— Dunque, dunque, — dissi — lei diceva che come andarono ad abitare in Madison Avenue....
— Sicuro! — essa sospirò. — Smettemmo la semplice vita di prima, incominciammo a ricevere, a fare grande sfoggio. Diventai anche io, non fo per dire, un personaggio nel mio piccolo; ebbi la mia corte. E addio felicità!
— Ho capito — interruppi pronto e malizioso. — Incominciarono per suo marito, come per tutti gli uomini ricchi che fanno vita mondana, le tentazioni.... E la carne è debole....
Ma non avevo invece capito affatto.
— No, no — rispose essa risolutamente. — Non gli ho fatta mai, fino ad oggi, neppure una scena di gelosia, una sola, perchè non ne ebbi mai, debbo riconoscerlo, motivo o ragione....
— Non capisco allora che guai abbiano potuto nascere. Per le famiglie tanto ricche questo è il solo scoglio pericoloso nel mare infido della vita sociale.... Non saranno stati i debiti, m’imagino....
— Avrebbe ragione se mio marito non fosse un uomo senza criterio, senza giudizio, senza un briciolo di buon senso.... Avremmo dovuto essere felici, non è vero? Se al mondo c’era una persona nata per essere felice con poco, anche nella miseria, ero io; un fiore, un paesaggio, un raggio di luce, un bambino bastano per inebriarmi di gioia; posso godere tutte le cose belle, intensamente; non capisco neppure come si possa pensare che i poveri debbono essere infelici, solo perchè sono poveri. E tutti mi invidiano infatti.... Invece.... Più fui ricca e meno godei; da quando andammo a star di casa in Madison Avenue il destino mi ha perseguitata; tutto m’è andato a rovescio; la vita è stata una lotta continua e inutile. Davvero mi han servito molto, a me, le ricchezze dell’America. La più miserabile erbivendola di New-York è stata più felice di me!
— Perchè suo marito e lei non andavano d’accordo nel giudicare dei quadri o dei mobili?
Le ultime parole, prorompendo dal fondo dell’anima, nella notte nella solitudine nel vento, affannose e rotte come singhiozzi, avevano vinta la mia diffidenza: tuttavia il lamento, se mi suonò sincero non mi parve adeguato al malanno. Ma la signora non mi diè tempo di dilungarmi.
— Sicuro, anche per questo! — ribattè, con forza, quasi aspra. — Io non so vivere in mezzo a cose brutte, a persone antipatiche, ad obblighi fastidiosi. Mio marito voleva una social position a New-York: va bene: la volevo anche io; non ho mica, neppur io, i gusti di un eremita: ma che bisogno c’era di lasciare le vecchie e buone compagnie, per cercarne delle nuove, insopportabili? Io ero stata felice nei primi anni: sei mesi a New-York, sei mesi in Francia: e con tanti amici d’oro laggiù, gente modesta, se vuole, quasi tutti, ma istruita, fine, piacevole: professori di Università, scrittori, artisti. Ma non so perchè, quando fummo in Madison Avenue mio marito li prese tutti in uggia; e a poco a poco quelli dimenticarono l’indirizzo della nostra casa. Ebbero ragione: ma a me, il dispiacere non mi è ancor passato. Quando penso a quelli che ne presero il posto! Ricconi tutti, si intende: ho avuto l’onore di avere a pranzo, in una sera, non so quanti miliardi: ma così noiosi, noiosi.... quanto solo dei finanzieri sanno esserlo! Mio marito invece era beato: e se io mostravo un po’ di noia, furie e scenate! Che gusto ci provasse in quelle compagnie, proprio non lo so....