Venti anni prima di quell'epoca, mio padre onesto commerciante di cotone, nel recarsi a Caledonia, aveva naufragato sulle coste di Taiti. Dodici viaggiatori si erano salvati con lui sopra una zattera di tavole, e avevano approdato a Potikoros. Erano essi i primi europei che ponessero piede in quell'isola: gli indigeni erano in parte selvaggi, ma umani, la civiltà americana aveva ingentiliti in qualche modo i loro costumi, un trattato di commercio colla piccola repubblica di Tongia li aveva pressochè educati alla vita sociale, e ammaestrati nelle arti e nelle costumanze delle altre nazioni; ma la vanità che è sentimento istintivo nell'uomo li rendeva tenaci nei loro pregiudizii e nelle strane esigenze della loro toeletta—portavano infisso attraverso al naso un osso bianco di balena; e quando mio padre co' suoi dodici compagni di naufragio chiese loro l'ospitalità e la vita, essi, pure annuendo alle loro preghiere, presentarono a ciascuno di loro uno di quegli ornamenti, perchè dessero così la prima prova di sottomissione nell'usarlo.
Vanitosi e timorosi ad un tempo, gli altri europei esitarono, vacillarono, rifiutarono, e gli indigeni li trafissero colle loro freccie; ma mio padre che era uno spirito forte, brandì in aria il suo osso di balena, e gridando! viva l'isola di Potikoros, se lo infisse eroicamente nel naso. Le tribù indigene meravigliate a quell'atto, lo portarono in trionfo sui loro archi e lo elessero a Presidente della repubblica. Un anno dopo mio padre faceva un colpo di stato, e assicurava una corona alla sua dinastia. Quella corona gli era costata il naso, ma non tutti i re si conquistarono un trono a questo prezzo.
Io stava scrivendo un giorno una dissertazione sull'influenza del debito nell'equilibrio sociale, quando fui avvertito che una deputazione d'ambasciatori Potikoresi veniva ad annunciarmi la morte di mio padre e la mia successione al trono di Potikoros.
Tutti coloro che, come l'autore di questa storia, furono condannati al mestiere del letterato,—il pessimo dei mestieri—e giova sperare pel bene dell'umanità che sieno pochi—potranno immaginare la mia contentezza febbrile, mortale, e i trasporti forsennati della mia gioia. Io che aveva disperato sì spesso di me, che aveva sognato come la più gran meta possibile nella mia fortuna quello stato d'imbecillità di mente e di coscienza che sola può recare fama e agiatezza ai letterati in Italia, io che aveva lottato sì a lungo con quell'istinto ribelle di dignità che mi aveva preclusa ogni via, e indarno sempre.... ora ero figlio di un re, e re io stesso, ed erede di un trono.
Non poteva prestar fede a tanta felicità, durai fatica ad accertarmene: affrettai la mia partenza, diedi un ultimo addio ad Elettra!..... (povera creatura!.... Elettra.... essa che mi aveva soccorso sì spesso di pane e di amore) e dopo tre mesi di navigazione, nel mattino del ventisette aprile milleottocentosessantadue, giungeva finalmente all'isola di Potikoros.
Alla distanza di alcune miglia, mi appariva come una vasta conca di fiori emergente dalle acque; alcune isolette disposte qua e là, attorno al mio regno, somigliavano a quelle foglie gigantesche di ninfe che si cullano sulla placida superficie dei nostri laghi: il cielo era alto, sereno, limpidissimo, e si tingeva curvandosi verso l'orizzonte, d'un colore abbagliante di croco e di cinabro: il mare giaceva calmo e maestoso; uno zeffiro profumato ne increspava leggermente la superficie come l'alito che appanna il velo d'una vergine. Innumerevoli stuoli di lire e di uccelli di paradiso s'inseguivano a volo nei punti più luminosi del cielo, e riflettevano i primi raggi del sole colle loro code di argento. Alcune rondini di mare, posatesi sulle gomene della nostra nave festeggiavano il mattino con un trillo vivace e armonioso. Nulla di più incantevole di quella scena, nulla di più celeste di quella musica: i sogni del fanciullo e della vergine non possono immaginare un eden più delizioso, nè i poeti un idillio più puro e più divino.
Quando io potrei rammentare ora delle impressioni di quel mattino non formerebbe che un quadro tanto imperfetto, tanto lontano dal vero, che io temerei quasi di nuocere alla mia descrizione tentando di palesarle, e non lasciandole piuttosto indovinare al lettore. Ma il tumulto che v'era nell'anima mia sarebbe ancora più inesplicabile. Chi potrebbe esprimere le mille sensazioni soavissime che agitavano il mio petto, le mille lusinghe che venivano a blandire la mia vanità; i miei progetti, i miei sogni, tutto ciò che ha accompagnato questa meravigliosa trasformazione di uno scrittorimo povero e conosciuto in un re dovizioso e potente?
Strano prestigio di una corona! Strano potere di far supporre delle virtù sovrumane nella testa spesso insensata che la sostiene! Più volte ho desiderato conoscere se tra gli evviva del popolo, in mezzo alle ovazioni delle folle, allo spettacolo degli archi trionfali e delle moltitudini accorse da lontano per bearsi della loro vista, qualcuno di essi abbia sentito risvegliarglisi in cuore la coscienza della propria nullità, ed abbia o disprezzato, o compianto il suo popolo, e si sia sdegnato di quella stupida e vile ammirazione. E pure, io stesso, io che m'era più volte inacerbito per ciò cogli uomini, non poteva contemplare senza un sentimento di compiacenza il gran cordone dell'ordine dell'Annunziata che mi pendeva sul petto, e che trasfondendo qualche stilla di sangue reale nelle mie vene plebee, mi aveva reso a un tratto cugino di Sua Maestà!... Cugino di Sua Maestà!... Dio, quale onore! Ma io stesso era re, e la prospettiva di una corona rendeva debole e lieve la gioia di quella parentela reale.
Pochi istanti prima di approdare, chiamai a me il mio primo ministro, che pure faceva parte della Commissione Potikorese, e volli essere informato sulle condizioni finanziarie, sull'esercito, sull'indole del mio popolo e sulle costituzioni del mio Stato.
—In quanto alla popolazione che il cielo vi ha chiamato a governare, mi diceva il mio primo ministro, facendosi scorrere tra l'indice e il pollice il suo osso di balena, essa non si divide che in due tribù numerosissime, separate l'una dall'altra per una distinzione speciale della natura, e sono la tribù dei Denti bianchi, e la tribù dei Denti neri.