Osvaldo. Ecco, io penso semplicemente, che qui si impara a considerare il lavoro come un flagello di Dio, una punizione dei nostri peccati, e la vita come una cosa miserabile, di cui mai abbastanza presto potremo esser liberati.
Sig.ª Alving. Sì, una valle di lagrime. E infatti noi ci applichiamo coscienziosamente a renderla tale.
Osvaldo. Ma laggiù non si vuole saper nulla di tutto ciò! Laggiù tali dogmi non trovano più credenti. Laggiù il solo fatto di esistere, basta per colmare di gioia e di felicità. Mamma, non hai osservato che tutto ciò che dipingo, s’aggira intorno al piacere di vivere? Il piacere di vivere! Ovunque e sempre! Ivi tutto è luce, raggi di sole e festa.... e le figure umane sono raggianti di felicità.... Ecco perchè ho paura di restarmene qua!
Sig.ª Alving. Paura? Di che hai tu paura presso di me?
Osvaldo. Ho paura che tutto ciò che fermenta in me, non possa qui trasformarsi in male.
Sig.ª Alving (guardandolo fissamente). E tu credi possibile questo?
Osvaldo. Ne sono sicurissimo. Potrei tentare di condurre qui, la stessa vita di laggiù: eppure.... la cosa non sarebbe uguale!
Sig.ª Alving (che ha ascoltato con crescente attenzione, si alza e fissa su lui uno sguardo profondo e pensieroso). Ora, comprendo tutto!
Osvaldo. Cosa?
Sig.ª Alving. È la prima volta ch’io scorgo la verità, adesso posso parlare.