Per altro quando il nemico penetrava nel territorio d'una città, facevasi ancora talvolta prendere le armi all'intera nazione; ognuno doveva porsi sotto il comando de' suoi ufficiali di quartiere, ed il podestà aveva il supremo comando della milizia. Dava ordine a tutti i cittadini, sotto pena d'ammenda o di corporale castigo, di uscire dalla città per passare al campo intanto che la maggior campana martellava, ed avanti che una candela accesa sotto le porte avesse terminato di bruciare. Il timore del castigo faceva in fatti marciare tutti i cittadini, ma non dava perciò loro l'attitudine di maneggiare le armi, nè il coraggio di battersi. Nella stessa epoca coloro che facevano il mestiere del soldato erano sempre in guerra: nell'istante che un principe li licenziava per avere fatta la pace, gli assoldava un altro per cominciare nuove guerre. In verun tempo la diversità tra le milizie e le truppe di linea era stata così grande, imperciocchè i primi non sapevano cosa fosse la guerra, gli altri non avevano mai vissuto in pace.

Questa diversità inspirava un'alta opinione per un mestiere che poche persone credevansi in istato d'esercitare; la paga di qualunque operajo nelle più lucrose professioni non uguagliava quella del soldato[9]; e questi riceveva ancora frequentemente straordinarie ricompense; si chiudevano gli occhi sulle sue ruberie, e gli si usava indulgenza per ogni eccesso.

La guerra è una passione così naturale all'uomo, che non abbisognano tante ricompense per affezionare i soldati al loro mestiere. Si vedono oggi accontentarsi della paga assai minore di quella dell'ultimo operajo, e non pertanto assoggettarsi a fatiche assai maggiori. Rispetto al pericoli cui devono esporsi, lungi dal pensare a farseli pagare, vi trovano in qualche modo la loro ricompensa; imperciocchè la battaglia, siccome la caccia, ha i suoi piaceri, ed il godimento della vittoria è tanto più vivo quanto il pericolo è stato più grande. Ma questo gusto della guerra non è facilmente creduto dalle persone pacifiche, per essere una conseguenza di emozioni che non conoscono e che non hanno prevedute. Per persuadere gl'Italiani a rientrare nella professione delle armi da loro abbandonata, rendevasi necessario un allettamento più generalmente sentito. L'amore del danaro, il desiderio di menare una vita licenziosa che in allora permettevasi alle truppe, fecero impressione sulla comune degli uomini, e gli spiriti ardenti ed inquieti portarono più in là la loro ambizione e le speranze. Il più grande potere, la più smisurata ricchezza, la sovranità medesima poteva acquistarsi da un soldato di fortuna. Tra i condottieri tedeschi, francesi ed inglesi ch'eransi veduti in Italia giugnere ai primi gradi, molti erano usciti dalle più povere classi della società. Gl'Italiani fecero ancora più sorprendenti fortune quando si posero in su la stessa carriera.

Molti principi di questa nazione si erano innalzati circa la metà del quattordicesimo secolo alla riputazione di buoni capitani, ma le armate ch'essi comandavano erano composte soltanto di stranieri. Francesco degli Ordelaffi, signore di Forlì, i Malatesti di Rimini, Ridolfo di Varano, signore di Camerino, e molti altri vennero successivamente chiamati in qualità di generali dalla repubblica fiorentina, dal papa e da altri sovrani. Ambrogio Visconti, figliuolo naturale di Barnabò, formò pure una compagnia di ventura, colla quale corse più volte l'Italia per guastarla. Ma non è per altro a costoro che spetti la gloria d'avere rinnovata la milizia italiana. Essi combattevano con un'armata straniera in mezzo alla loro patria. Alberico conte di Barbiano, che successe a costoro, formò il primo un'armata nazionale, che servì di scuola a tutti i capitani italiani.

Alberico da Barbiano era signore di alcuni castelli nelle vicinanze di Bologna; cominciò nel 1377 a farsi conoscere in un modo che fece più onore a' suoi talenti militari che alla sua umanità. Nell'attacco di Cesena aveva sotto i suoi ordini duecento lance, e molto contribuì alla presa di questa città[10]; ma ebbe altresì parte all'orrendo massacro comandato dal cardinale di Ginevra ed eseguito dai Bretoni. Non molto dopo levò un corpo, tutto formato d'Italiani, che intitolò la compagnia di san Giorgio. In tempo dello scisma servì con questa Urbano VI, mentre i Bretoni erano sotto gli ordini di Clemente VII. Il 28 aprile del 1379 osò di attaccarli innanzi a Marino, ed i suoi avventurieri italiani, che fin allora avevano militato divisi in corpi stranieri, ebbero la gloria di vincere la più temuta truppa dell'Europa.

La riputazione del Barbiano andò sempre crescendo dopo questa vittoria. La compagnia di san Giorgio venne risguardata come la gran scuola dell'arte militare in Italia; i fratelli ed i parenti d'Alberico vi entrarono prima degli altri; tutti coloro che dovevano in appresso illustrare il proprio nome nella carriera militare, si associarono a Barbiano. Ugolotto Biancardo, Jacopo del Verme, Facino Cane, Otto Bon Terzo, Broglio, Braccio da Montone, Biordo e Ceccolino dei Michelotti si formarono sotto di lui. Sforza attendendolo, mentre stava lavorando la terra presso al suo villaggio di Cotignola, fu da alcuni soldati invitato ad entrare nello stesso servigio. Gettò la sua zappa sopra una quercia dichiarando che s'ella ricadeva rimarrebbe contadino, e se restava appesa all'albero, risguarderebbe tale presagio come quello di futura grandezza: la zappa non ricadde e Sforza si fece soldato; e suo nipote, duca di Milano, diceva a Paolo Giovio: «tutte queste grandezze di cui tu mi vedi circondato, questi soldati e tante ricchezze, le devo ai rami d'una quercia, che sostennero la zappa di mio avo[11]

La maniera con cui arrolavansi le truppe, per lancia rotta, dava ad un molto maggior numero di soldati i mezzi di farsi conoscere. Un gentiluomo si affezionava alcuni de' suoi vassalli, un abile avventuriere si associava alcuni compagni di servigio, e queste piccole compagnie erano indissolubili: anzi andavano sempre ingrossando, e quando il capitano disponeva di venti lance, ossia di sessanta uomini di cavalleria, cominciava a trattare separatamente e con indipendenza coi sovrani che volevano prenderlo al loro servigio.

Le continue guerre del regno di Napoli, sempre lacerato, dopo la morte di Giovanna, dalle fazioni d'Angiò e di Durazzo e dalle rivalità de' signori feudatarj, offrivano impiego a tutti i capitani. Alberico da Barbiano vi militò con distinzione sotto Carlo III, e nel 1384 ottenne da questo monarca il titolo di gran contestabile del regno, che conservò finchè visse[12]. Per altro non si attaccò esclusivamente al servigio dei reali di Napoli; più frequentemente guerreggiò in Lombardia; ottenne la confidenza di Giovanni Galeazzo, e divise quasi sempre con Jacopo del Verme di Verona, capitano a lui non secondo, il comando delle armate ducali.

Giovanni Galeazzo, che mai non comandava le sue armate, che non esponeva la sua persona ad alcun pericolo, e che nell'interno del suo palazzo viveva con sospetto e con diffidenza, aveva saputo accordare a questi generali quel grado di confidenza di cui erano degni. Questo principe aggiugneva ai vizj che lo resero odioso, alcune qualità che hanno l'apparenza della grandezza. Amava e proteggeva le lettere, aveva gusto per le arti, ed innalzò gloriosi monumenti della sua magnificenza; ma sopra tutto sapeva distinguere il merito che poteva essergli più utile. Penetrava con infallibile perspicacia il talento politico e militare, avanzava senza gelosia gli uomini distinti, e loro accordava in appresso una inalterabile confidenza; perciò ebbe sempre ne' suoi consigli ed alla testa delle armate i più destri negoziatori, i migliori generali d'Italia.