Da un altro lato Jacopo del Verme e Francesco Gonzaga stringevano Verona. Que' cittadini non erano da verun affetto ereditario attaccati ai Carrara, e di mal animo soggiacevano ai sagrificj resi necessarj da una guerra cui essi non prendevano veruno interesse, e quando videro attaccate dal nemico le loro mura, risolsero di far cessare la resistenza di Giacomo da Carrara, ed occupata il 22 giugno la gran piazza, domandarono di trattare con Gabriello Emo, provveditore veneziano, che seguiva l'armata. Ottennero per altro un salvacondotto per Giacomo da Carrara, di cui rispettavano le virtù, un salvacondotto, affinchè potesse ritirarsi ove meglio credesse colla sua moglie e co' suoi effetti preziosi[101]. Venne accordata a Verona una vantaggiosa capitolazione, promettendo inoltre la signoria di conservarne ed accrescerne i privilegi. Il 23 giugno l'armata di Jacopo del Verme entrò in questa città e vi spiegò lo stendardo di san Marco[102]. Giacomo da Carrara, ritenuto alcun tempo prigioniero contro il tenore della convenzione, avendo tentato di fuggire, fu ripreso e mandato nelle prigioni di Venezia[103].

L'armata che aveva presa Verona venne poco dopo ad unirsi a quella che assediava Padova. Il primo luglio Paolo Savelli stabilì il suo campo a Bassanello, ove fu mandato Carlo Zeno, come provveditore, dalla repubblica. Il Gonzaga e Jacopo del Verme vi giunsero dopo pochi giorni. Francesco da Carrara aveva divisa con suo figlio, Francesco Terzo, la difesa della sua patria; egli vegliava la notte con una metà de' cittadini, e Terzo coll'altra metà la custodiva di giorno[104].

I contadini si erano ritirati in città coi loro bestiami e coi migliori effetti; ogni borghese ne aveva ricevuti molti nella sua casa, altri erano alloggiati nelle chiese e nei conventi, altri finalmente eransi ridotti a dormire sotto i portici delle strade. In breve l'unione di tanti uomini e di tanti animali, il cattivo nutrimento, le immondezze di cui riempivasi la città, produssero l'ordinario loro effetto: una terribile peste manifestossi in Padova coi medesimi sintomi che alla metà del precedente secolo avevano cagionato tanto spavento. Quasi tutti gli ammalati morivano il secondo o il terzo giorno. Alcuni carri attraversavano ogni mattina la città per raccogliere i morti; sul loro timone era stata posta una croce, sotto alla quale ardeva sempre una piccola lucerna, invece delle candele che in altri tempi accompagnavano tutti i feretri. Un solo prete seguiva il carro funebre, che portava ad un tratto dai quindici ai venti cadaveri; cadevano vittime del contagio quattro in cinquecento persone al giorno. In ogni cimitero eransi cavate vaste e profonde fosse, ove ponevansi i cadaveri a strati fino alla loro superficie. Dopo che un padre aveva deposto il figliuolo sul carro funebre, un figlio il genitore, uno sposo la consorte, era d'uopo che cogli occhi ancora bagnati di lagrime riprendesse sollecitamente le sue armi per rintuzzare gli attacchi de' suoi nemici[105].

I castelli del territorio di Padova non avendo più comunicazione colla capitale, nè sperando di essere soccorsi, si sottraevano gli uni dopo gli altri all'autorità del Carrara, per fare più sollecitamente ed a migliori condizioni la pace coi Veneziani. Este si arrese il 14 d'agosto, e Montagnana il 15. Il provveditore Zeno cercò di guadagnare con larghe offerte Luca di Lione, nobile padovano, che comandava a Monselice: questi ricusò con orrore le vergognose offerte; ma prese occasione da questa comunicazione per entrare in trattato a nome dello stesso Francesco da Carrara, e si recò espressamente a Padova per sapere a quali condizioni accetterebbe di capitolare. Francesco dichiarò, che consentirebbe di cedere la capitale e di rinunciare alla sovranità, purchè fosse posto in libertà Giacomo suo figlio; che la signoria gli pagasse cento cinquanta mila fiorini per indennizzazione; che ratificasse le donazioni da lui fatte in tempo del suo governo, e guarentisse i privilegj e le antiche consuetudini di Padova[106].

Mentre che Carlo Zeno era a Venezia per consultare la signoria intorno a queste condizioni, Francesco da Carrara approfittò dell'arrogante confidenza de' suoi nemici per batterli. Adunò le milizie della città, che trovavansi ridotte a quattro mila settecento individui, sebbene vi fossero incorporati i contadini rifugiati, quando nel precedente anno oltrepassavano i dodici mila. Alla testa di questa gente sorprese il 18 agosto il campo di Paolo Savelli, che la Brenta separava da quello di Galeazzo di Mantova: ne bruciò gli alloggiamenti, atterrò la bandiera di san Marco e quella del capitano, ed arrecò alla repubblica il danno d'oltre cento mila fiorini[107].

Di ritorno al campo Carlo Zeno comunicò le offerte della signoria al Carrara: questa rendeva la libertà a suo figlio, gli permetteva di condurre con lui trenta carri coperti, e gli dava sessanta mila fiorini. Carrara, di consentimento del suo consiglio, era disposto ad accettare queste condizioni, quando per sua sventura ricevette la stessa notte una lettera di Bartolommeo dell'Armi, governatore de' suoi figli a Firenze, la quale lo avvisava che i Fiorentini avevano comperata Pisa, e che, cessata l'inquietudine loro per questo lato, non indugierebbero a soccorrerlo. Alcuni priori di Firenze avevano avvalorata questa speranza coi loro discorsi, ed il signore di Padova, credendosi omai certo dei loro soccorsi, dichiarò che si difenderebbe fino all'ultima estremità[108].

La lunga resistenza dei castelli del territorio di Padova aveva divise le forze degli assedianti. Posti sopra isolate colline in mezzo a vaste campagne, avevano lungo tempo resa vana l'industria degl'ingegneri veneziani: ma Campo san Piero si arrese l'undici di settembre, e Monselice, ch'era stato provveduto di vittovaglie per sette anni, perdette nello stesso giorno per un fortuito incendio i suoi magazzini, e dovette capitolare tre giorni dopo Campo san Piero. Nel seguente ottobre vennero l'un dopo l'altro occupati dai Veneziani Stra, san Martino, Arlenga, Cittadella e Castel Baldo. La Brenta più non attraversava Padova avendola gl'ingegneri deviata per altro canale, onde i mulini della città non avevano più acqua. Paolo Savelli era morto di malattia, ma Galeazzo di Mantova, che gli era succeduto nel comando dell'armata veneziana, stringeva vigorosamente l'assedio[109].

Il 2 di novembre i Veneziani, che avevano nel loro campo otto mila cavalli e più di sedici mila pedoni, diedero un generale assalto alla città che attaccarono su quattro punti diversi; ma furono dovunque gagliardamente respinti. Il loro capitano, Galeazzo di Mantova, venne rovesciato dal muro con un colpo di lancia da Francesco da Carrara; fu pure ferito il provveditore veneziano Francesco Bembo; e la battaglia che aveva durato dalle due ore avanti giorno fino alla notte, finì senza che gli assedianti avessero ottenuto verun vantaggio[110].

Per riempire la città di terrore gli assedianti attaccarono alle loro frecce viglietti, coi quali minacciavano per parte della signoria di mettere Padova a ferro ed a fuoco trattandola come Zara e Candia, se gli assediati non si arrendevano prima che passassero dieci giorni[111]. Francesco Terzo medesimo eccitava suo padre ad arrendersi, ed a preservare la patria dagli orrori ond'era minacciata; ma il Carrara ricordavasi del passato esilio, non voleva nuovamente gustare l'amarezza del pane straniero, e sforzavasi di rianimare il coraggio de' suoi concittadini colla speranza di vicino soccorso. Assicurava di averne avuta la promessa dal re di Francia, dal re d'Ungheria, da suo fratello il conte di Carrara che serviva con mille lance sotto gli ordini di Ladislao re di Napoli, e che scordava le loro private nimistà per salvare la sua patria[112]. Per altro egli medesimo non faceva fondamento sulle speranze che cercava d'ispirare agli altri, e solo credeva di poter lusingarsi di qualche ajuto per parte dei Fiorentini; ma questi, impegnati trovandosi in una pericolosa guerra per la conquista di Pisa, non volevano dividere le loro forze, nè tirarsi addosso la potente inimicizia de' Veneziani[113].

Finalmente le guardie delle porte di santa Croce lasciaronsi sedurre da un Vicentino detto Giovanni di Beltramino, e lo fecero entrare la notte del 17 novembre con cinquanta fanti. Egli cominciò ad uccidere i traditori che gli avevano aperta la città, indi fece avanzare le truppe veneziane[114]. Francesco da Carrara si portò quasi subito contro ai nemici, e dopo inutili sforzi per ricuperare la porta, cercò almeno di trattenere tanto tempo i nemici, finchè gli abitanti del sobborgo si ritirassero coi loro più preziosi effetti nel ricinto interno, perciocchè la città ne aveva ancora due, ossia ogni quartiere di Padova era circondato di mura, e poteva separatamente difendersi. Ma sebbene da pertutto si suonasse campana a martello e che gli amici del principe chiamassero i cittadini a difendere con lui il loro onore ed i loro beni, la maggior parte invece di prendere le armi non pensava più che a nascondere i più cari effetti, onde salvarli dall'imminente sacco. Francesco da Carrara, quasi abbandonato, domandò un armistizio ed un salvacondotto per recarsi al campo veneziano. Vi fu accompagnato da Paolo Crivelli e da Michele di Rabatta, gentiluomo del Friuli, la di cui fedeltà non erasi giammai smentita. Dichiarò ai provveditori veneziani ed a Galeazzo di Mantova, che recavasi presso di loro per rendere la città ad onorevoli condizioni; e che quando non potesse ottenerle, era risoluto di difendere fino alle ultime estremità i due ricinti di mura che ancora gli restavano[115].