Accennò di sì; e aggiunse sorridendo:

— Nonchè i bei giovinotti. Anche in questo proprio non era mia figlia. Aveva appena diciassette anni, e già protestava che essa non voleva invecchiare ragazza, ed accusava me di impedirle il matrimonio, per cattiveria. Si figuri! Un giorno sdegnata le dissi che ai miei tempi una ragazza della sua età simili cose non le avrebbe neppure pensate. Sa che cosa mi ha risposto? «Que vous êtes vieux jeu, maman!» Quasi quasi.... — fece una pausa; negli occhi le brillò un vago riso di compiacenza; abbassò la voce: — Quasi non sono aliena dal pensare che fosse un po’ gelosa. Una volta mi disse, stizzosa, che quando eravamo insieme gli uomini non badavano che a me! Alla fine l’abbiamo maritata, che non aveva ancora diciannove anni, non troppo male: speravo di aver un po’ di pace, dopo: ma non so che stella maligna mi perseguita: e Giuditta era appena partita per l’Europa, che scoppiò lo scandalo del Great Continental. Che mesi furon quelli! Quando ci ripenso. Se ne ricorda lei, di quello scandalo? Ne parlarono molto anche in Europa!

Le risposi di sì. Essa allora mi chiese se sapevo spiegarle chiaramente la ragione di quello scandalo, che essa non aveva mai capita, pur essendosi trovata nel mezzo del vortice. Le raccontai che Underhill a un certo momento aveva vendute in gran numero obbligazioni del Great Continental; e con quel denaro aveva fatta incetta delle azioni di una ferrovia concorrente del Nord, per toglierla di tra le mani del Morgan o di altri potentissimi finanzieri che allora la governavano: questi si erano a loro volta precipitati nella Borsa strappando di mano al gruppo concorrente le azioni: sinchè, spartitisi a mezzo le azioni, i due gruppi rivali avevano inteso che conveniva venire ad accordi e si erano infatti accordati, stringendo tra loro quel che gli Americani chiamano un «pool». Ma la suprema Corte, giudicando che quelle due ferrovie erano concorrenti, aveva dichiarato illegale il «pool»: Underhill allora aveva vendute le azioni della ferrovia concorrente: e con tanta destrezza, in un momento così favorevole, che aveva incassati sessanta milioni di dollari — trecento milioni di franchi — più della somma spesa per comperarle. Trovandosi a disporre di poco meno di un miliardo, lo aveva speso comperando azioni di molte altre ferrovie, che non fossero «competing», bensì «connected», con la sua, a guisa di affluenti. Ma un giorno i nemici di Underhill riuscirono a indurre la «Interstate Commerce Commission» a fare una inchiesta sul Great Continental: la commissione svelò queste compere; e allora senza distinguere troppo sottilmente le ferrovie «connected» dalle «competing» l’America si infuriò in modo indicibile. Underhill fu accusato di voler costituire nel cuore dell’America una nuova e orrenda tirannide; fu minacciato di processi e di persecuzioni; fu coperto di ingiurie e di calunnie. Ma poi la collera pubblica sbollì: perchè insomma la legge distingueva proprio le ferrovie «competing» e le «connected».

La signora mi ascoltò attentamente; poi:

— Mi pare — disse — di aver capito questa volta. Cosicchè il punto dubbio era se le ferrovie comprate da Underhill fossero parallele o perpendicolari al Great Continental....

Accennai di sì.

— Ed ora capisco anche — continuò — le discussioni che avvenivano tra mio marito e Underhill. Una sera, mi ricordo, Underhill era venuto a pranzo da noi; un pranzo intimo: non c’eravamo che noi. Lo vedo ancora, magro e pallido; vedo quella sua faccia di «clergyman»; vedo quegli occhi dolci e vivi dietro gli occhiali. «Quel che io voglio fare è utile, è giusto, è necessario» — diceva. «Le ferrovie sono le arterie dell’America: e l’America sarà tanto più ricca, potente, felice, quanto più le sue ferrovie saranno veloci, a buon mercato, bene organizzate. Dicono che ci sono delle leggi che sembrano proibirmelo, perchè gli uomini non sono perfetti nè quando fanno le leggi nè quando fanno le ferrovie: ma io voglio essere persuaso da ragioni inconfutabili che la legge mi impedisce di fare il bene: se c’è un dubbio.... Ebbene, se c’è un dubbio assumo il rischio di violare la legge, per provare al popolo che la legge è ingiusta ed improvvida». E vedo pure mio marito, grasso, molle, elegantissimo.... Lo ascoltava perplesso e pensoso: e sa che cosa gli rispose? «Underhill, Underhill: rispettar le leggi non basta e forse non è la cosa che più importa: importa invece e quanto! che il pubblico creda che noi le rispettiamo. Le leggi sono fatte per dare alla moltitudine l’illusione che lo Stato le difende contro i potenti e i prepotenti, veri o immaginari. Oggi le masse si sono fitte in capo che noi, i ricchi, siamo i loro tiranni e nemici; e dubito assai, anche se quel che lei vuol fare è legale, che il pubblico lo crederà. Che ci gioverà allora aver rispettate le leggi, se la plebe griderà che le abbiamo violate? I giornali e i tribunali avranno paura della plebe. Meglio sarebbe violarle davvero e far credere che le abbiamo rispettate....» Perchè così ragionava mio marito, capisce?

Non potei trattenermi dal dirle che suo marito aveva ragionato, almeno quella volta, con profonda saggezza ed acume. Ma l’osservazione le spiacque.

— Gli uomini — disse un po’ stizzita — si sostengono sempre fra di loro.... Ma avesse visto, quando lo scandalo scoppiò! Mio marito, come al solito, perdè la testa. Non dormiva, non mangiava più: ogni giornale, ogni telegramma, ogni lettera che arrivava, quasi sveniva; era proprio buffo!

— Buffo, poi, signora! — non potei trattenermi dal dire, con accento di rimprovero.