In principio del 1404 Facino Cane fu mandato a Vicenza dalla duchessa con un ragguardevole corpo d'armata per portare la guerra nel padovano; ma il Carrara, appostando le sue milizie dietro i canali ed i fiumi che attraversano e circondano i suoi stati, rispinse le truppe milanesi, e determinò finalmente Facino Cane a condurre altrove i suoi soldati, onde approfittare per sè medesimo dell'anarchia in cui trovavasi la Lombardia[66].

Lo stesso giorno in cui ritiravasi Facino Cane, Guglielmo della Scala entrò in Padova per domandare a Francesco Carrara di prendere parte in un'intrapresa che egli meditava intorno a Verona. Guglielmo era figlio d'Antonio, l'ultimo signore della Scala; nel suo esilio era stato beneficato assai dal Carrara[67]. Sperava che fosse giunto l'istante in cui potrebbe ricuperare la sovranità de' suoi maggiori, ed assicurava il signore di Padova che gli antichi sudditi della sua famiglia desideravano di ritornare sotto il suo dominio, e convenne con lui, che qualora col suo ajuto rientrasse in Verona, egli lo assisterebbe poi con tutte le sue forze per ricuperare Vicenza. I due principi soscrissero le condizioni di questo trattato il 27 marzo del 1404[68].

Il 30 di marzo l'armata del Carrara si mosse sotto gli ordini di Filippo da Pisa. Niccolò, marchese d'Este, genero del signore di Padova, sopraggiunse ad ingrossarla con cinquecento corazzieri[69], e questi generali cinsero d'assedio il castello di Cologna. Mentre richiamavano colà l'attenzione de' nemici, tenevano vive segrete corrispondenze coi malcontenti di Verona, sotto le di cui mura recossi improvvisamente l'armata che assediava Cologna la notte del 7 aprile, ed ajutata da' partigiani de' suoi antichi signori, vi penetrò scalando le mura, onde Ugolotto Biancardo, che vi comandava a nome del duca di Milano, dovette ritirarsi nella fortezza[70].

Ma nel momento medesimo che acquistava la sua capitale, Guglielmo della Scala era troppo infermo per poter sostenere il movimento del cavallo. Se dobbiamo dar fede a Gataro, storico che, malgrado la sua parzialità pei Carrara, inspira confidenza per tutte le minute circostanze che egli riferisce, Guglielmo della Scala era travagliato da dissenteria accompagnata da continua febbre, e fino dal 20 marzo, in cui giunse a Padova, era stato curato dai medici del principe, e la sua malattia aveva di già per alcuni giorni fatta ritardare l'esecuzione de' suoi progetti[71]. Redusio da Quero, autore contemporaneo, capitale nemico del signore di Padova, pretende invece che questi, allorchè Guglielmo entrò in Padova, gli avesse fatto dare un lento veleno[72]. Frattanto lo Scala venne riconosciuto per signore di Verona, e tutti i suoi concittadini si presentarono a rendergli omaggio. La fatica dell'inaugurazione faceva peggiorare il di lui male; e la gioja d'essere rientrato in patria e risalito sul trono de' suoi padri veniva funestata da' suoi crescenti dolori. Dopo quindici giorni di signoria Guglielmo morì il 21 d'aprile. Il popolo, e quasi tutti gli scrittori contemporanei accusarono Francesco da Carrara d'aver fatto avvelenare questo signore[73]. Vuolsi per altro osservare, che la frequenza di tali delitti li faceva agevolmente credere; e noi dobbiamo andare guardinghi nel macchiare la memoria d'un principe, che in tutta la sua condotta ci sembra nobile e generoso; altronde questo delitto era inutile, perchè Guglielmo della Scala lasciava due figli, Antonio e Brunoro, che Carrara investì immediatamente dell'eredità del loro padre[74].

Il 29 aprile Ugolotto Biancardo, assediato nella fortezza di Verona, fu forzato di cederla agli assalitori, e Francesco da Carrara vi pose guarnigione. Intanto Francesco Terzo, figliuolo primogenito del signore di Padova, assediava Vicenza con un'altra armata. Da lungo tempo i Vicentini ed i Padovani erano animati da vicendevole odio, onde i primi si ostinavano a difendersi. Dal canto suo la reggenza di Milano tutto poneva in opera per soccorrere il Biancardo, e mentre Facino Cane cercava di gettare rinforzi nella città assediata, gli ambasciatori della duchessa cercavano di persuadere la repubblica di Venezia a dichiararsi contro il Carrara.

I Veneziani eransi mostrati indifferenti sui progressi di Giovanni Galeazzo Visconti, e non avevano presa parte contro di lui quando questo principe minacciava di occupare tutta l'Italia. Ma il doge Michele Steno, e Francesco Foscari, capo della quarantia, fingevano adesso di essere inquieti per l'ingrandimento di Francesco Carrara, principe bellicoso, ambizioso, non meno accorto politico che grande capitano, il quale, sebbene si mostrasse affezionato alla signoria, pensava indubitatamente a vendicare i mali che quindici anni prima aveva questa procurati a lui ed al di lui padre[75]. La duchessa di Milano aveva mandati a Venezia come ambasciatori, il vescovo di Feltre, il generale Jacopo del Verme, cui Francesco da Carrara aveva confiscati i beni a Verona[76], ed Ugo Scrovegno, emigrato padovano, le di cui sostanze erano pure state poste sotto sequestro; il personale loro odio seppe risvegliare l'ambizione del doge e dei Veneziani. Offrirono da principio di cedere alla signoria Feltre e Belluno come prezzo della loro alleanza[77]; vi aggiunsero poco dopo Vicenza, e tutto quanto possedeva la casa Visconti oltre l'Adige[78]. Il doge che desiderava la guerra per illustrare colle conquiste il suo principato, adoperò qualche artificio per allontanare dal consiglio dei Pregadi tutti i favorevoli alla casa da Carrara, e non pertanto non vinse la parte che per un solo suffragio[79]. La guerra fu dunque decisa, e Giacomo Soriano, gentiluomo veneziano, venne spedito a Vicenza per prendere possesso di quella città, i di cui abitanti avevano direttamente implorata la protezione della signoria.

Il 25 aprile 1404 la bandiera di san Marco fu posta sulla gran torre di Vicenza, e spedito un trombetta a Francesco Terzo da Carrara per ordinargli di togliere l'assedio da una città che apparteneva alla repubblica. Il trombetta, avendo in qualche maniera provocata la collera del giovane signore, fu ucciso in sua presenza; e questa violazione del diritto delle genti venne ben tosto severamente punita su tutta la casa da Carrara[80].

Francesco da Carrara recossi nel campo del figliuolo con intenzione di dare il 1.º maggio un assalto alle mura di Vicenza; ma avendo ricevuta una lettera della signoria, che altamente lo minacciava se non levava l'assedio, il Carrara si contenne, sperando di evitare a tal prezzo la guerra colla repubblica; abbandonò i suoi progetti, e ricondusse le truppe a Padova[81].

Mentre le cose trovavansi in questo stato fu avvisato che Brunoro ed Antonio della Scala negoziavano dal canto loro con Venezia, per guadagnarsi contro di lui medesimo la protezione della signoria, e sottrarsi alla guerra, onde lo vedevano minacciato. Di già questi principi gli avevano date altre cagioni di malcontento, forse ingrandite dalla propria ambizione. Si credette autorizzato dalla loro ingratitudine a spogliarli di quanto egli medesimo loro aveva dato. Li fece arrestare il 17 maggio, e suo figliuolo, Giacomo da Carrara, partecipò al popolo veronese, adunato nella pubblica piazza, i motivi di tale determinazione[82]. Il 24 dello stesso mese Francesco da Carrara si fece proclamare signore di Verona[83].

Frattanto gli ambasciatori di Firenze e quelli della Chiesa cercavano d'accordo col marchese d'Este di ristabilire la pace[84], ma tanto erano eccessive le domande de' Veneziani che non potevasi aprire alcuna negoziazione. Questi avevano di già persuaso Francesco di Gonzaga, signore di Mantova, ad invadere il territorio di Verona[85]. Jacopo del Verme aveva preso possesso in loro nome delle città di Feltre e di Belluno[86], ed il 18 giugno, ruppe a mano armata le dighe della Brenta presso all'Anguillara, onde inondare il territorio di Padova[87]. Per altro la guerra non ancora era stata formalmente dichiarata. Francesco da Carrara, avvisato di tali ostilità, adunò il consiglio del popolo, che aveva conservato o ristabilito a Padova, ad oggetto di assicurarsi l'affetto de' suoi sudditi. Gli manifestò le ingiurie che aveva ricevute dalla repubblica, dicendo come avesse sempre cercato di contenersi in faccia alla medesima come un figliuolo rispettoso, piuttosto che come un buon vicino; ma soggiunse che vedevasi ora costretto a prendere le armi per difendere i suoi legittimi diritti, e, dietro il parere del suo popolo, dichiarò la guerra ai Veneziani il 23 giugno del 1404[88].