Gregorio XII, quando intese la perdita di Roma, lasciò travedere una gioja che tradiva i suoi segreti maneggi[191]. Benedetto per lo contrario aveva cercato di difendere questa città, sperando forse di ricondurla in tal modo alla sua ubbidienza. Boucicault dietro sua istanza armò tredici galere per mandarle nel Tevere, ma un contrario vento le ritenne a Porto Venere finchè più non erano in tempo a difendere Roma.

Questo supposto atto d'ostilità servì di pretesto a Gregorio XII per rompere ogni negoziato col suo competitore, vietò alla sua corte di mantenere comunicazione alcuna con quella dell'antipapa, e proibì ai suoi cardinali di uscire da Lucca, ove in allora si trovava. Poco dopo fece conoscere la sua intenzione di fare una promozione al sacro collegio, lo che era direttamente contrario alle convenzioni fatte per la riunione della Chiesa. I cardinali credevano di avere sempre il diritto di regolare Gregorio XII, ch'essi avevano condizionatamente eletto, e si opposero vigorosamente ad una promozione, che doveva perpetuare lo scisma; nel mese di maggio uscirono di concistoro quando Gregorio volle proclamare i suoi quattro nuovi cardinali; pretesero che il papa pensasse a gettarli in prigione o a farli morire, ed invitarono Paolo Guinigi, signore di Lucca, a garantire la loro libertà, siccome aveva promesso di fare; ed uscirono da quella città per passare a Pisa. Erano essi allora nove; tre dei loro colleghi rimasero ammalati in Lucca[192].

La repubblica fiorentina era, come il rimanente della cristianità, sdegnata con Gregorio XII, ed attribuiva alla sua ostinazione ed ai suoi artificj il prolungamento dello scisma, onde favorevolmente accoglieva i cardinali rifugiati a Pisa, e loro prometteva la sua protezione. Questi spedirono una rispettosa protesta a Gregorio XII contro gli ultimi suoi atti, ed un appello a lui medesimo, a Gesù Cristo, e ad un concilio generale[193].

Nell'altro partito il papa non era pure ben d'accordo coi suoi cardinali, nè tutti gli sforzi di Benedetto XIII per addossare al suo rivale il delitto d'avere prolungato lo scisma toglieva affatto di scorgere nel suo contegno la più fina dissimulazione. In gennajo il re di Francia aveva pubblicato un editto per obbligare i suoi sudditi a ritirare l'ubbidienza loro all'uno ed all'altro de' due papi, qualora l'unione della Chiesa non avesse luogo avanti l'Ascensione[194]. Benedetto rispose colle minacce di scomunica, ed il re, coll'approvazione del suo parlamento e della Sorbona, dichiarò, che Pietro de Luna, che facevasi nominare Benedetto XIII, era uno scismatico ostinato, un eretico, un perturbatore della pace della Chiesa, cui era proibito d'ubbidire più lungamente. Carlo VI scrisse nel tempo stesso ai cardinali del partito di Roma, ed a quelli del partito d'Avignone per esortarli a non essere più oltre il giuoco di due uomini, che mancavano a tutti i loro giuramenti, e che nel corso di un anno non avevano saputo trovare in tutto il mondo un luogo ove riunirsi in conformità delle loro promesse[195].

I cardinali di Benedetto abbandonarono in fatti il loro capo, e passarono a Livorno, ove andarono a trovarli quelli di Gregorio. Questo collegio, composto dei primi dignitarj delle due chiese, mandò lettere encicliche a tutta la cristianità, nelle quali la condotta dei due pontefici veniva rappresentata con molta moderazione ed imparzialità[196].

I frivoli pretesti che i papi allegavano a vicenda per ricusare ogni luogo di riunione loro proposto erano chiaramente dimostrati, e resa evidente l'impossibilità di riunire la Chiesa di concerto con due uomini che tendevano segretamente a dividerla. Ciò nulla meno, dicevano i cardinali, i sacri canoni hanno permesso in certi casi la convocazione di un concilio senza l'autorità del capo della Chiesa. Giammai la cristianità fu in maggiore bisogno di fare uso di tale prerogativa. Nè l'un papa nè l'altro potrebbe adunare un concilio ecumenico, poichè nè l'uno nè l'altro è riconosciuto da tutti i fedeli, ma i cardinali dei due collegi, rappresentanti della cristianità, hanno senza dubbio il potere, anzi l'obbligo di convocare questo supremo consiglio della religione, che può solo, colla sua autorità, rendere la pace alla Chiesa. I cardinali perciò ordinavano a tutti i vescovi e prelati delle due ubbidienze di trovarsi a Pisa in marzo del 1409 per formarvi un concilio ecumenico; ordinavano pure d'intervenirvi ai due papi, avvisandoli nello stesso tempo, che la loro assenza non impedirebbe l'unione del concilio[197].

Quand'ebbero notizia di questa convocazione, i due papi, invece di ravvicinarsi, partirono ambidue dai luoghi in cui si trovavano, per allontanarsi di più. Benedetto XIII con tre cardinali che gli erano rimasti fedeli, montò sulle galere a Porto Venere, e fece vela verso l'Arragona, ove fu ricevuto con infinita difficoltà[198]. Dal canto suo Gregorio XII abbandonò Lucca coi quattro cardinali di fresco creati, e dopo essersi trattenuto qualche tempo a Siena, si pose sotto la protezione di Carlo Malatesti, signore di Rimini. Frattanto Gregorio XII adunò un concilio nella provincia di Ravenna, e Benedetto XIII in quella di Perpignano. L'un papa e l'altro sperava in tal modo di sottrarsi ai rimproveri d'ostinazione che loro faceva la cristianità per non avere assoggettata la loro causa al supremo consiglio della Chiesa[199].

I cardinali dei due partiti, il re ed il clero di Francia, le repubbliche di Firenze e di Venezia, tutti coloro finalmente che determinarono la convocazione del concilio di Pisa, pare che agissero di buona fede, e mossi da ardente desiderio di ristabilire la pace della Chiesa. Non pertanto il Raynaldi, organo della corte di Roma, dichiarasi costantemente, dopo il cominciamento dello scisma, contro la Chiesa in favore del suo capo, condanna egualmente le intenzioni e la condotta di tutti i cardinali che si pronunciarono contro Urbano VI ed elessero Clemente VII, di tutti quelli che nel nuovo collegio formato da Urbano si separarono in seguito da lui e furono da questo sanguinario pontefice trattati così barbaramente, di tutti quelli che seguirono Benedetto XIII nella sua fuga, e di tutti coloro che aderirono al concilio di Pisa. Egli non si avvede che avviluppa così nelle sue condanne tutti i ministri degli altari, tutti coloro dai quali deve derivare l'autorità dei papi posteriori allo scisma, e che per evitare il rimprovero d'inconseguenza, d'ambizione, di sfrenata collera a due o tre prelati che si sono succeduti nel pontificato, è obbligato di accusare tutto il clero, tutta la Chiesa cattolica di calunnia, d'eresia e di ribellione contro il suo capo.

Frattanto il carattere del personaggio che ben tosto si acquistò la più grande influenza sui cardinali e su tutto il concilio di Pisa, giustifica forse fino ad un certo punto le accuse date al suo partito. Era questi Baldassar Cossa, cardinale di sant'Eustacchio e legato di Bologna. Fu veduto, con una ambizione affatto mondana, non ad altro pensare che a fondare un principato sulle ruine degli stati della chiesa. Dopo il 1403 egli governava Bologna[200], e, per consolidare il proprio potere su questa città, era sceso alle più basse pratiche, alle più perfide trame; aveva progressivamente soggiogate le città della Romagna; ma aveva acquistato il dominio di Faenza e di Forlì con una lunga serie di tradimenti[201]. Pure il suo indipendente potere e la sua destrezza gli procacciarono una grandissima influenza sopra i cardinali suoi colleghi: e da che il concilio fu adunato, parve che Baldassar Cossa ne fosse il capo.