Osvaldo. Ebbene?
Sig.ª Alving. Ad un tratto quell’allegro fanciullone — in quei tempi era proprio come un fanciullo, — si trova sbalestrato in una meschina cittaduzza, che non poteva offrirgli distrazioni di sorta, null’altro che dei piaceri! Non una meta da raggiungere: non aveva che un impiego. Non un lavoro in cui tutto il suo spirito potesse trovare una soddisfazione: null’altro che affari. Non un solo amico capace di comprendere il piacere della vita: semplicemente dei compagni d’ozio e di orgie.
Osvaldo. Mamma!...
Sig.ª Alving. Avvenne.... ciò che doveva avvenire.
Osvaldo. Cosa mai doveva avvenire?
Sig.ª Alving. Lo dicesti tu stesso un momento fa, prevedendo ciò che avverrebbe di te, se tu restassi a casa.
Osvaldo. Vorresti intendere con ciò, che mio padre....
Sig.ª Alving. Il tuo povero padre non ha mai trovato uno sfogo a quel piacere di vivere che traboccava in lui. Io, dal canto mio, non ero in grado di arrecare molta allegria al suo focolare.
Osvaldo. Neppure tu?
Sig.ª Alving. Avevo ricevuto delle lezioni, in cui non si trattava che di doveri e di obblighi.... e per molto tempo, non potei dimenticarli. Tutta l’esistenza si riassumeva in doveri.... i doveri miei, i doveri suoi, ecc.... temo d’aver resa la casa insopportabile al tuo povero padre, Osvaldo mio.