Il senato veneto erasi fatto una regola di non adoprare che armi straniere e mercenarie. Non voleva affidare ad un cittadino un'autorità di cui poteva essere tentato di abusare; nè voleva pure dargli occasione d'acquistare troppa gloria, o permettere al popolo di accostumarsi alla milizia. I condottieri, che la repubblica prendeva al suo servigio, non ottenevano mai d'introdurre i loro soldati in Venezia, di modo che gli stessi loro tradimenti non potevano esporre la capitale ad alcun pericolo; e lo stato in allora più ricco dell'Europa poteva intraprendere senza verun timore una guerra, per sostenere la quale non esponeva che danaro.
Si raccolse adunque al soldo della repubblica, sotto il comando di Malatesta da Pesaro, un'armata di nove mila corazzieri. Militavano sotto il Malatesta Paolo Savelli, Taddeo del Verme, i Polenta da Ravenna, il conte dell'Aquila ed altri celebri capitani[89]. Francesco da Carrara, che non aveva tanta gente, compensò colla sua attività la disuguaglianza del numero; persuase Francesco di Gonzaga ad accettare una tregua, che doveva durare fino al 27 agosto, e ridusse suo genero, il marchese Niccolò d'Este, ad unirsi a lui contro i Veneziani. Niccolò riacquistò in pochi giorni il Polesine di Rovigo, antico dominio di sua famiglia, ch'egli aveva precedentemente ceduto alla repubblica per guarenzia di un debito[90]. Finalmente il Carrara, approfittando de' profondi canali che attraversano tutta la Venezia, fortificò i confini del suo territorio, con fosse e ridotti, e li difese come una fortezza. Col suo bravo generale, Filippo di Pisa, si appostò presso Pieve di Sacco, dietro le linee da lui formate, ed il 20 agosto rispinse valorosamente un attacco generale dei Veneziani su tutto il confine dello stato di Padova[91].
Spirava il 27 agosto la tregua conchiusa col Gonzaga, onde il Carrara fu forzato di dividere le sue forze per resistere ad un nuovo attacco. Una violenta burrasca disperse in tempo di sua assenza le truppe che custodivano le linee di Pieve di Sacco. Mentre le sentinelle medesime cercavano di sottrarsi alla dirotta pioggia che cadeva, alcuni soldati veneziani trovarono nella casa di un contadino, che stavano saccheggiando, un trave abbastanza lungo per fare un ponte che attraversasse il canale; lo gettarono senz'essere osservati; i più arditi passarono il canale, ed agevolarono agli altri il modo di rendere questo ponte più solido e più largo, di modo che quando furono scoperti trovavansi omai in sufficiente numero per conservare il posto; onde il 6 di settembre l'armata veneziana entrò tutta nel primo circondario fortificato del territorio di Padova[92].
Accorse ben tosto il Carrara per salvare le sue campagne dalla ruinosa invasione de' nemici; si ritirò dietro una seconda linea di canali che si affrettò di fortificare; indi, stendendo le sue truppe tra Oriago, Stra e Vico d'Aggere, coprì almeno tutto il paese che restava alle sue spalle. Frattanto a cagione di una contesa insorta tra il Malatesta e Paolo Savelli l'armata veneziana si divise fra questi due generali: il Carrara approfittò di questo avvenimento per battere separatamente l'ultimo, e per togliere all'esercito nemico un convoglio di vittovaglie che conduceva Taddeo del Verme[93].
Ma il signore di Padova, malgrado i suoi talenti ed il suo coraggio, non era abbastanza forte per lottar solo contro i Veneziani. Avevano questi richiamato da Candia il marchese Azzo d'Este, che alcuni anni prima aveva eccitata una guerra civile nello stato di Ferrara, e gli facevano rimontare il Po colla loro flotta per attaccare il marchese Niccolò[94]. D'altra banda Jacopo del Verme aveva condotti a Francesco Gonzaga potenti rinforzi, e tutti due assieme attaccavano il territorio di Verona, ove successivamente prendevano molti castelli. Gli abitanti di questo paese non erano in verun modo affezionati alla casa di Carrara, e non mostravano veruno zelo per difenderla. Finalmente i Veneziani avevano congedato il Malatesta, e riunita la loro terza armata sotto Paolo Savelli. Era quest'armata la più ragguardevole che si fosse veduta servire in Italia, e costava ogni mese cento venti mila ducati alla signoria, la quale, abbastanza ricca per nulla risparmiare di tutto quanto poteva tornar utile al buon successo, consumò due milioni di ducati nella sola guerra di Padova[95].
Paolo Savelli, non avendo potuto forzare il ricinto che difendeva i Padovani, in sul finire di novembre diede al suo esercito i quartieri d'inverno nello stato di Treviso. Il Carrara, che temeva di perdere l'amore del suo popolo, se lo affaticava con un troppo aspro servigio militare, si affrettò dal canto suo di rimandare gli abitanti di Padova alle loro case. Ma la ritirata del Savelli non era che uno stratagemma; erasi egli comperati dei traditori a Stra, i quali gli aprirono un passaggio a traverso alle linee così lungamente difese. Il 2 dicembre egli attraversò la Brenta, ed entrò nel cantone di Pieve di Sacco il più ricco ed il più fertile del territorio padovano. Francesco da Carrara, accorso per respingerli, fu ferito in una mano, le sue truppe dovettero ritirarsi, e tutte le campagne de' suoi stati vennero miseramente saccheggiate[96].
Il principio del 1405 non fu meno della fine del precedente anno funesto al Carrara. Il marchese di Ferrara, suo genero, ed il solo suo alleato, lo abbandonò. Minacciato dalle flotte veneziane, mancante di vittovaglie, e circondato da un popolo malcontento, egli soscrisse una separata pace, e cedette ai Veneziani il Polesine di Rovigo, e le fortezze che aveva innalzate lungo il Po[97].
Francesco da Carrara aveva chiesto inutilmente soccorso ai Fiorentini, in allora occupati nelle negoziazioni di Pisa. Egli non riceveva soccorso nè da loro nè da verun altro suo antico amico, molti de' suoi sudditi cominciavano a scoraggiarsi, altri a manifestare qualche malcontento, e pareva che Giacomo di Carrara, suo fratello naturale, avesse preso parte in una congiura contro di lui[98]. Francesco cercò in allora di porre in sicuro da ogni pericolo i suoi più giovani figli, e parte de' suoi beni. Il primogenito, Francesco Terzo, era in Padova il suo più fermo sostegno, ed il secondo, Giacomo, comandava per lui in Verona. Il Carrara non volle allontanare da sè questi due valorosi guerrieri, che dovevano avere con lui comuni l'estrema sua fortuna ed i pericoli delle battaglie; ma fece passare a Firenze i più giovani figli, Ubertino e Marsiglio, i suoi figli naturali, quelli de' suoi fratelli e di suo figlio. Colà mandò pure tutti i giojelli di maggior valore ed ottanta mila fiorini in danaro[99]. Avendo in tal modo provveduto alla sorte di questa parte della sua famiglia, aspettò con tranquillità e con inalterabile costanza l'aggressione d'un nemico, che aveva forze assai maggiori delle sue.
Il 25 maggio del 1405 Castelcaro fu contemporaneamente attaccato dalla flotta veneziana e dall'armata di terra. Dopo una vigorosa ma breve resistenza il Castello fu reso, onde, il territorio di Padova trovandosi aperto da ogni banda, Paolo Savelli condusse le sue truppe sotto la capitale, di cui intraprese l'assedio il 12 giugno[100].