Ma i Fiorentini erano troppo alieni dal voler rinunciare ad un'intrapresa cui credevano attaccato il loro onore. Malgrado i consigli di alcuni più moderati cittadini[136] rifiutarono le offerte dei Pisani; ordinarono a Jacopo Salviati, loro capitano, di cominciare subito le ostilità[137], e fecero venire il conte Bertoldo Orsini, cui affidarono il 5 ottobre il bastone del comando[138].
I Pisani per resistere a quest'attacco, cercarono avanti ogni altra cosa di riconciliare in città le contrarie fazioni. I Raspanti erano stati posti in possesso dell'autorità da Giacomo d'Appiano, e v'erano stati conservati dal Visconti, i Bergolini trovavansi esclusi dal governo e la famiglia Gambacorti era esiliata. Il partito perseguitato fu di nuovo ammesso a dividere i diritti della sovranità; l'obblio delle passate ingiurie ed una riconciliazione senza riserva vennero giurate sugli altari; i capi delle due fazioni fecero colare il proprio sangue nella coppa consecrata prima di bevere in comune, e numerosi matrimoni suggellarono la pace tra le due parti. Ma Giovanni Gambacorti, nipote di Pietro e capo della sua famiglia, seco non portava dal suo esilio che il desiderio di regnare nella sua patria; onde a forza d'intrighi si fece proclamare capitano del popolo, come lo era stato suo zio, ed approfittò dell'ottenuta autorità per opprimere i suoi antichi nemici, per ispogliarli, e spesso ancora per farli perire[139].
I Pisani si erano lusingati che il Gambacorti, in forza della sua ereditaria alleanza coi Fiorentini, potrebbe riconciliarli con questi formidabili nemici, ed in fatti il nuovo capitano non fu appena installato che mandò a chiedere pace; ma i Fiorentini ricusarono di trattare, pretendendo di avere comperata Pisa dal suo legittimo signore, e dichiarando che vedevano ne' suoi abitanti non un popolo indipendente, ma sudditi ribelli[140].
I Fiorentini non credevano quasi possibile cosa l'aprire una breccia nelle mura di Pisa, di modo che proposero di ridurre la città colla fame, mentre la loro armata attaccherebbe successivamente i diversi castelli del territorio. I Pisani dal canto loro sforzavansi di provvedersi di vittovaglie, al quale oggetto spedirono alcune galere a cercare frumento in Sicilia; una di queste, sorpresa nel suo ritorno dai vascelli che i Fiorentini avevano fatti armare a Genova, rifugiossi sotto la torre di Vado. Un fiorentino, detto Pietro Marenghi, profugo dalla patria perchè colpito da sentenza capitale, colse questa circostanza per rendere a' suoi concittadini un segnalato servigio. Egli lanciossi dalla riva con una fiaccola in mano, avvicinandosi a nuoto alle galere, malgrado le saette che lanciavansi contro di lui. Sebbene ferito in tre luoghi continuò molto tempo a sostenersi sotto la prora finchè vide il fuoco appiccato in modo alla galera nemica da non potersi più spegnere. Ella bruciò in faccia alla torre di Vado; mentre Pietro Marenghi riguadagnava la costa. Egli fu perciò richiamato con onore in patria[141].
I Pisani cercavano di avere al loro soldo qualche condottiere che potesse formare per loro un'armata. I loro deputati avevano trattato con Agnello della Pergola, che con sei cento cavalli trovavasi allora negli stati della Chiesa. Questo capitano si mosse per venire a Pisa attraversando lo stato di Siena. Ma i dieci della guerra di Firenze, avuto avviso della sua marcia, lo fecero attaccare, nell'istante ch'egli meno se lo credeva, dal nipote del papa, che avevano preso di fresco al loro soldo, e distrussero o dissiparono la piccola armata di Agnello[142].
Gaspare dei Pazzi, altro capitano che conduceva ai Pisani sei cento cavalli dai contorni di Perugia, venne disfatto il 24 settembre da Sforza da Cotignola al passo della Cornia; ed i suoi soldati, inseguiti fino a Massa di Maremma, non si sottrassero alla prigionia che abbandonando i loro cavalli e le armi, e promettendo di non servir più contro i Fiorentini[143].
Invano i Pisani offrirono la loro signoria a Ladislao l'ambizioso re di Napoli, il quale non sentivasi ancora abbastanza sicuro ne' proprj stati per estendere sulla Toscana i suoi progetti di conquista. Egli ottenne dai Fiorentini l'assicurazione che non si opporrebbero alla sua spedizione di Roma, e viceversa promise di non agire contro di loro avanti a Pisa[144]. Otto Bon Terzo, che alla testa del partito ghibellino erasi fatto signore di Parma e di Reggio e che adunava un'armata in queste due città, accettò dai Fiorentini una grossa somma, per la quale promise di non dare soccorso ai Pisani[145].
In principio del 1406 l'armata fiorentina occupò la val d'Era, la Maremma, la contea di Monte Scudajo, e quasi tutti i castelli che avevano in sul principio abbracciato il partito di Pisa[146]. In appresso quest'armata si divise; un corpo formò l'assedio di Vico Pisano, ragguardevole castello posto dieci miglia sopra Pisa, alla destra dell'Arno, mentre l'altro corpo s'avvicinò a questa città per istringerne il blocco. Occuparono la foce dell'Arno sette galere ed una galeotta, che i Fiorentini avevano fatte armare a Genova; s'alzarono due ridotti presso san Pietro in Grado sulle due rive del fiume, e fu fatto tra i medesimi un ponte fortificato, privandosi in tal modo Pisa di ogni comunicazione col mare[147]: onde i vascelli che i Pisani avevano mandati in Sicilia a cercare vittovaglie furono presi dai Fiorentini il 22 di maggio, quando tornarono ne' mari della Toscana[148].