Il popolo milanese, approfittando della debolezza del governo, s'andava agitando per ricuperare la libertà; ma l'ambizione de' grandi, o l'inquietudine de' cittadini non si appoggiavano a nobili desiderj; i primi non cercavano che a soppiantarsi con intrighi di corte, i secondi turbavano l'amministrazione con movimenti insignificanti senza verun progetto determinato, senza verun costante desiderio. Se i Milanesi avessero rimossa dalla sovranità la famiglia Visconti, resa veramente dai suoi delitti indegna di regnare, essi avrebbero riposta la loro repubblica alla testa della lega lombarda, e le avrebbero per lo meno ottenuto lo stesso rango che Firenze occupava in Toscana. Se per lo contrario avessero cercato di consolidare la sovranità innalzata dagli ultimi principi, dando una costituzione alla monarchia, ed assicurando la felicità del popolo sotto la circoscritta autorità d'un capo, la città loro sarebbe rimasta la capitale della Lombardia, e le venticinque città, che Giovanni Galeazzo aveva governate, sarebbero rientrate sotto la loro dipendenza; ma tutte le ribellioni di Milano venivano eccitate da persone faziose, non da virtuosi patriotti. Cercavano essi di strapparsi l'un l'altro di mano il potere, e non pensavano a riclamare o a far valere i loro diritti.

Dal canto suo la duchessa Catarina colla sua imprudente e crudele condotta andava perdendo ogni diritto all'affetto ed alla stima del popolo. La morte dei due Porri e dell'Aliprandi aveva in principio dell'anno eccitato in Milano un grandissimo fermento. Nel mese di aprile, il popolo trovò una mattina cinque cadaveri vestiti di nero e senza testa, che stavano esposti per ordine della duchessa avanti alla porta di sant'Ambrogio. Pensava Catarina che questa misteriosa esecuzione assicurerebbe il suo potere spaventando i faziosi. Ma tutt'all'opposto, sebbene i Milanesi non conoscessero i decapitati, si abbandonarono ai sentimenti di sdegno e di rabbia. Presero le armi ed obbligarono la duchessa a dare in mano ai borghesi le sue fortezze, dalle quali sloggiarono i soldati; il giovane duca Giovan Maria venne affidato a consiglieri ghibellini eletti dal popolo; la casa di Francesco Barbavara fu abbandonata al saccheggio; ed egli si ricoverò in Val Siccida posta sopra Novara, mentre la duchessa andò a chiudersi in Monza, sperando di rimanervi sicura sotto la protezione di Pandolfo Malatesti[59].

Ma quando il duca più non trovossi custodito dalla duchessa sua madre, i faziosi abusarono del suo nome per muovere guerra alla reggente. Vedevansi in ogni città il partito del duca e quello della duchessa azzuffarsi frequentemente[60]; l'ultima fu improvvisamente sorpresa a Monza da Francesco Visconti e gittata in prigione, ove, se può darsi fede alla pubblica voce, morì avvelenata il 16 ottobre del 1404[61]. Pandolfo Malatesti, che trovavasi presso di lei, fuggì a piedi e scalzo, com'egli era, alla volta di Trezzo, e di là passando immediatamente a Brescia, ottenne di avere in sua mano la città e le fortezze, e se ne fece proclamare signore[62].

Per tal modo tutta la Lombardia trovossi divisa tra nuovi tiranni. Filippo Maria, il più giovane de' fratelli Visconti, risedeva in Pavia, ma l'autorità sopra questa città era stata nuovamente usurpata dai Beccaria, che l'avevano in altri tempi signoreggiata. Facino Cane regnava in Alessandria, Giorgio Benzoni a Crema, Giovanni da Vignate, figliuolo d'un macellajo, a Lodi, i Suardi a Bergamo, i Coleoni a Trezzo, Cavalcabò a Cremona, Francesco Rusca a Como; ed i popoli calpestati dai nuovi padroni, e dai loro soldati, erano omai ridotti a desiderare il giogo più uniforme dei Visconti.

CAPITOLO LIX.

Conquiste di Francesco da Carrara in Lombardia. — Gelosia de' Veneziani; gli dichiarano la guerra; vigorosa resistenza del Carrara, che perde successivamente Verona e le sue principali fortezze; egli è forzato ad arrendersi, ed il consiglio dei dieci lo fa morire co' suoi figliuoli.

1404 = 1406.

Quando cominciarono le turbolenze eccitate in Lombardia dalla morte di Giovanni Galeazzo, la duchessa di Milano aveva offerta la pace a Francesco da Carrara, signore di Padova, di cui temeva il risentimento ed il valore. Il Carrara vi acconsentiva a condizione che gli fossero restituite Vicenza, Feltre e Belluno, onde potesse, com'egli diceva, lasciare la signoria d'una città a ciascuno de' suoi figliuoli. Non pertanto dietro l'interposizione de' Veneziani si era accontentato di Feltre e di Belluno, e la duchessa aveva promesso di dargli queste due città nel giugno del 1403[63]. L'odio che Jacopo del Verme e Francesco Barbavara, consiglieri di Catarina, portavano al signore di Padova, fece rompere questo trattato all'atto che doveva eseguirsi; onde il Carrara, dopo avere riclamata la guarenzia de' Veneziani, che gli diedero una risposta insignificante, entrò il 12 agosto nel territorio di Verona con una formidabile armata. Non avendo potuto riportare alcun vantaggio sopra Ugolotto Biancardo, che comandava le truppe de' Visconti, passò nello stato di Brescia, ed i Guelfi gli aprirono le porte di quella città[64]. Ma le truppe del duca eransi chiuse nella cittadella, ed avanti che il Carrara potesse forzarle ad arrendersi, sopraggiunsero Otto Bon Terzo e Galeazzo di Mantova con mille lance, che costrinsero il signore di Padova a ritirarsi[65].