Quali effetti morali, politici, intellettuali ne nascerebbero? Molti, e tutti gravi. Già la guerra del 1870 bastò a ridar voga al principio autoritario e monarchico che dalla Rivoluzione francese in poi declinava. Pochi sono gli uomini di Stato in Europa che dopo il 1870 non abbiano sognato, nel segreto pensiero, di copiare Bismarck. Quante caricature del primo cancelliere tedesco hanno afflitto l’Europa, in quarant’anni! Il supporre che i popoli d’Europa potessero, se non amarsi, rispettarsi e vivere in pace, fu considerata semplicità indegna di un grave uomo di Stato. Credere la guerra eterna e fatale in Europa fu il primo dovere di ogni uomo che ambisse di governare i suoi simili. L’Europa dovette indossare tante armi, da non poter quasi più reggere al peso; e non ci fu modo, per quanto tutti lo desiderassero, di assicurare al vecchio mondo una pace meno dispendiosa e meno precaria. Ma non è possibile dubitare che il male, già insopportabile, peggiorerebbe ancora, se la Germania rivincesse. Guglielmo II diventerebbe il modello dei sovrani; e la conquista del Belgio passerebbe per una prodezza. Sarebbe forza o rassegnarsi a vivere tutti in una immensa caserma; o prepararsi a nuove e sanguinosissime guerre; o sperare la salvezza da una rivoluzione. A mali estremi, estremi rimedi — dice il proverbio.

Ma ci sarebbe forse da temere anche un pericolo maggiore. Dopo una nuova vittoria, la Germania e tutte le cose tedesche godrebbero di maggior prestigio nel mondo; e cioè di un prestigio troppo grande. I tedeschi sono certamente dotati di diverse virtù; hanno fatto molte cose degne di ammirazione; e possono rivendicare un posto cospicuo nella gerarchia delle nazioni. Ma neppur essi sono perfetti, e perciò sono un cattivo modello, se gli uomini se ne innamorano troppo e se vogliono troppo e troppo servilmente imitarlo. Il che, del resto, non accade solo dei tedeschi; ma dei tedeschi forse più presto e in misura maggiore che degli altri popoli, perchè essi peccano precipuamente di esagerazione. Erasmo di Rotterdam chiamava Lutero «il dottore iperbolico». Noi potremmo chiamare la Germania «la nazione iperbolica». Trascinata da una specie di sregolato vigore, troppo spesso essa eccede al di là di quella che agli altri popoli pare la giusta misura; scambia quel che è colossale e gigantesco per grande; tenta impossibili imprese; si diletta di andar contro la modesta e consueta ragione delle cose; e massime da un secolo a questa parte si vanta di esagerare tutti i principî di civiltà che i nostri tempi vanno via via creando, anche a rischio di mutarli, come più di una volta è successo, in tormenti e in pericoli.

Quanti esempi si potrebbero citare! Quale è, per esempio, il principio che muove l’industria moderna; quella nuova industria che alle mani dell’uomo, abilissime ma lente, ha sostituite le macchine, mosse dal vapore e dall’elettricità, rapidissime ma rozze? Accrescere la quantità delle cose fabbricate, a scapito della qualità. I nostri tempi non sanno più fabbricare nè le meravigliose stoffe, nè i magnifici e solidissimi mobili, nè i ninnoli e i gingilli incantevoli del secolo XVII e XVIII; ma viceversa di tutte le cose fabbricano quantità ben maggiori in tempo più breve, empiendo tutte le case. Senonchè l’Inghilterra e la Francia avevano applicato questo principio con una certa moderazione e misura; deteriorata, sì, la qualità delle cose, per accrescerne la quantità e rinvilirne il prezzo, ma non oltre un certo limite.... I tedeschi invece hanno oltrepassato senza riguardi questo limite; iniziando nell’industria moderna l’êra di quella che i francesi chiamano la camelote; spacciando in ogni parte del mondo imitazioni frettolose e scadenti ma di poco prezzo; cercando di vincere i rivali con l’apparenza e il buon mercato; sacrificando cioè la qualità alla quantità, molto più che i francesi e gli inglesi non avessero osato. Del che francesi e inglesi hanno mosso ai tedeschi vivo rimprovero: in parte a torto, in parte a ragione. A torto, perchè i tedeschi hanno fatto alle industrie inglesi e francesi quel che gli inglesi e i francesi, a loro volta avevano fatto alle antiche industrie a mano: hanno volgarizzati ancora di più, deteriorandoli maggiormente, quegli oggetti che gli inglesi e i francesi avevano incominciato a deteriorare, per accrescerne l’uso. A ragione, perchè nella smania di arricchire in fretta, i tedeschi sembrano non scorgere più il limite, oltre il quale continuando ad accrescere la quantità a detrimento della qualità, la vita deve perdere colore e sapore: poichè la qualità — la bellezza o la bontà delle cose — è il sale e il condimento della vita, ciò che screzia l’aspetto dell’universo, risveglia ed appaga sempre nuovi desiderî, fuga dal vivere il tedio e la sazietà. Che cosa è la civiltà, se non un miglioramento del mondo? Potremmo noi definire un’abbondanza crescente di cose ogni dì più scadenti, altrimenti che una barbarie grassa e ricca?

Gli ordini militari oggi vigenti in Europa sono un altro esempio luminoso della esagerazione germanica. Nel secolo XVIII gli eserciti di Europa erano composti per la maggior parte di soldati di mestiere. Le armi erano allora una professione. Fu la Rivoluzione francese che rinnovò dall’antichità il principio, oggi riconosciuto e accolto da tutta l’Europa fuorchè dall’Inghilterra: che la milizia sia un dovere civico di tutti i cittadini. Di qui la coscrizione. Ma tutte le altre nazioni di Europa — la Francia prima di tutte — non hanno, sino al 1870, applicato questo principio che con molta moderazione, restringendosi a raccogliere degli eserciti non troppo numerosi, imponendo l’obbligo del servizio solo ad una parte della popolazione, e tenendo questa sotto le armi un tempo abbastanza lungo. La Germania invece si studiò, sino dai tempi delle guerre napoleoniche, di applicare il principio opposto: di ridurre il tempo del servizio, chiamando sotto le armi il maggior numero di cittadini che potesse. Nel 1870 già i soldati tedeschi servivano tre anni, e cinque i francesi. Ma la Germania potè mettere in campo circa un milione di uomini, nel tempo in cui la Francia ne chiamava alla guerra circa 750.000; e avendo vinto, sembrò agli occhi del mondo avere avuto ragione; cosicchè da allora in poi, grazie all’autorità conferita a lei dalla vittoria, ha potuto applicare sino alle ultime conseguenze quel principio non suo ed obbligare le altre nazioni — la Francia compresa — a seguirla. Ha ridotto il servizio militare a due anni; ha accresciuto senza tregua l’esercito di prima linea; ha addestrate e inquadrate le riserve dalle più giovani alle più vecchie; ha armata davvero la nazione in modo da poter condurre alla guerra non la parte più giovane del popolo, come nel 1870, ma tutti gli uomini già validi e ancora validi, dai giovinetti di 17 anni agli uomini di 48.

E così, dando i tedeschi l’esempio e gli altri popoli imitandolo, gli eserciti sono cresciuti negli ultimi trent’anni siffattamente di numero e di mole, che quasi non si possono più muovere: e facendo della propria grandezza ingombro a se medesimi, combattono nel secolo del vapore e della elettricità con una lentezza di mosse che ricorda le guerre di posizioni dei secoli passati. Questi eserciti non possono muoversi rapidi e finir presto la guerra, perchè sono dei colossi. Esagerati oltre una certa misura, anche i principî militari della Rivoluzione francese si steriliscono; anzi si ritorcono in danno dei tempi, i quali facendo in ogni altra cosa gran tesoro del tempo, avrebbero bisogno d’eserciti capaci sopra tutto di condurre la guerra rapidamente a termine. Solo a questa condizione le immense somme di denaro spese negli armamenti sarebbero state bene spese. Ordini militari che, sia pure per risolvere le più gravi tra le questioni della politica mondiale, obblighino l’Europa a rimanere in armi per un anno, e forse per due o tre, facendo un tal soqquadro di tutte le cose, vanno a ritroso e fanno violenza alle necessità più vitali dei tempi.

Ho citato questi due soli esempi per non dilungarmi troppo. Ma questi due soli bastano forse ad avvalorare una conclusione. Lo spirito tedesco è stato nell’ultimo secolo molto attivo, invadente, ambizioso: è riuscito ad acquistare, con sforzi perseveranti, molta autorità in ogni parte della terra; e come è accaduto a tutti i popoli nel tempo della loro potenza maggiore, ha fatto di questa autorità un uso, parte buono e parte cattivo; ma siamo ora giunti a un punto in cui sembra essere interesse di tutti — e della stessa Germania — che quell’autorità non cresca più, almeno per qualche tempo. Importa assai a tutti i popoli dell’Europa e dell’America, che la Germania, esaltata da nuove vittorie, non rinfocoli ancora nel mondo la smania delle cose colossali, l’ammirazione della forza, la frenesia della quantità, l’orgoglio della ricchezza, la vertigine della velocità, la superstizione del nuovo. Il mondo moderno ha bisogno non soltanto di ricchezze, di godimenti, di ferro, di macchine, di potenza, di scienza; ma anche di equilibrio, di misura, di un senso più profondo, più sicuro e più lucido del bene e del male. Chè il bene e il male da un pezzo vanno stranamente confondendosi nella mente degli uomini. Noi credevamo di esser tutti cristiani e civili; e in pochi mesi di guerra abbiamo visto non soltanto orrori, che credevamo cancellati per sempre dalla storia dell’Europa, ma ne abbiamo intese tali strane giustificazioni che ci è forza chiederci spaventati se gli uomini sieno oggi più feroci o incoscienti. Come si spiegherebbe questa sorpresa se, troppo intento ad accrescere le ricchezze e ad allargare il suo dominio sulla natura, l’uomo non avesse trascurato se medesimo e cessato di vigilare su quegli istinti feroci e perversi che, insiti nella natura umana, si addormentano talora, ma non si spengono mai?

Sopratutto è necessario decada e si obliteri nelle menti quel culto della forza, cui la Germania aveva data, con la guerra del 1870, tanta voga; poichè gli sfrenati armamenti dell’ultimo quarantennio e la conflagrazione europea non sono stati che due riti di questo culto sanguinario. Se dopo questa guerra i popoli d’Europa non torneranno ad innalzare di nuovo gli altari della Pace e della Giustizia, intorno ai quali si era per qualche tempo raccolta, seria e grave, condotta dai suoi poeti e dai suoi migliori statisti, la generazione del 1848; se non riconosceranno tutti — anche i più forti — che gli altri — anche i più deboli — hanno diritto di vivere e di progredire indipendenti, secondo le tradizioni e il genio della loro razza, l’Europa non potrà mai godere di una pace lunga e sicura, e quindi rimbarbarirà. Non si può assicurare la pace al mondo solamente con un equilibrio di forze avverse; perchè l’equilibrio delle forze è una ipotesi che ogni tanto occorre verificare con la guerra, come ora si sta facendo: si deve assicurarla riconoscendo lealmente, sotto certe condizioni precise, il diritto dei popoli — grandi e piccoli — alla indipendenza e alla libertà. Ma come potrebbe la religione della forza che nega questo diritto decadere in Europa, se la Germania fosse di nuovo vittoriosa — e di mezza Europa — questa volta?

Ho detto essere necessario che l’autorità della Germania non cresca ancora nel mondo, anche nell’interesse della stessa Germania. L’affermazione non è paradossale e strana che in apparenza. Quale infatti è stato il difetto che negli ultimi quarant’anni ha guastato il carattere tedesco, che pure è ricco di molte virtù? Il difetto che ha spinta la Germania a scatenare sull’Europa, desiderosa di pace, questa guerra terribile; e che ancora le impedisce di capire la gravità del soqquadro, in cui ha travolto il mondo? L’orgoglio. Le vittorie del 1866 e del 1870, il rapido incremento della popolazione e della ricchezza, lo sviluppo prodigioso davvero di alcune industrie, e massime della metallurgia, l’ammirazione che tutti gli altri popoli professavano per la sua scienza, per i suoi ordini sociali, per le sue industrie, per il suo esercito e per la sua marina, hanno messa a dura prova la sua saggezza. A tante fortune non ha resistito. Ha creduto di essere il maestro di tutti i popoli d’Europa; il più colto, il più morale, il più attivo, il più valoroso, il più laborioso e il più forte; e persuasosi di essere il primo, ha veduto in ogni parte persecutori e nemici. Gli altri popoli non gli rendevano la dovuta giustizia per invidia, per ignoranza, per gelosia; doveva dunque vigilare da ogni parte, difendere il proprio primato, che popoli da meno di lui insidiavano. E un giorno ha dichiarata guerra all’Europa.

La Germania ha dunque anch’essa bisogno di raccogliersi e di convincersi che nel mondo ci sono popoli che, meno valenti di lei in certe cose, le vanno invece innanzi in altre; e popoli che, pur essendo da meno di lei in tutto o in quasi tutto, hanno anche essi diritto di vivere, di lavorare, di farsi migliori. Che cosa succederebbe invece, se questo orgoglio, già troppo grande, fosse esaltato da nuove vittorie? No: i tempi e la civiltà in cui viviamo sono tali, che non potrebbero tollerare un grande Impero universale, soverchiante tutti gli altri Stati di un continente. I tempi antichi poterono obbedire, ammirare e venerare l’Impero universale di Roma, perchè l’orgoglio, l’ambizione, la cupidigia e tutte le passioni umane che più facilmente si esaltano, erano allora limitate dalle tradizioni, dalla religione, dalla cultura artistica e filosofica, dalla stessa povertà e ignoranza in cui gli uomini vivevano. Un imperatore romano era una creatura modesta, a paragone del più umile di noi, perchè da ogni parte le cose e gli uomini lo ammonivano senza tregua a non presumere troppo di sè, del proprio ingegno, della propria fortuna, della propria potenza.

Oggi non più. Oggi il mondo è ricco, sapiente e potente. Osa criticare le tradizioni, fare e disfare gli Stati, chiedere conto a Dio dei suoi comandi, alla Natura delle sue leggi. La letteratura, la filosofia e il costume, quel che si chiama lo spirito dei tempi, esaltano, invece di limitare, l’audacia, l’orgoglio, l’ambizione, la cupidigia degli uomini. Perciò è necessario che sussista nel mondo una specie di equilibrio morale; che ogni popolo senta la sua potenza limitata dalla potenza di altri popoli egualmente forti, intelligenti e sapienti. Se un popolo diventasse così potente da soverchiare tutti gli altri, l’equilibrio morale del mondo sarebbe rotto per sempre; e quel popolo, in tempi già così proclivi in ogni cosa all’eccesso, diventerebbe il Nabuccodonosor delle nazioni.