Roberto di Ginevra, o Clemente VII, era morto in Avignone il 16 settembre 1394, ed all'istante i re di Francia, d'Inghilterra e d'Arragona, l'università di Parigi, gli elettori di Magonza e di Colonia, e papa Bonifacio IX, avevano scritto ai cardinali francesi pregandoli a non nominare il successore dell'estinto pontefice, ed a cogliere quest'occasione per terminare lo scisma. Ma i cardinali temevano di essere costretti a porsi presso il vivente pontefice in qualità di colpevoli e di ribelli ridotti a chiedere grazia, non come eguali che si riconciliano. Affrettaronsi perciò di chiudersi in conclave, ed il dodicesimo giorno nominarono papa il cardinale d'Arragona Pietro di Luna, che prese il nome di Benedetto XIII[159]. Sebbene questo cardinale avesse avuto parte nell'elezione di Clemente VII aveva lungo tempo tentati tutti i mezzi di conciliazione; aveva altamente biasimato il rigore del papa, che vi si rifiutava, ed aveva riputazione d'essere il più moderato della fazione, ed il più proprio a ristabilire la pace della Chiesa.

Prima dell'elezione tutti i cardinali si erano obbligati a non ricusare di prestarsi a qualunque sagrificio, e nominativamente alla cessione del papato, per ottenere l'unione della Chiesa; Benedetto ratificò questa promessa con giuramento dopo essere stato proclamato[160]; ma invano la cristianità volle fargli eseguire questa promessa, ch'egli opponeva sempre scrupoli a scrupoli, e considerandosi come vero papa, non voleva, diceva egli, privare la Chiesa del suo legittimo capo, per sottometterla forse ad uno scismatico scomunicato. I Francesi mostravansi più che ogni altra nazione zelanti per la riunione, perchè la corte d'Avignone stava interamente a carico loro, e non si manteneva che con una scandalosa simonia. Carlo VI adunò un concilio generale a Parigi il 12 febbrajo del 1395; ma quest'assemblea intimò senza effetto ai due papi di abdicare per la pace della Chiesa. Un secondo concilio nazionale venne adunato nel 1398, e questi determinò di sottrarre la Chiesa all'ubbidienza dei due papi, per obbligarli alla riunione; e perchè Benedetto XIII vi si rifiutava Boucicault venne ad assediarlo nel castello d'Avignone, ove lo costrinse a capitolare il 14 aprile del 1399[161]. Questi promise di deporre la tiara tostochè farebbe lo stesso ancora Bonifacio, o che la di lui morte aprirebbe un'altra strada alla riconciliazione della Chiesa.

Intanto Wencislao aveva annunciato a Carlo VI che l'Allemagna e l'Italia si leverebbero dall'ubbidienza di Bonifacio IX, quando la Francia più non ubbidisse a Benedetto, ma tale promessa non ebbe esecuzione. Wencislao erasi impegnato al di là delle sue forze, e la di lui deposizione, e l'elezione di Roberto mutarono tulle le disposizioni della Germania. I Francesi addolcirono la loro severità verso Benedetto, ch'essi avevano tenuto prigioniere nel suo palazzo d'Avignone, e questo papa coll'ajuto del duca d'Orleans fuggì il 12 marzo 1403 attraversando le guardie normanne che lo circondavano. Tosto che trovossi libero, i suoi cardinali lo raggiunsero, e tutta la Francia rientrò sotto la di lui ubbidienza[162].

Benedetto, ch'era stato ristabilito soltanto dopo di avere promesso di cooperare all'estinzione dello scisma, mandò quattro ambasciatori a Roma nel 1404 per trattare con Bonifacio IX; ma questi non proponevano vicendevoli cessioni, ma soltanto assemblee dei due papi e dei loro cardinali per riformare la Chiesa[163]. Mentre gli ambasciatori di Benedetto trattenevansi in Roma aspettando i riscontri di Bonifacio, questi morì il 29 settembre del 1404.

Bonifacio era stato piuttosto guerriero che ecclesiastico; aveva assoggettata Roma alla sua autorità, e durante il suo regno di quindici anni, l'aveva conservata ubbidiente col supplicio di tutti coloro che avevano cercato di scuotere il giogo. Ma quando fu morto, il popolo prese le armi sotto la direzione dei Colonna e dei Savelli; le voci di viva la libertà risuonarono in tutti i quartieri della città, e gl'insorgenti occuparono la chiesa di santa Maria d'Araceli, ove si fortificarono, mentre i cardinali erano rinchiusi nel palazzo quasi contiguo al Campidoglio[164]; in mezzo a tanto tumulto elessero Gusmano di Sulmona, cardinale di Bologna, che prese il nome d'Innocenzo VII. Prima di procedere all'elezione ogni cardinale aveva giurato di non rifiutarsi quando fosse nominato papa, a verun sagrificio, non escluso quello dell'abdicazione della sua dignità per mettere fine allo scisma[165].

Innocenzo VII, prima di pensare alla pace della Chiesa, dovette occuparsi di quella di Roma, ove tutte le strade erano chiuse da steccati, ed ove il popolo armato faceva in ogni lato risuonare la voce di libertà. L'ambizioso Ladislao di Napoli eravi accorso per approfittare di questo disordine, ma la diffidenza che eccitava questo principe riconciliò il popolo col suo pontefice: castel sant'Angelo e città Leonina, ossia il Vaticano, vennero confidati alla guardia d'Innocenzo VII, il Campidoglio fu restituito al popolo, e le sue fortificazioni distrutte. Si convenne che il senatore verrebbe nominato dal papa fra i tre candidati presentati dal popolo, ed il governo della repubblica romana fu dato ad una magistratura che doveva rinnovarsi ogni due mesi, e che chiamossi i dieci della libertà[166].

Innocenzo VII era vecchio, savio e moderato; il suo carattere e gli scrupoli della sua coscienza parevano guarentire l'esecuzione delle convenzioni che aveva stipulate, sia coi cardinali, sia coi Romani; ma la cupidigia della sua famiglia non tardò a farlo agire contro il proprio disinteresse, ed i maneggi di Ladislao gl'inimicarono nuovamente il popolo.

Ladislao, figlio di Carlo III, aveva cominciato nel 1392 a rialzare dal suo profondo avvilimento il partito di Durazzo. Faceva in allora le sue prime campagne, e quando uscì di Gaeta, la regina Margarita sua madre lo raccomandò affettuosamente ai baroni che componevano la sua armata. Educato in mezzo ai pericoli, circondato nella sua fanciullezza da guerre civili e da congiure, mentre colle forze fisiche s'era sviluppato in lui il coraggio, il suo spirito s'era pure avvezzato all'intrigo ed alla dissimulazione. Il suo valore e quello delle sue truppe, sempre da lui condotte, erano superiori ad ogni pericolo; nè rispetti d'onore o di probità mettevano ostacolo all'esecuzione de' suoi progetti. Frattanto la virtù cominciava ad essere tenuta in minor pregio che la destrezza. I talenti ed il valore di Ladislao gli andavano sempre acquistando nuovi partigiani; i popoli più in lui non vedevano che l'unico rampollo del sangue de' loro re; Bonifacio IX lo rappresentava come il solo figlio legittimo della Chiesa, mentre il suo rivale trovavasi avvolto nello scisma[167]. Nel 1399, grandi baroni, che fino a tale epoca eransi mostrati i più zelanti per la casa d'Angiò, Raimondo di Balzo degli Orsini, ed i Sanseverini, passarono sotto le di lui insegne; Napoli gli aprì le porte, Carlo d'Angiò, fratello del re Lodovico II, ritirossi in castel nuovo dove fu assediato, mentre lo stesso re Lodovico lo era in Taranto; onde questi principi, dopo una lunga resistenza, furono forzati a consegnare le fortezze ai loro nemici, ed a ritirarsi in Provenza[168].

Ladislao ne' susseguenti anni assodò la propria autorità sul regno, di fresco abbandonato dal suo rivale; e dopo avere, successivamente prese tutte le fortezze che trovavansi in mano de' Francesi, si fece a punire i partigiani che questi avevano avuti tra la nobiltà. Egli estese le sue vendette a tutti coloro che avevano appartenuto alla fazione Angioina, sebbene avessero in appresso fatta la loro pace, e l'avessero corroborata con importanti servigj: i Sanseverini, la casa da Marzano, ed il duca di Venosa, ai quali doveva le sue ultime vittorie, provarono ancor essi la memoria ch'egli conservava della passata loro nimicizia.