Ellida. È una triste verità! ed ecco perchè tutti soffriamo una pena segreta. Mi creda, la melanconia dell’umanità deriva da ciò.

Arn. Ma, cara signora Wangel, io non mi sono mai accorto che proprio tutto il mondo sia tanto triste quanto lei dice. Ho notato, al contrario, come la maggior parte degli uomini, prenda la vita molto allegramente e come viva in una felicità continua ed incosciente.

Ellida. Errore! codesta gioia è simile a quella che proviamo nelle lunghe e belle notti d’estate; quelle notti su cui pesa sempre la minaccia di un tempo burrascoso; ed è quella minaccia che oscura la gioia dell’umanità, come le nubi gettano l’ombra sui fiordi sui quali passano.... Il fiordo che pochi momenti fa era tanto bianco, tanto azzurro, e che ora, ad un tratto....

Viol. Scaccia quei brutti pensieri. Pochi momenti or sono eri contenta....

Ellida. È vero, sono una sciocca. (guardandosi con inquietudine d’attorno) Perchè Wangel non viene? eppure me l’aveva promesso. Caro signor Arnholm, vuol avere la bontà di andarlo a cercare?

Arn. Subito, signora.

Ellida. Gli dica che venga subito, subito, perchè in questo momento non lo vedo più.

Arn. Chi?

Ellida. Ah! lei non comprende! Quando non mi è vicino m’avviene delle volte che non mi ricordo più della sua fisonomia. Ma vada a cercarlo, dunque. (passeggia lungo lo stagno).

Viol. (ad Arnholm) Vengo anch’io; lei non saprebbe trovarlo.