La guerra facevasi al popolo e non all'armata; tutto il corpo della nazione risguardavasi come nemico; i soldati consideravano tutte le proprietà dei popoli presso i quali guerreggiavano come una legittima preda; facevano prigionieri i proprietarj ed i contadini, e non li rilasciavano senza taglia. Perciò niuno poteva tenersi neutrale nella lite del suo paese, niuno serviva il nemico, niuno gli somministrava munizioni o vittovaglie, ma tutti ponevansi in su le difese, e cercavano di sottrarre le loro proprietà ai soldati, onde non fossero rapite. Coloro che non riuscivano a porre in sicuro i proprj effetti, andavano forse soggetti a più grandi perdite che ai nostri giorni; ma d'altra parte non potevasi stabilire un metodo regolare di angariare un paese; nè allora sapevasi togliere ai vinti senza violenza, non solo tutto quanto possedono, ma tutto ciò che devono avere un giorno, e far loro impegnare i loro beni futuri, nella speranza di salvare quelle proprietà, che poi vengono loro tolte.
A que' tempi non eravi quasi veruna casa sparsa ne' campi, abitando tutti gli agricoltori borghi o villaggi posti d'ordinario sopra qualche colle o eminenza suscettibile di difesa. Circondavansi questi villaggi di mura, e si munivano di robuste porte, ond'ebbero poi il nome di castelli. In ogni tempo le proprietà mobiliari più preziose de' contadini erano lasciate in questi castelli, e quando veniva dichiarata la guerra, il governo ordinava di trasportarvi tutte le messi che si erano lasciate in mezzo ai campi, e di chiudervi tutto il bestiame. Accordava quasi sempre l'esenzione delle gabelle a coloro i di cui castelli non credevansi capaci di lunga difesa, e che perciò trasportavano i loro effetti in città. Per tal modo la campagna restava affatto spogliata in pochi giorni, ed il nemico, che proponevasi di vivere col saccheggio, non trovava di che mantenersi.
Veruno stato avrebbe avuto abbastanza soldati per guarnire tutte le fortezze onde era coperto il suo territorio, perchè ogni bicocca era fortificata; ma, sebbene si fosse trascurato di alimentare il genio militare tra i popoli, i contadini erano sempre attissimi a difendere le piazze forti e le donne, i fanciulli, i vecchi concorrevano a respingere gli assalitori, gettando sopra di loro dall'alto delle mura pietre o materie infiammate. I difensori erano difficilmente colpiti dai dardi o da altre armi del nemico, ed il pericolo non cominciava per loro che nell'istante in cui cessava la resistenza; allora venivano saccheggiate le loro proprietà, violate le donne, e gli uomini tratti in ischiavitù.
Perciò tutta la popolazione d'un paese combatteva per la propria difesa; non potevasi occupare una vallata della lunghezza di sei miglia che dopo avere superati otto o dieci castelli con altrettanti diversi assedj. Così il piccolo territorio di Samminiato contava ventotto castelli dipendenti da questa borgata[8]; così lo stato fiorentino, nel quale oggi non trovasi una piazza capace di lunga resistenza, non avrebbe potuto essere conquistato che dopo tre in quattrocento assedj. Se il nemico non trovava viveri nel paese in cui guerreggiava, non poteva nè meno tirarne dal proprio, perchè tutto lo spazio che si lasciava addietro, non essendo sottomesso, i suol convogli erano ad ogni passo esposti ad essergli tolti.
Noi siamo talmente accostumati a calcolare la potenza distruttiva del cannone, che non sappiamo concepire come si potesse non temere il nemico dietro una semplice muraglia, che il più delle volte serviva ancora di parete esterna alle case che le erano addossate. Per altro ancora presentemente queste fortificazioni, usate dai nostri antenati, potrebbero difendersi finchè l'artiglieria non vi avesse praticata una larga breccia, e le rapidissime operazioni delle armate verrebbero stranamente ritardate se fosse d'uopo piantare batterie innanzi ad ogni villaggio. Ma come ispirerebbesi ora mai ai contadini la coraggiosa ostinazione che opponevano negli andati tempi al nemico? Invincibile era in allora la loro resistenza, oggi l'istante della sommissione è preveduto e prossimo; la certezza d'essere vinti un giorno, li fa ubbidienti nell'ora medesima, e tutto il popolo è diventato neutrale nelle guerre, delle quali lascia ogni cura ai soldati.
L'artiglieria, all'epoca cui siamo giunti, era in uso già da un mezzo secolo, ma l'arte degli assedj non aveva ancora fatti che debolissimi progressi. Le bombarde e le spingarde venivano adoperate contro i combattenti, non contro le mura, e non erasi ancora trovata l'arte di battere regolarmente una fortezza in breccia, e di demolirla con una serie di colpi che non possono ripararsi. L'artiglieria di lunga mano superiore a tutte le invenzioni degli antichi per rovesciare i ripari, non lo è ugualmente per combattere gli uomini. Oggi ancora le battaglie si decidono spesso colla bajonetta, che per altro è molto inferiore alle picche o lance de' nostri antenati; le balle non facevano maggior guasto d'assai che le frecce, e spesso non passavano una pesante armatura. In allora per caricare le armi a fuoco dovevasi impiegare molto tempo, e riponevasi il loro principale vantaggio nello spaventare i cavalli coll'esplosione loro e colla fiamma. Non fu che dugent'anni dopo l'invenzione dell'artiglieria, ch'ebbe compimento la rivoluzione che doveva fare nell'arte della guerra.
Un'altra non meno strana rivoluzione si operò più prontamente. Alla metà del quattordicesimo secolo tutti i soldati che militavano in Italia erano stranieri; ed alla fine dello stesso secolo tutti o quasi tutti erano Italiani; l'esperimento che fecero delle forze loro contro i Tedeschi dell'imperatore Roberto, mostrò che non cedevano nè in valore, nè in talenti militari alle più bellicose nazioni.
I Catalani e gli Almogavari, introdotti in Sicilia ed in Calabria dal re Federico, erano stati i primi soldati stranieri che avessero fatto della guerra un mestiere. Dopo la pace di Sicilia una parte di queste truppe mercenarie passò in Grecia sotto il nome di grande compagnia; il rimanente si pose al soldo dei principi o delle repubbliche d'Italia, ed in principio del quattordicesimo secolo il nome di Catalani era comune ai mercenarj di tutte le nazioni.
Enrico VII, Lodovico di Baviera, Giovanni di Boemia e Carlo IV condussero molti Tedeschi in Italia. Quasi tutti, poco affezionati ai principi che gli avevano condotti, presero servigio presso i loro avversarj. Così i sovrani si confermarono nell'abitudine di confidare a braccia mercenarie la difesa de' loro stati. Pure fu nella stessa epoca ed in mezzo al quattordicesimo secolo, che le formidabili compagnie di ventura del duca Guarnieri, del conte Lando, d'Anichino Bongartm, fecero conoscere agl'Italiani tutto quanto dovevano temere da queste terribili bande. Somiglianti truppe, formate nelle guerre di Francia e d'Inghilterra, passarono pure in Italia nella seconda metà del quattordicesimo secolo. Fra Moriale, i capi della compagnia Bianca e della compagnia della Rosa, Giovanni Acuto ed il cardinale di Ginevra discesero consecutivamente dalle Alpi alla testa di soldati francesi, inglesi, provenzali, guasconi e bretoni. Finalmente Lodovico d'Ungheria in tempo del suo glorioso regno aprì a' suoi sudditi la strada dell'Italia, e tutta la cavalleria leggiera delle armate italiane più non fu composta che di soli Ungheri.
I governi trovavansi in ogni tempo apparecchiati alla guerra, senza aver avuto bisogno d'inreggimentare da prima, o d'istruire le loro truppe: in pochi giorni potevano ristaurare col danaro un esercito nel momento in cui un altro era disfatto; potevano in fine far cessare ogni spesa militare nel giorno medesimo in cui soscrivevano la pace. E per tal modo l'indisciplina delle truppe mercenarie, le loro perfidie, le loro pretese, quando si formavano in compagnie di ventura, non poterono per lungo tempo persuadere gli stati d'Italia a rinunciare al loro servigio. Altronde nè i principi, nè le repubbliche si erano ancora arrogato il diritto d'ordinare forzati arrolamenti; i cittadini non erano obbligati a servire lo stato che in tempo di pressante bisogno; le milizie non erano pagate, e non erano giammai obbligate ad allontanarsi per lungo tempo dai loro affari domestici, dai loro focolari. Non avevasi avuto il tempo di esercitarle, e qualunque volta si ponevano a fronte a truppe disciplinate, provavano tali rovesci, che più non osavasi riporre in loro alcuna fiducia.