Pareva che la fortuna congiurasse contro i Pisani, e gli stessi avvenimenti da loro più desiderati tornavano tutti a loro svantaggio. L'Arno, ingrossato il giorno dell'Ascensione da violenti piogge, ruppe il ponte che univa i due ridotti; gli assediati non furono lenti ad approfittarne per attaccare il più debole. Ma Sforza e Tartaglia, i due generali dei Fiorentini, che trovavansi sull'opposta riva, spinsero i loro cavalli nel fiume, e con estremo pericolo guadagnarono l'opposta sponda, onde i Pisani fuggirono atterriti quasi senza combattere[149].
Questi due capitani erano de' più riputati che allora contasse l'Italia. Fino a tal punto la loro rivalità aveva giovato all'impresa; ma una crescente gelosia, una oramai scoperta animosità, cominciavano a turbare le operazioni dell'armata ed a rianimare le speranze dei Pisani. Gino Capponi, uno dei dieci della guerra, si recò da Firenze al campo per riconciliarli, e vi riuscì; ma credendo pericolosa la loro vicinanza, prepose un di loro al corpo d'armata che cingeva la parte superiore di Pisa, l'altro a quella che stava al di sotto, e la città trovossi per questo divisamento bloccata più strettamente che mai[150].
L'ardore del sole in quelle campagne insalubri, la cattiva aria e le malattie delle armate parvero finalmente venire in soccorso degli assediati. I soldati erano assaliti da nojosi insetti, febbri pestilenziali si manifestavano nel campo, e cominciavano a spargervi lo scoraggiamento. I dieci della guerra ne conobbero appena i primi sintomi, che mutarono gli accantonamenti de' soldati; posero gli uni ne' castelli perchè si ristorassero dalle sostenute fatiche, e tennero gli altri in un continuo movimento, persuasi che l'ozio, in cui languisce il soldato, sia la prima causa delle sue malattie[151].
D'altra parte la fatica, la miseria, la fame, esponevano i Pisani alle stesse malattie, senza che questi avessero mezzo di ripararvi. Avevano voluto liberarsi delle bocche inutili, ma i Fiorentini le facevano rientrare in città[152]. Improvvisamente a mezzo luglio i Pisani spiegarono lo stendardo del duca di Borgogna, e spedirono araldi d'armi ad avvisare i Fiorentini che si erano dati a questo potente signore, ed erano stati ricevuti sotto la di lui protezione. Ma perchè il duca non aveva armata per liberarli, i Fiorentini continuarono l'assedio e spedirono un'ambasciata a questo principe[153].
Giovanni Gambacorti aveva diretta la difesa dei Pisani con una quasi assoluta autorità, ma quando vide il popolo in preda agli orrori della fame, disperando di potersi più lungamente difendere, prese a trattare segretamente coi Fiorentini. Le condizioni ch'egli domandava, e che studiosamente nascondeva ai suoi compatriotti, riferivansi tutte al suo particolare vantaggio. Voleva il diritto di cittadinanza a Firenze colla proprietà di tre case, il vicariato di Bagno, molti castelli nelle sue vicinanze, ed un'indennità di cinquanta mila fiorini[154]. Queste condizioni vennero accettate, ed il Gambacorti aprì la porta di san Marco all'armata fiorentina nella notte dell'8 al 9 ottobre 1406, e nella stessa notte le truppe occuparono pure il quartiere del Borgo. All'indomani avanzaronsi in città, precedute da carri pieni di pane e di altri viveri, che i soldati medesimi distribuivano al popolo[155]. Tutte le provigioni erano consunte, e più non trovaronsi in città nè grani, nè farine, ma soltanto alcuni magazzini pieni di zuccaro e di cassia, e tre vacche magre. Gli abitanti si erano nutriti di erbe, che coglievano nelle strade e lungo le mura; sarebbe loro stato impossibile di sostenersi ancora molti giorni; ma non pertanto non pensavano ad arrendersi. Intesero con indignazione il vergognoso mercato con cui il Gambacorti gli aveva venduti, ed il loro ultimo sentimento, perdendo l'antica loro indipendenza, fu il desiderio della vendetta e l'odio contro il tiranno che li tradiva[156].
Gino Capponi, commissario de' Fiorentini presso l'armata ed uno dei dieci della guerra, fu nominato governatore di Pisa col titolo di capitano del popolo. Quando entrò in città adunò i cittadini a parlamento sulla pubblica piazza; loro promise che Firenze li tratterebbe dolcemente e li risguarderebbe come fedeli sudditi. Cercò infatti di affezionarli alla loro sorte colla dolcezza e colla giustizia della sua amministrazione, non trascurando ad un tempo i più vigorosi provvedimenti per assicurarsi della loro sommissione. Mandò a Firenze tutti i Gambacorti con duecento capi delle più nobili famiglie di Pisa, che colà furono tenuti dalla repubblica in qualità di ostaggi[157]. Molti gentiluomini pisani abbracciarono in tale occasione la milizia, o vi fecero inscrivere i loro figli, onde trovare nell'indipendenza degli accampamenti la libertà che perdevano nella loro patria, e combattere ancora come soldati avventurieri i loro oppressori, contro ai quali più non potevano impugnare le armi come cittadini. Dopo un lungo esilio fra gli stranieri, dopo frequenti e sempre inutili tentativi per liberare la loro patria, dopo una rivoluzione eccitata in Pisa quando era già da un secolo sottomessa, e dopo uno sgraziato assedio che i Pisani sostennero con tutta l'energia de' loro antenati, alcuni finalmente abbandonarono l'Italia, e tramandarono ai loro discendenti, come una preziosa eredità, l'amore del sacro nome di patria e l'odio dell'oppressione. Coloro che rimasero in Pisa conservarono più lungo tempo che verun altro popolo sottomesso un'energia che quasi sempre viene distrutta dalla servitù. La città che pel corso di cinque secoli aveva dominato il mar Tirreno con tanta gloria, più non ebbe dopo tale epoca esistenza politica, nè influenza, nè storia[158]; ma i cuori de' suoi abitanti non erano ancora sottomessi; ed i Fiorentini non furono sicuri della sommissione di Pisa che quando videro coperte di erba le sue deserte strade.
I Fiorentini non giunsero a conquistare Pisa, che adottando essi stessi, e facendo adottare agli altri stati una politica contraria agli antichi loro principj; quella d'isolare tutte le guerre, e lasciare che ognuno si misurasse col suo particolare nemico, senza che i forti si alleassero ai deboli; e senza che il mantenimento dell'equilibrio in Italia assicurasse l'esistenza di tutti.
Nel corso d'un intero secolo i Fiorentini avevano tenuta una più generosa politica. Invece d'ingrandirsi colle loro vittorie essi mai cercato non avevano che l'altrui vantaggio, e sempre dopo le loro perdite si erano veduti abbandonati dagli alleati. Si vergognarono finalmente d'essere stati ingannati, come se la buona fede dell'ingannato non fosse più gloriosa che la destrezza dell'ingannatore. Essi non si lasciarono distogliere dalla loro intrapresa da niuna rivoluzione d'Italia, e nel tempo che spingevano le loro conquiste fino al mare, Milano prese una nuova forma, Venezia acquistò stati in terra ferma, e Ladislao di Napoli sollevossi repentinamente sopra le abbattute fazioni del suo regno, di modo che si andò a stabilire in Italia un nuovo equilibrio fra meno numerosi ma più potenti stati. Per farne conoscere le basi più non ci rimangono a descrivere che le rivoluzioni degli stati della Chiesa e della Puglia.
Lo scisma che divideva la Chiesa dopo il 1378 sembrava che più terminare non potesse. I pontefici rivali, che lo avevano cominciato, erano ambidue morti, ma l'uno e l'altro avevano avuto un successore nominato dalla propria fazione. I nuovi papi più non si battevano con tanta violenza di scomuniche come i loro predecessori; ma malgrado l'apparente loro moderazione, sforzavansi di conservare la loro dignità senza prendersi pensiero del riposo e dell'unione della Chiesa. Conoscevano l'uno e l'altro che non giugnerebbero giammai ad avere l'universale dominio del cristianesimo, ma preferivano di regnare sulla metà de' fedeli piuttosto che discendere dal trono; e tutti i segreti loro sforzi miravano a prolungare lo scisma che la cristianità voleva terminare.