Vedevasi appena assicurato sul trono di Napoli, che fu chiamato come suo padre Carlo III, al trono d'Ungheria. Sigismondo aveva disgustata tutta la nobiltà colle sue dissolutezze e colle sue crudeltà; fu arrestato, in tempo d'una religiosa ceremonia, in mezzo alla sua corte, nella primavera del 1401, ed affidato ai due fratelli Gara, figli del palatino Niccola ch'egli aveva fatto perire, i quali lo tennero in prigione nel castello di Soklos, mentre i deputati della nobiltà invitavano Ladislao ad attraversare l'Adriatico per ricevere la corona di santo Stefano[169].

Ma Ladislao, occupato trovandosi in tale epoca nel suo secondo matrimonio colla principessa Maria di Cipro[170], non potè passare personalmente in Ungheria, e vi mandò soltanto Luigi Aldemari, suo ammiraglio, che con cinque galere ricevette nel 1402 la sommissione di Zara, Vrana, Spalatro, Traù, Sebenico e di altre città, che in addietro appartenevano ai Veneziani[171]. L'anno susseguente soltanto Ladislao passò a Zara, e vi si fece coronare il 5 agosto come re d'Ungheria. Ma frattanto avendo Sigismondo guadagnato l'amore della palatina di Gara, era stato da lei liberato dalla sua prigione[172]; aveva ricuperato il regno d'Ungheria, e minacciava la Dalmazia. Ladislao, invece di pensare a contrastargliene la corona, tornò a Napoli, e dopo alcuni anni vendette ai Veneziani per cento mila fiorini Zara e tutte le piazze che gli erano rimaste in Dalmazia, rinunciando per tal modo definitivamente a tutti i suoi diritti sull'Ungheria, e ritornando alla repubblica la sua antica sovranità[173].

Ladislao, abbandonando la corona di Ungheria, meditava nuove conquiste di province a lui più vicine. Lo stato ecclesiastico pareva posto in sua balìa. La morte di Bonifacio IX e le turbolenze che accompagnarono l'elezione del suo successore, potevano agevolare al re di Napoli la conquista di Roma, senza che avesse bisogno di portare apertamente le armi contro la santa sede, cui andava debitore della sua corona. Egli limitossi ad incoraggiare i Romani nel loro spirito d'indipendenza, e d'inasprirli contro il papa, onde ridurlo ad allontanarsi dalla città, affine di potersi poi presentare egli medesimo come protettore del popolo[174].

«Circa quest'epoca, scrive Leonardo Aretino nelle memorie de' suoi tempi, io fui chiamato a Roma da Innocenzo VII, venni accolto con bontà dal pontefice, e n'ebbi onorificenze ed impieghi, che mi distinsero tra i suoi più intimi famigliari. Parvemi allora che il popolo romano abusasse assai della libertà che aveva ricuperata. Delle famiglie principesche quelle de' Colonna e de' Savelli erano le più potenti; e gli Orsini non avevano allora autorità, perchè sospetti di favorire il pontefice. Ricca e numerosa era la corte, avendo molti cardinali in gran parte di alta condizione. Il papa risedeva nella basilica del Vaticano; era desideroso di riposo, e sarebbesi accontentato della sua situazione, se gli si fosse permesso di goderne; ma la malvagità di alcuni uomini, che avevano grandissima influenza sul popolo, doveva alla fine impedire la continuazione della pace. Ogni giorno andavano crescendo i sospetti, e perchè il re faceva passare a Roma la sua cavalleria, il papa fu pure costretto ad adunare soldati; questa fu la cagione delle turbolenze.

«Fuori di Roma, lungo la strada che dalla Toscana conduce nel Lazio, avvi un ponte sul Tevere detto Milvio, o Ponte Molle. È questo fortificato, ed il papa vi teneva guarnigione; ma i Romani pretendevano d'averlo essi in guardia, affinchè venisse chiusa questa strada a chi tentar volesse d'invadere il Lazio. L'attaccarono una notte all'impensata, ma la guardia si difese; e la zuffa fu ostinata da ambedue le parti. Sopraggiunse finalmente la cavalleria del papa in sul fare del giorno, e ruppe gli assalitori, molti de' quali furono feriti, altri uccisi. I fuggitivi entrati in città si fermarono al Campidoglio adunandovi la moltitudine. Era un giorno festivo, ed il popolaccio ozioso e riscaldato dal vino diede mano alle armi, e spiegate le insegne s'avanzò affollato ad attaccare la dimora del pontefice. Dal canto loro i nostri soldati s'apparecchiano alla pugna, dispongono le armi loro, si fanno a vicenda coraggio, si serrano nelle loro file e mettono castel sant'Angelo nel migliore stato di difesa. La notte sospese l'attacco del popolo, ma i due partiti si tennero sotto le armi. Il Tevere li separava, ed assicurava le due parti da ogni improvviso assalto. Ne' susseguenti giorni si trattò di ristabilire la pace, ed a tale oggetto molti cittadini romani si presentarono al pontefice. Mentre questi, usciti da una conferenza, tornavano a casa loro, furono attaccati avanti alla mole Adriana; undici furono presi e gli altri salvaronsi colla fuga. I primi furono condotti a Luigi dei Migliorotti, nipote del pontefice, per ordine del quale erano stati presi, e furono crudelmente uccisi. Trovavansi tra costoro due de' signori che il popolo romano aveva scelti per governare la repubblica; erano gli altri distinti cittadini, alcuni de' quali avevano mostrato di essere parziali per la Chiesa.»

Il Migliorotti era rimasto offeso dall'alterigia che i deputati romani avevano manifestato nelle loro conferenze, ed era uscito di concistoro per apparecchiare questa sanguinosa scena, quand'appunto i deputati proponevano più moderate condizioni e che le due parti parevano ravvicinarsi[175].

«Quando la notizia di quest'avvenimento si sparse per Roma, prosiegue Leonardo Aretino, si corse alle armi; le strade si affollarono di popolo, e tutta la città risuonava di clamori e d'imprecazioni. Corsi io medesimo in quel giorno grandissimo pericolo, perchè, credendo le ostilità sospese, mentre la deputazione romana trovavasi presso il pontefice, io aveva passato il fiume ed era entrato in città. Tosto che intesi il tumulto volli ritirarmi alla mia abitazione, ma trovai il ponte Adriano occupato da gente armata: erano i parenti e gli amici degli uccisi che si apparecchiavano a vendicarli. Gli ebbi appena riconosciuti, che diedi a dietro fuggendo a briglia sciolta, finchè giunto in una rimota strada, scesi di cavallo, mi avviluppai nel mantello del mio servitore e mi misi di nuovo tra la folla. Passai così, senz'essere riconosciuto, in mezzo agli armati, e giunsi presso i nastri. Il primo oggetto che ferì i miei occhi fu il mucchio de' cadaveri di coloro che erano stati uccisi, lasciati in mezzo alla strada lordi del proprio sangue, e coperti di larghe ferite. Mi fermai, compreso di orrore, ed osservando i loro volti, riconobbi tra questi alcuni de' miei amici, che mi cavarono le lagrime. Mi recai in appresso all'appartamento del pontefice, e lo trovai immerso nella più crudele afflizione. Egli non aveva la menoma parte in questa carnificina; era uomo dolce e pacifico e niente più ripugnava al suo carattere ed alla sua bontà quanto lo spargimento del sangue umano. Egli si lagnava della sua sorte, ed alzava gli occhi al cielo in atto di chiamare Dio in testimonio della sua innocenza[176]

Frattanto colui che comandava per il papa in Castel sant'Angelo, sembrava vacillante nel suo partito. Luigi dei Migliorotti non aveva bastanti truppe per difendere il Vaticano; onde nella medesima notte Innocenzo VII fu costretto di fuggire a Viterbo. Erasi di poco allontanato, quando Ladislao, chiamato dai Colonna e dai Savelli, entrò in Roma con una piccola armata, e chiese al popolo la signoria. Ma i Romani non avevano scacciato un pacifico sovrano per darsene uno affatto militare. Accusarono i Colonna ed i Savelli d'avere tradita la patria, ed altamente manifestarono la loro avversione al giogo de' Napolitani. Un cittadina ricusò ostinatamente di ricevere in sua casa i soldati che vi dovevano avere il loro quartiere, onde volendo questi entrarvi a viva forza, prima i vicini, poi tutti i Romani presero le sue difese. Un'accanita zuffa cominciò allora tra i Romani ed i Napolitani, che si prolungò fino alla notte; ma infine Ladislao dovette uscire di Roma, ed altro non potendo fare, fece appiccare il fuoco in quattro diversi quartieri[177].