— Ma infine, — dissi — quel che lei mi racconta non è poi una tragedia. Lei si lagna di essere stata condannata a morire di fame; perchè il destino l’ha nutrita con biscottini troppo dolci. Infine, mi permetta di parlar franco, con un po’ di pazienza....
— Se crede che non ne ho avuta! Perchè alla fine ho sempre ceduto io.
— Ma dopo aver resistito, protestato, combattuto....
— È naturale: perchè avevo sempre ragione!
— E le pare un piccolo torto aver sempre ragione? — le chiesi sorridendo. Poi aggiunsi: — In questo mondo, un po’ di filosofia è necessaria, signora: bisogna o vincere o cedere di buona grazia.
— Anche quando si tratta dell’educazione e dell’avvenire della propria figlia? — mi chiese a un tratto, risolutamente, guardandomi in faccia. — Ma lei vuole andare a pranzo: l’ora è tarda: questi discorsi non l’interessano — aggiunse poi.
Di nuovo protestai; e dopo qualche esitanza e un lungo sospiro, essa riprese:
— Lei che sa tante cose, crede che una malattia possa alterare l’indole di una persona? Mia figlia era un angelo. A dodici anni ammalò di tifo; stette due mesi tra la vita e la morte.... Che mesi! Quante volte ho pregato Dio di far il cambio delle nostre esistenze! L’ho supplicato di prendere me, che avevo già vissuto e di salvar lei... Dio la risparmiò e risparmiò me pure, pur troppo! Dopo quella malattia Giuditta diventò un diavolo. Aveva bisogno sempre e in ogni occasiono di far l’opposto di quanto le si diceva. Si figuri quel che successe quando andammo a stare in Madison Avenue; ed io ebbi tanto da fare; ed essa fu relegata al secondo piano, nelle mani delle istitutrici; e io la vedevo, sì e no, una volta al giorno! Suo padre poi, invece di aiutarmi, la incoraggiava, per debolezza, per non aver noie. «Lascia correre; le nuove generazioni sono fatte così; l’America è il paese della libertà; lasciami godere in pace la casa: ho tante preoccupazioni, io, fuori!» Vede che padre era quell’uomo? E i frutti di questa educazione.... — Tacque un istante, come cercando un esempio; poi a un tratto: — Noi siamo una famiglia di banchieri, è vero: ma ignoranti, no. L’istruzione, l’abbiamo sempre curata. Tanto mio marito come io abbiamo tutti e due dei parenti che sono professori di Università. Ora crederebbe lei che, non dico che mi sia riuscito di infondere in Giuditta un po’ di gusto per la letteratura o per l’arte; ma che.... mi vergogno a dirglielo.... — e abbassò la voce. — Non ho letta ancora una lettera sua in inglese o in francese.... che non fosse zeppa di errori di ortografia.
Sorrisi a vedere la faccia nel tempo stesso costernata e confusa con cui la signora mi confidò questo orrendo segreto della sua misera stirpe; e per consolarla le dissi che non in America solo ma anche in Europa non sono rare le famiglie colte da parecchie generazioni, in cui le generazioni nuove sembrano prese da un misterioso ribrezzo per l’inchiostro, la penna ed i libri.
— Si direbbe — conchiusi — che oggi le famiglie ignoranti vogliono istruirsi e le istruite ricascare nell’ignoranza. E naturalmente quel che interessava la sua figliola erano vestiti, balli, cavalli, «lawn tennis», sport.