Giovanni Galeazzo credette, morendo, di potere mostrare ancora la medesima confidenza ad uomini, che aveva lungo tempo lasciati depositarj di tutte le sue forze, e li nominò custodi de' suoi stati e de' figliuoli che lasciava in tenera età. Ma i capitani, che meglio lo avevano servito, fecero ben presto vedere, che fin ch'egli visse gli si erano conservati fedeli per timore, non per amore.

Il testamento di Giovanni Galeazzo divise i suoi stati tra i figli. A Giovanni Maria, il primogenito, che non aveva che tredici anni, diede il ducato di Milano dal Ticino fino al Mincio[13]; ed al secondo, Filippo Maria, che dichiarò conte di Pavia, assegnò le città poste a ponente del Ticino, o al levante del Mincio[14]. Aveva pure un bastardo, detto Gabriele Maria, cui lasciò le signorie di Crema e di Pisa[15].

Questi principi, troppo giovani per governare da sè stessi, furono dal padre lasciati sotto la tutela d'un consiglio di diecisette personaggi, de' quali doveva essere capo Francesco Barbavara di Novara, già cameriere di Giovan Galeazzo. La duchessa madre, Catarina, figlia di Barnabò Visconti, doveva avere la presidenza del governo. Jacopo del Verme, Alberico da Barbiano, Antonio, conte d'Urbino, Pandolfo Malatesta, Francesco dei Gonzaga e Paolo Savelli erano membri del consiglio di reggenza. E per tal modo tutti i migliori generali d'Italia trovavansi al soldo dei giovanetti principi, e tutti i vicini stati erano in pace con loro, tranne i Fiorentini e Francesco da Carrara.

Ma nel 1402, i Fiorentini che non avevano potuto trovare verun alleato, quando la salute e la libertà dell'Italia dipendevano dalla loro resistenza, formarono facilmente una potente lega per attaccare e spogliare gli eredi di Giovan Galeazzo. Si volsero prima che ad ogni altro, al papa Bonifacio IX, che aveva giusti motivi di malcontento contro il duca di Milano. Le città di Perugia, di Bologna e di Assisi erano state sottratte al suo alto dominio; il Visconti aveva persuasi molti feudatarj della santa sede a fargli la guerra; e di concerto coi Colonna, cercava perfino di togliergli la sovranità di Roma[16]. Non pertanto finchè Giovan Galeazzo visse, Bonifacio non osò farne lagnanza, nè porsi in istato di difesa. La prima notizia dell'infermità del duca rese il papa coraggioso, e gli fece rinnovare un trattato coi Fiorentini, poi, quando ebbe certezza della sua morte, soscrisse un trattato di alleanza colla repubblica, in forza del quale prometteva di aggiugnere cinque mila cavalli ai sei mila che darebbero i Fiorentini, onde muover guerra agli eredi Visconti, e ritoglier loro tutti gli stati ingiustamente occupati dal loro genitore[17].

Era appena soscritto il trattato, quando Giannello Tommacelli, fratello del papa, s'avanzò contro Perugia con mille cinquecento lance, onde sostenere gli emigrati che volevano rientrare nella loro patria: di già gli si erano arresi quattordici castelli, e la città chiedeva di capitolare, quando Otto Bon Terzo si avanzò per liberarla, e costrinse alla ritirata il fratello del papa, che mancava egualmente di coraggio e di cognizioni militari[18]. Dal canto loro i Fiorentini guastarono alcune parti dei territorj di Siena e di Pisa, ma non impedirono a Gabriele Maria Visconti di recarsi in quest'ultima città con Agnese Mentegatti, sua madre, per prendere possesso della signoria che gli era stata data da Giovanni Galeazzo, e difenderla dai nemici[19].

In gennajo del 1403 i Fiorentini rinnovarono i decemviri della guerra, onde spingere le operazioni ostili con maggior vigore. Malgrado la loro democratica gelosia non solo affidavano questa carica per un anno, ma d'anno in anno riconfermavano nell'impiego que' decemviri che ben meritavano della patria[20]. Questi magistrati, formando un nuovo esercito, riuscirono ad avere al loro soldo alcuni di que' capitani, i quali essendo stati da Giovanni Galeazzo nominati nel consiglio di Reggenza, sembravano interamente addetti al duca di Milano. Ma di già una segreta gelosia divideva questo consiglio, ed i generali erano ansiosi di portare le armi contro coloro che avevano lungo tempo serviti. Alberico da Barbiano accettò il comando dell'esercito fiorentino, ed il marchese d'Este, Malatesti di Rimini e Pietro da Polenta, signore di Ravenna, presero servigio sotto le sue insegne ed abbandonarono i Visconti[21].

Carlo Malatesti di Rimini e Paolo Orsini comandavano le truppe del papa, e Baldassare di sant'Eustachio, che fu poi Giovanni XXIII, dirigeva le loro operazioni come legato di Romagna[22]. Quest'esercito si adunò lentamente in giugno e luglio, attaccò Bologna, difesa da Facino Cane e da Galeazzo Porro, e costrinse Lodovico degli Alidosi, signore d'Imola, a lasciare l'alleanza dei Visconti[23].

Francesco Barbavara, che Giovanni Galeazzo aveva nel suo testamento nominato presidente del consiglio di reggenza, aveva cominciata la sua carriera come cameriere del duca, onde i signori, che facevano parte del consiglio, non sapevano perdonargli la bassezza de' suoi natali, nè riconoscerlo per loro superiore[24]. Quanto più lo vedevano onorato della confidenza della duchessa, maggiormente si disgustavano del governo, e nell'istante che avrebbero dovuto provvedere gagliardamente contro gli attacchi de' Fiorentini, del papa e di Francesco da Carrara, non pensavano che ai mezzi di nuocere al Barbavara, che credevano l'amante di Catarina[25]. Due Visconti, lontani parenti dell'estinto duca, si posero alla testa dei malcontenti, ed accusarono il Barbavara e la duchessa di favorire i Guelfi[26]. Essi persuasero i due Porri, Antonio e Galeazzo, e Galeazzo Aliprandi, gentiluomini milanesi e ghibellini, ai quali Giovanni Galeazzo avea mostrata molta confidenza, ad unirsi con loro per sollevare il popolo. Tutta la città risuonò di grida sediziose del popolaccio che domandava la morte del Barbavara, e molti de' suoi amici furono uccisi[27]. La duchessa spaventata si chiuse con lui nel castello, e gli ammutinati nominarono senza la partecipazione di lei un nuovo consiglio di reggenza.

Frattanto Catarina, come talvolta accade alle donne, confondeva la violenza e l'impetuosità colla fermezza; credeva di agire come si conviene a uomo ed a principe, quando più s'allontanava dal carattere del suo sesso e dal proprio, e commetteva azioni barbare per ostentare una virile condotta. Dopo di avere ammessi nella reggenza i nuovi consiglieri datile dal popolo, li fece un giorno chiamare per deliberare seco nel castello di Milano[28], e fattili circondare dai suo satelliti, fece decapitare i due Porri e l'Aliprandi, indi esporre sulla pubblica piazza i loro sfigurati corpi. Antonio Visconti e gli altri arrestati con loro vennero chiusi in prigione[29].