Sig.ª Alving. Povero figlio mio! Ma.... donde tale orrore? Come ne fosti assalito?
Osvaldo. Mah! Ecco ciò di cui non so rendermi ragione! Io non condussi mai una vita agitata, sotto nessun rapporto: tu, mamma, me lo puoi credere. Son sincero.
Sig.ª Alving. Ma, Osvaldo, non ne dubito!
Osvaldo. Eppure ne fui assalito!... Che orribile sventura!
Sig.ª Alving. Oh! tutto sparirà, figlio mio benedetto. Credimelo pure, non è che un eccesso di lavoro.
Osvaldo (tristemente). Anch’io sul principio, lo credetti, ma purtroppo la cosa è diversa.
Sig.ª Alving. Narrami tutto, da capo a fondo.
Osvaldo. È appunto ciò che intendo di fare.
Sig.ª Alving. Quando te ne accorgesti la prima volta?
Osvaldo. Dal mio arrivo a Parigi, dopo la mia ultima dimora in questa casa. Ho sentito dapprincipio dei violentissimi dolori alla testa, specialmente all’occipite; mi pareva di avere il cranio in un cerchio di ferro, dalla nuca in su.