Nelle corti lombarde potevasi imparare quali erano i misterj della più tortuosa politica, e fin dove giugnevano le feroci passioni, sciolte da qualunque legame della morale e dell'onore; l'occhio penetrava negli abissi del delitto fino alla più spaventosa profondità. Assai diversi erano questi mostruosi governi da quelli talora benefici, spesso viziosi e quasi sempre effemminati, tra i quali era divisa l'Italia a' nostri giorni. Ma il delitto dà alcuna volta terribili ammaestramenti, niuno può darne la corruzione. Un grande carattere poteva svilupparsi sotto Giovanni Galeazzo per giudicarlo e prevenire i suoi colpi, per combatterlo o per odiarlo; ma il sonno della morte aveva oppressi tutti i sudditi de' piccoli principi, che in età di molto posteriore a Giovanni Galeazzo, caddero vittima di maggiore potenza.

Nel quattordicesimo secolo le repubbliche formavano in Italia un'altra scuola, e permettevano di fare un più nobile studio dell'uomo. Le rare qualità di alcuni individui, ed il grande carattere di tutto un popolo, presentavansi simultaneamente all'osservatore. La virtù era tuttavia onorata, la fedeltà delle promesse era ancora risguardata come un dovere delle nazioni, ed i grandi sagrificj dell'interesse personale al bene della patria non erano affatto rari. Vero è che i costumi più non erano semplici ed illibati, e la conoscenza del male aveva sparsi in ogni luogo troppo famosi esempj: i popoli non eransi mantenuti fedeli al solo amore di libertà, al solo amore di patria; troppe passioni personali avevano trovato il mezzo di soddisfarsi: ma l'umana natura conservava ancora sufficienti tracce della primitiva sua grandezza per insegnare al filosofo, al vero politico tutto ciò ch'ella avrebbe potuto e dovuto essere, onde lo studio dell'uomo poteva essere compiuto così nel bene come nel male.

CAPITOLO LVIII.

Arte militare degl'Italiani in principio del quindicesimo secolo. — Anarchia della Lombardia. — Nuovi tiranni si dividono gli stati di Giovanni Galeazzo. — Bologna e Perugia restituite alla Chiesa. — Siena torna in libertà.

1402 = 1404.

Il modo con cui guerreggiavasi in Italia in sul finire del quattordicesimo secolo e ne' primi anni del quindicesimo è talmente diverso dal presente, che le determinazioni de' generali parranno spesse volte inconcepibili ai nostri lettori, ed inesplicabili i risultamenti delle campagne. La presente arte della guerra differisce meno da quella dei Greci o dei Romani, che non da quella del quindicesimo secolo, sebbene in allora la moderna artiglieria fosse universalmente adoperata; e la tattica di Filippo o quella di Scipione sarebbe più applicabile ai nostri eserciti che quella di Giovanni Acuto, o di Alberico da Barbiano.

L'essenziale differenza, e quella che determina tutte le altre, è che la cavalleria pesante formava in allora il nervo delle armate, mentre adesso, siccome ai tempi romani, è l'infanteria. Quest'ultima era stata lungo tempo composta di contadini, o di borghesi mal disciplinati, che combattevano senz'arte e senza coraggio, e che d'ordinario non sostenevano la prima carica della cavalleria. Altronde sprezzavansi troppo i pedoni per prendersi cura di perfezionare le loro ordinanze, tutti gli sforzi del genio militare si ristrinsero al miglioramento de' corazzieri. Credevasi in fatto d'averli resi superiori alla cavalleria di tutti i popoli dell'antichità, e tenevasi per indubitato che la migliore infanteria non potesse sostenerne l'urto.

Non pertanto questi cavalieri, affatto coperti di ferro, che combattevano con lunghe lance, con pesanti spade, e con armi affatto gigantesche, non potevano venire alle mani quando alcun ostacolo poteva contrariare o ritardare il corso de' loro cavalli; la più debole fortezza li tratteneva; un piccolo fiume, una fossa, bastavano a rompere le loro ordinanze; non potevasi combattere nelle montagne, e nè pure nelle pianure, quando un generale stava trincerato nel suo campo, ove d'ordinario non si poteva senza somma temerità tentare di forzarlo. Per lo più conveniva per venire a battaglia, che i due generali fossero d'accordo, e che, dopo avere mandato ed accettato il guanto della pugna, ognuno dal canto suo facesse appianare il terreno ove dovevasi combattere. Ma nulla è tanto raro quanto una battaglia volontaria da ambedue le parti, perciocchè l'un generale o l'altro ha sempre a temere qualche svantaggio, o ha qualche mezzo per giugnere a' suoi fini senza battersi. Altronde i condottieri facevano di que' tempi la guerra per speculazione, di modo che risparmiavano il più che potevano il sangue de' loro soldati ed il loro proprio, i loro cavalli, le loro munizioni, i loro equipaggi.

Il più delle volte in tutto il corso di una guerra non accadeva alcuna vera battaglia e talvolta non accadevano nemmeno zuffe: in tal caso tutte le ostilità si limitavano ad una o più cavalcate, chiamandosi con tal nome le spedizioni ne' paesi nemici. Un generale invadeva una provincia con intenzione di bruciare le case, di distruggere le messi, di rubare le mandre; tutti gli abitanti fuggivano innanzi a lui e si chiudevano entro le terre murate. Siccome egli non poteva trattenersi per assediarle, proseguiva il cammino guastando tutto quanto trovavasi sul di lui passaggio. Intanto il generale nemico provvedeva i castelli di truppe, seguiva l'armata a qualche distanza, spiava l'opportunità di sorprenderla, piombava addosso ai cacciatori, li forzava a non allontanarsi dal campo, ed in pochi giorni obbligava quasi sempre l'aggressore a dare a dietro ed a rientrare nel proprio paese per mancanza di vittovaglie.