Nè meno crudelmente aveva la duchessa trattate alcune città ammutinate. I cittadini d'Alessandria avevano prese le armi in ottobre, e scacciati dalla loro città i ministri dei Visconti: ordinò Catarina a Facino Cane, uno de' suoi generali, di punirli. La città fu presa ed abbandonata ad orribile sacco, dopo il quale Facino Cane[30] se ne fece signore, e più non depose la sovranità[31]. Non molto dopo i Guelfi di Como furono in una sollevazione cacciati dalla loro patria dai Ghibellini; implorarono la protezione della duchessa, la quale mandò a Como Pandolfo Malatesti, altro suo generale, cui andava debitrice de' soldi arretrati. Gli permise di pagarsi col saccheggio de' Ghibellini di Como, ma il Malatesti saccheggiò tutta la città, ed in appresso se ne appropriò il governo[32].
Tutte le città ch'erano state assoggettate al dominio dei Visconti trovavansi in preda alla più violenta anarchia. In cadauna eravi qualche famiglia, che ne aveva in altri tempi avuta la signoria, o che almeno aveva primeggiato sugli altri col favore dello spirito di parte; queste famiglie sentivano assai più vivamente il desiderio di ricuperare l'antica loro autorità, che i popoli quello di riporsi in libertà: ogni piccolo stato sentiva meno il peso di un giogo dispotico, che l'avvilimento di vedersi ridotto alla condizione di città di provincia, e si lusingavano tutti di veder rinascere la loro prosperità passata, tornando ad essere capitali di una piccola sovranità; perciò favorirono le famiglie che cercarono di sottrarsi all'autorità dei Visconti per sostituirvi la propria. Cremona fu la prima a ribellarsi. Giovanni Ponzoni, i di cui antenati erano stati capi del partito ghibellino, trovavasi esiliato dalla sua patria, e vi rientrò il 30 maggio alla testa di un branco di gente armata, cacciandone Giovanni da Castione, commissario della duchessa, e rendendo la libertà a tutti i prigionieri. Trovavasi tra costoro Luigi Cavalcabò, antico capo dei Guelfi cremonesi. Quest'uomo ambizioso ed inquieto non fu appena fuori di prigione che cercò di risvegliare in Lombardia la parte guelfa; nome omai dimenticato sotto la lunga oppressione dei Visconti.
Più non trattavasi tra Guelfi e Ghibellini della contesa così lungamente agitata tra gl'imperatori ed i papi, come più non trattavasi, siccome in Toscana, dell'opposizione tra il partito della libertà e quello dell'assoluto potere; imperciocchè i Guelfi lombardi, non meno che i Ghibellini, avevano perduto ogni spirito d'indipendenza. Ma restavano tuttavia antichi odj da soddisfare, antiche vendette da fare; restava più che tutt'altro un'inquieta ambizione, ed il sempre rinascente desiderio di ricuperare un potere già da tanti anni perduto. Tutti i Guelfi nelle città, ne' castelli, ne' villaggi si posero in moto per rialzarzi dall'oppressione in cui gli avevano così lungo tempo tenuti i Visconti, trattarono coi Fiorentini, capi in Italia di tutta la parte guelfa, e formarono una lega generale, alla direzione della quale nominarono Ugolino Cavalcabò, marchese di Viadana, e Gabrino Fondolo, suo amico e suo luogotenente[33].
Nel mese di luglio Cavalcabò cacciò i Ghibellini fuor di Cremona, e cadde in sospetto d'avere fatto avvelenare Giovanni Ponzone suo rivale e suo liberatore, ma in un'adunanza del popolo fu nominato signore di Cremona[34]. Poco dopo persuase la città di Crema a scacciare coi Ghibellini gli ufficiali del duca di Milano ed a sottomettersi alla signoria dei Benzeni. A Brescia i Guelfi, sostenuti dagli abitanti di piè dell'Alpi, riportarono una compiuta vittoria; a Como per lo contrario i vittoriosi furono i Ghibellini. Franchino Rusca cacciò i Guelfi dalla città e dai villaggi posti in sul lago, ma si ribellò ai Visconti, le di cui truppe lo avevano servito nel condurre a fine questa rivoluzione[35]. Bergamo rimase in potere della famiglia ghibellina dei Suardi, dopo avere scacciati i Coleoni coi Guelfi. A Lodi Giovanni da Vignate, capo dei Guelfi, scacciò i Vestarini ed i Ghibellini. Gli Scotti a Piacenza ed i Landi a Bobbio ricuperarono l'antica loro autorità, mentre la famiglia ghibellina degli Anguisoli veniva esiliata dalle due città. E per tal modo dall'una all'altra estremità della Lombardia un universale fermento rinnovò gli antichi odj da tanto tempo sopiti. Un solo stato spezzavasi in venti separate sovranità, governate da piccoli tiranni; una guerra universale scoppiava ai confini di tutte le province; la guerra civile esauriva ogni comunità; e quel dominio che i Visconti avevano innalzato con tante fatiche, con tante pratiche, con tanti delitti, pareva spegnersi per sempre.
I Fiorentini, volendo approfittare dell'abbassamento dei loro avversarj, avevano unite nel Bolognese le loro armate a quella del papa. Avevano invitato Francesco da Carrara ad unirsi a loro sotto le mura di Milano, e mentre questi occupava Brescia e ne cingeva d'assedio il castello, Alberico da Barbiano conduceva l'esercito della lega nello stato di Parma. Eravi in allora per comandante Otto Bon Terzo, uno de' migliori generali de' Visconti, parmigiano egli medesimo e di famiglia ghibellina, il quale da Giovanni Galeazzo era stato investito di tutti i beni che appartenevano ai Correggieschi, ed aveva nella sua patria la doppia autorità di comandante militare e di capo di parte[36]. Per assicurarsi la conservazione della città ne cacciò i Rossi con più di due mila Guelfi che si recarono al campo de' Fiorentini[37], e loro fecero aprire volontariamente le porte di molte terre murate. Alberico da Barbiano, dopo avere soggiogata una parte di questa provincia, apparecchiavasi a passare il Po per portarsi sopra Milano; ma Carlo Malatesti che comandava sotto i di lui ordini le truppe del papa lo trattenne inaspettatamente, dando pubblicità ad un trattato che andava maneggiando da lungo tempo.
Il Malatesti aveva sposata una sorella della duchessa Catarina, figlia di Barnabò Visconti. Finchè visse Giovanni Galeazzo questa parentela poteva essere pel signore di Rimini un altro motivo per odiare colui che aveva fatto perire suo suocero: ma morto il duca, il Malatesti non poteva vedere con fredda indifferenza i pericoli che moltiplicavansi intorno alla duchessa di Milano; tenne segrete conferenze con Francesco dei Gonzaga, comune cognato, il quale erasi conservato fedele a Catarina, e fu pure ammesso a tali conferenze Baldassare Cossa, legato del papa, senza che il Barbiano, il marchese d'Este, o Vanni Castellani, ambasciatore fiorentino, avessero sentore di queste pratiche; ed il 25 agosto del 1403, con estrema maraviglia degli alleati del papa, si pubblicò la pace tra i Visconti e la Chiesa, che raccolse tutto il frutto degli sforzi fatti dai popoli cui erasi associata, facendosi restituire Bologna, Perugia e tutte le città che Giovanni Galeazzo aveva tolte allo stato ecclesiastico, senza nulla domandare a vantaggio dei Fiorentini[38].
Il legato ricondusse immediatamente l'armata presso Bologna, e questa città, impaziente di ritornare sotto il governo della Chiesa, non aspettò che Facino Cane, che vi comandava, aprisse le porte. I cittadini presero le armi il 2 settembre, e scacciarono il generale, facendo subito entrare in città le truppe pontificie[39]. Nel seguente ottobre i Perugini, dopo avere avuta una lettera della duchessa di Milano, che loro rendeva la libertà[40]; aprirono egualmente le porte a Giannello Tommacelli, fratello del papa, e richiamarono i fuorusciti[41].
I Fiorentini spedirono a Roma ambasciatori per dissuadere il papa dal ratificare un trattato contrario a' suoi primi impegni[42]. L'oggetto dell'alleanza era di ricuperare le città della Chiesa, e di liberare quelle della Toscana. Niuna di queste ultime era per anco sottratta al giogo de' Visconti, ed il papa non ignorava che gli sforzi de' Fiorentini non tendevano che a rendere la libertà alla Toscana, onde non poteva senza taccia di mala fede abbandonarli, dopo aver egli raccolti i frutti dell'alleanza; tanto più che veruna disfatta non dava vero nè apparente motivo alla sua defezione[43]. Ma Bonifacio IX, dopo avere calmata con affettati indugi l'indignazione eccitata dalla sua condotta, ratificò, senza nulla cambiare, il trattato conchiuso dal legato[44].
I Fiorentini abbandonati a sè medesimi non però rinunciarono ai progetti che avevano formati, e continuarono coraggiosamente la guerra. Spedirono due mila cavalli e mille cinquecento fanti ad Ugolino Cavalcabò, il nuovo signore di Cremona[45]. Presero al loro soldo Guido da Fogliano di Reggio, Pietro de' Rossi di Parma ed altri gentiluomini lombardi, ad ognuno dei quali pagarono mille fiorini d'oro al mese, per ajutarli a sostenere la guerra che questi signori facevano intorno ai loro castelli[46]. Ma sopra tutto sforzaronsi di tornare in libertà le due repubbliche toscane che avevano mostrato così accanito odio contro di loro, che avevano fatto loro tanto male, e che per farne loro ancora di più, eransi volontariamente date in mano a Giovanni Galeazzo.