avuto il torto di non calcare la via aperta dal sommo Kant e di non studiare le facoltà dello spirito prima di adoperarle a scrutare il grande mistero; e quindi aveva commesso l’errore di accettare il mondo quale glielo presentavano i sensi: proprio come fa il contadino e l’operaio. Ma poi non aveva potuto terminare la sua dimostrazione, perchè si era sentito indisposto e si era ritirato.
— Ed io ne seguirò il nobile esempio — disse all’improvviso l’Alverighi, che era stato (oh meraviglia!) sino allora zitto zitto. — Questo è un mare impossibile.