Il primo tentativo dei Fiorentini per rendere la libertà a Siena non ottenne il desiderato effetto. Francesco Salimbeni e Cocco di Cione, dopo avere tentato coi loro discorsi di risvegliare nel popolo l'amore della patria, erano rimasti d'accordo di prendere le armi coi loro associati il 26 di novembre del 1403, d'attaccare il palazzo pubblico, e di scacciarne san Giorgio di Carreto, governatore della città. Ma i Salimbeni, i Malavolti ed il monte dei dodici erano entrati soli nella congiura, onde la gelosia degli altri ordini la fece mancare. Venne avvisato il governatore di ciò che contro di lui si tramava, e questi avendo tratto Francesco Salimbeni presso al palazzo, intrattenendosi con lui amichevolmente, colà lo fece uccidere dalle sue guardie[47]. I dodici che si armavano per difenderlo furono attaccati e rotti, e molti di loro presi e mandati al supplicio, o in esilio. Il monte dei dodici fu in allora dichiarato escluso da ogni partecipazione al governo, e questo decreto si mantenne in vigore per lo spazio di quasi ottant'anni[48].

Per altro i Sienesi, che non avevano voluto ricevere la libertà per opera dei dodici o dei Salimbeni, non tardarono a procurarsela da sè medesimi. Alla fine di marzo del 1404 spedirono a Firenze ambasciatori a chiedere pace. Quando cominciò questa negoziazione, il governatore san Giorgio di Carreto, conoscendo di avere perduta in modo l'autorità sua, che non chiedevasi pure il di lui assenso per trattare coi nemici del suo principe, uscì di città spontaneamente, avanti di esserne scacciato. I magistrati ordinarono all'istante che si levasse la biscia dei Visconti da tutti i luoghi pubblici e dalle monete che faceva coniare la repubblica; ed in tal modo fu in Siena, senza rivoluzione, abolita l'autorità del duca di Milano[49].

I Fiorentini accolsero lietamente gli ambasciatori Sienesi, restituirono alla loro repubblica tutte le terre che avevano occupate nel di lei territorio, riservandosi soltanto la giurisdizione di Montepulciano, ch'era stata la prima cagione della guerra. Vollero invece che gli esiliati di Siena fossero richiamati in patria, ammettendoli al godimento de' loro beni e diritti. Questo trattato di pace si pubblicò in mezzo al tripudio de' cittadini nelle due città il 4 aprile del 1404[50].

I Fiorentini lusingavansi di giugnere più facilmente a sottrarre i Pisani alla tirannide di Gabriele Maria Visconti. Questo nuovo signore, che non poteva nè proteggere i suoi sudditi, nè nuocere ai suoi nemici, andava non pertanto accrescendo le imposte per supplire alle spese della sua piccola corte, e per sostenere una guerra, cui il popolo non prendeva veruna parte[51]. Quando vide che le imposte ordinarie non bastavano, pretese d'avere scoperta una cospirazione de' Bergolini, e sotto questo colore fece morire un Agliate, un Bonconti ed altri rispettati cittadini, confiscando i loro beni.

Per approfittare del malcontento del popolo, in gennajo del 1404, i Fiorentini mandarono sotto Pisa un grosso corpo di cavalleria, con alcuni ingegneri e poche compagnie d'infanteria. Erano stati avvisati che le mura della città erano mezzo ruinate in vicinanza di un'antica porta ch'era stata chiusa, e che potevano facilmente superarsi[52]. Ma giunti innanzi a Pisa trovarono una nuova fortificazione innalzata nel luogo ch'essi pensavano di attaccare, il nemico informato de' loro progetti, e le mura coperte di soldati e di macchine. Risolsero perciò di ritirarsi dopo avere guastate le campagne.

Questo tentativo invece di nuocere a Gabriele Maria Visconti servì per lo contrario a consolidare il di lui potere, perchè lo determinò ad implorare la protezione di Boucicault, maresciallo di Francia, che in allora teneva il comando di Genova. Quest'illustre generale, che desiderava di vendicarsi sugl'infedeli della schiavitù sofferta tra le catene di Bajazet, cercava modo di trattare con Emmanuele II Paleologo per soccorrerlo nelle sue avversità; onde avea avidamente accettato il vicariato di Genova, di cui ne aveva prese le redini il 31 ottobre del 1401, perchè il popolo che possedeva Pera aveva più d'ogni altro mezzi ed interesse di difendere Costantinopoli[53]. Boucicault era entrato in tutti gl'interessi de' Genovesi e per conto loro si adombrava di tutti gli acquisti che potrebbero fare i Fiorentini; ed in particolare non voleva permettere che questo popolo di mercanti possedesse gl'importantissimi porti di Pisa e di Livorno. Accolse adunque con piacere le proposizioni del Visconti; si fece dare Livorno e le sue fortezze, richiese per conto della signoria di Pisa l'annuo tributo d'un cavallo e d'un falcone pellegrino, ed a tali condizioni avendo riconosciuto Gabriele Maria Visconti come feudatario del re di Francia, intimò ai Fiorentini di non arrecare ulteriore molestia a lui o al suo territorio, se non volevano provocare la collera di Carlo VI. Quando Boucicault vide che questa minaccia non bastava, fece arrestare tutti i negozianti fiorentini che si trovavano in Genova, e porre sequestro sulle loro mercanzie, e non li rilasciò che dopo avere forzata la signoria a segnare una tregua di quattro anni col Visconti, e colla comunità di Pisa[54].

Ad eccezione di Pisa, la Toscana trovavasi liberata da ogni straniera influenza, ed i Fiorentini avevano ad ogni modo ottenuto lo scopo che si erano proposti nella presente guerra. Siena aveva ricuperata la sua libertà; Perugia e Bologna avevano cambiata la tirannide de' Visconti contro il paterno e più pacato dominio della Chiesa; Riccardo Cancellieri di Pistoja aveva fatte proposizioni di pace in settembre del 1403, e per ricuperare i suoi beni aveva ceduto alla repubblica il castello della Sambuca, che chiudeva uno de' più importanti passaggi degli Appennini[55]. Altro adunque a far non le rimaneva per soddisfare a' suoi desiderj, che di punire i signori feudatarj, che avevano abbandonati i Fiorentini per unirsi ai Visconti, onde i dieci della guerra gli attaccarono vigorosamente. Giacomo Salviati, che comandò questa spedizione, tolse agli Ubertini tutti i castelli che possedevano nella val d'Ambra, s'innoltrò dopo contro i conti Guidi ed i conti del Bagno, ed occupò tutte le fortezze che avevano questi gentiluomini ai confini della Romagna, e per ultimo ricondusse all'ubbidienza della repubblica tutta la nobiltà feudataria degli Appennini[56].

Al di là di queste montagne i Fiorentini non volevano nè fare acquisti, nè obbligarsi a lunghe alleanze per timore di trovarsi avviluppati in perpetue ostilità. Nondimeno mandarono soccorsi di danaro e di gente ad Ugolino Cavalcabò, signore di Cremona. Pietro de Rossi, uno de' loro alleati, erasi riconciliato in principio dell'anno con Otto Bon Terzo, che governava Parma piuttosto come tiranno che come luogotenente del duca di Milano; avevano convenuto di dividere la sovranità di questa città, ed Otto Bon Terzo aveva offerto di passare al soldo dei Fiorentini contro i Visconti; ma improvvisamente assalì i Guelfi di Pietro de' Rossi che con lui erano di guarnigione nella cittadella di Parma, e li disarmò; poi scagliandosi contro i pacifici borghesi ch'egli credeva affezionati al suo rivale, ne fece un orribile carnificina, e lasciò che fossero saccheggiate le loro case[57]. Pietro de Rossi, scacciato dalla sua patria, venne a Firenze per implorare i soccorsi della repubblica. I decemviri posero sotto i suoi ordini quasi mille cinquecento corazzieri e lo provvidero di danaro e di munizioni da guerra. Ma contuttociò essi più non agivano in Lombardia che come ausiliari degli antichi loro amici; senza venire a trattati di pace, più non maneggiavano la guerra col vigore di prima, e lasciavano che i Visconti lottassero contro le difficoltà in cui trovavansi avviluppati[58].